L’assenza è riflessione e lavoro nel retrobottega


immagini dall'orto


In questi giorni, tra le altre cose, sto preparando alcune interviste per il prossimo numero de La rivista che vorrei. Parleremo di religioni, di religione in Brianza, in particolare.

Pensando in questi giorni al tema, alle domande da porre, mi son scoperto trattare l’argomento con un certo gusto, con un interesse e un piacere particolari. E mi son chiesto: perché? perché l’argomento mi prende: non sono un frequentatore, né un aderente a particolari confessioni, non nutro grande simpatia per la struttura ecclesiastica, e allora perché?
Se penso agli argomenti che per diletto tratto con maggior curiosità, sul podio sono di certo il camminare, l’agricoltura e la religione (la spiritualità, sarebbe più corretto dire). Poi, a seguire, i buoni libri e altre cose belle, ma davvero non è questa la sede.

Ad ogni modo, se ci pensate bene, hanno un tratto comune, questi ambiti: sono portatori di qualcosa che sta sparendo. Sono riserve indiane, isole. Nel mondo dove tutto corre e dove il senso trova le sue chiese nei centri commerciali, in loro si conserva uno spazio particolare e anacronistico, uno spazio che, appunto, sta scivolando fuori dal nostro tempo. E questo spazio, che è a noi interno, intangibile, è qualcosa che avverto come da salvare: secondo istinto, mio istinto, vanno salvati i suoi tratti.
Ecco allora perché mi piace ed affascina il tema delle religioni: perché in un mondo veloce e avido, lo studio e la pratica delle religioni continua a insegnarci qualcosa sull’importanza dei gesti e di valori e messaggi non immediati, qualcosa sulla lentezza e sul rispetto, sul coltivare se stessi anche lontani dalle cose.
Ed ecco perché, allo stesso modo, apprezzo chi tenta oggi un’impresa in agricoltura o riscopre e affronta la lentezza in un viaggio a piedi.


Io credo che il compito dell’uomo non sia quello di dominare la natura, ma precisamente quello di coltivare: coltivare se stesso così come coltivare la natura, proprio perché non sono separabili. Direi di più: una coltivazione di me stesso che non sia anche cultura della natura non è cultura dell’uomo. E io non faccio separazione fra coltivazione del corpo, coltivazione dell’anima e coltivazione della natura“.


Raimon Panikkar


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