12 agosto – forti contrasti

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12 agosto, poco dopo la mezzanotte. L’ostello  lentamente si svuota, i viaggiatori si assopiscono, con loro i rumori; cosi’ si riempie la pagina, o  si tenta di riempirla un poco piu’ facilmente. La tastiera come sempre non va e non ha accenti, ma quanto meno non c’e’ fila alle spalle e si puo’ scrivere piano, sorseggiando un succo al portocale Prigat (pregiato, a par di chi scrive, succo all’arancia della zona).

I piani sono cambiati, leggermente. Le promesse, – soprattutto a me stesso – terme, sono state rimandate di qualche giorno, per ragioni di economicita’ e logistica, per lo piu’ legate al trasporto.

Quindi, eccoci ancora qui, nel centro. Ancora niente monasteri, niente strade ascetiche, ne’ Bucovina. Siamo oggi a Cluj Napoca, forse, e sottolineo forse, la cittadina  piu’ grande che abbiamo incontrato lungo il nostro peregrinare nelle terre dei vampiri; una Transilvania, la nostra, che giorno dopo giorno, passo dopo passo, scopriamo sempre piu’ lontana dalle descrizioni  gotiche di Bram Stoker – non me ne voglia  lo scrittore irlandese, che del resto mai fu in queste terre – e sempre piu’ vicina a un bucolico acquerello di  campagna: colline dolci, carretti da cavallo, campi orlati, covoni di fieno, nidi e cicogne. Poverta’, anche.

Se ci fosse una parola per descrivere questi ultimi due giorni, si’, sarebbe proprio questa: poverta’. Immagini, odori, segni e testimoni, hanno portato questa dimensione nel viaggio, rendendola presente, ineludibile. Tanto presente da dare, in certi istanti, quasi istintivo fastidio. Come qualcosa che non si vuol vedere, ma  che anche a chiuder gli occhi si sente dappertutto. Come qualcosa su cui semplicemente (semplicisticamente) si vorrebbe sorvolare  – per egoismo, autodifesa o che altro – e non passa.

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In particolare due momenti, ci hanno toccati, confusi, quasi impauriti.

Abbiamo lasciato Brasov – elegante cittadina di sapore asburgico, con i balconi fiorati, le belle vetrine e un corso mondano – prendendo un treno. E voi direte: be’, fino a li’, sai che novita’. Pero’ – e nelle storie c’e’ spesso un pero’ – non abbiamo preso un treno qualsiasi, ma un ‘personal’, categoria che in Romania equivale ai nostri treni regionali, insomma, ai piu’ economici. E’ stata un’esperienza, diciamo, che di seguito provo a raccontare.

Il personal, il treno personal, e’ una specie di struttura grezza di ferri su cui si incastrano sedili vecchi di pelle marrone. Non c’e’ altro, se non il motore a gasolio della locomotrice. Non c’e’ isolante ai vetri, talvolta nemmeno i vetri, e non si immagina che succeda d’inverno. La carrozza su cui noi saliamo – e poi scopriremo anche le altre e quelle degli altri convogli di eguale categoria – e’ pregna di odore di uomo, meglio di sudore, e di sporcizia, a tratti viene un leggero urto di vomito da tanto e’ il tanfo,  ma ci facciamo presto  l’abitudine. Il vagone al contrario di noi, stretti ai nostri zaini e nel nostro respiro sommesso (quasi a non farci avvertire), e’ brulicante di vita, di chiacchiere, e schiamazzi, radioline ad alto volume, strilli, afrore e di nuovo afrore, bambini che si rincorrono, adolescenti in cenci che giocano ai bulli. Lasciamo cadere tutti i nostri comportamenti da relativisti  culturali della buona sinistra europea  e ci lasciamo a un certo senso di insicurezza; cosi’, per non saper ne leggere e ne scrivere, prendiamo posto di fianco a un prete ortodosso: si sa mai che le istituzioni ci diano una mano e offrano una certa protezione.

Preso posto e superata la vaga nausea da maleodore, salutiamo cordialmente il controllore che  verifica l’obliterazione. Ci meravigliamo dell’efficienza: nemmeno siamo partiti e gia’ passa il controllore. Altro che Trenitalia. Pochi sedili piu’ avanti stanno una decina di adolescenti chiassosi, nessuno ha il  biglietto  e tutti affermano di essere  accompagnati da un uomo che sta al fondo del vagone. Il controllore arriva all’uomo che, probabilmente (il rumeno non e’ – ancora – il nostro forte), dice di non avere alcun biglietto e senza accampare ulteriori scuse allunga una banconota al controllore. Il controllore intasca, fa finta di  nulla e se ne va. Al secondo passaggio del controllore, un’ora piu’ tardi, altre persone, stessa situazione, stesso epilogo.

Dobbiamo allora, forse, arrenderci alle parole di un tassista di Bucarest, che la prima sera ci disse: “in Romania si puo’ fare tutto, basta pagare”? Non lo so, certo qualche problemino ci deve essere.

Proseguiamo e, nel tragitto, il treno si svuota e alla fine arriviamo quasi in orario, certo un po’ disorientati.  Chissa’.

Quidi, eccoci a Sighisoara, altra perla medievale. Veniamo accolti da John e Maria, una coppia di anziani rumeni, molto calorosa. John ci racconta di come  fa il vino, di come alleva le galline  e della sua smodata passione  – io vi avevo avvisati – per Toto Cotugno, Rita Pavone, Al Bano, e  (e’ questo il caso) compagnia cantante.

L’indomani, dopo aver ‘brillantemente’ superato l’ennesimo schock culturale (la colazione con uova, salsicce, caffe’ e formaggio locale), decidiamo di fare un giro verso alcune chiese fortificate sparse per le campagne della piccola e patinatissima cittadina, luogo natale del temibile Vlad Tepes detto anche (da leggersi con intonazione Fantozziana) ‘l’impalatore’.

Avventurarsi in campagna con bici da venticinque chili l’una e che stanno a malapena insieme e’ il minore dei problemi, da queste parti. Il problema vero e’ passare in bici in villaggi che ancora vedono sulle strade solo carretti, gente scalza, fogne a cielo aperto. Passare con la pancia piena (in questo caso, come in non molti altri, pienissima) e incontrare lo sguardo dell’indigenza,  uno sguardo a volte amico, altre ammirato, ma per lo piu’ ostico, chiuso, di ghiaccio.

Non ho definito ancora bene a cosa, ma fa pensare. Credetemi.

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2 pensieri su “12 agosto – forti contrasti

  1. scrivi bene, hai talento, sei anche educato
    per me – romeno – i tuoi racconti hanno un soffio candido-patetico che li rende tanto più simpatici
    buon proseguimento

  2. ho avuto per pochi minuti la possibilità di collegarmi e ho letto solo questa puntata del tuo viaggio ma mi riprometto di leggere tutte le precedenti e le successive non appaena potrò farlo con più agio. Hai scritto davvero bene e con quella compassione / partecipazione che mi ha fatto sentire di essere stato lì con te, grazie Alfio.
    Roberto

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