15 agosto – Ferragosto alla citta’ della rivoluzione

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Ferragosto. ‘Sacchi sulle spalle e fuoco nelle strade’. Aria calda (35 gradi) e tassi di umidita’ alle stelle consigliano una sosta per una limonata o per stare qualche minuto seduti all’ombra e fanno riecheggiare nell’aria quel vecchio brano di Gianna Nannini (Avventuriera, ndr) perfettamente in tinta con il paesaggio sonoro locale, sempre ‘leggermente’ nostalgia-portami-via.

Dimenticata in fretta, troppo in fretta, l’aria montana della Bucovina – la piu’ settentrionale tra le regioni romene – con le colline piene d’abeti, i fiumi e le  localita’ termali, i silenziosi monasteri affrescati (incredibili, affrescati da cima a fondo), rieccoci oggi nel pieno  scenario metropolitano di Timisoara, sud ovest del paese, confine con la Serbia (nostra prossima tappa).

Quarto centro urbano per  numero di abitanti del paese,  porta verso occidente, citta’ dei fiori e dell’innovazione,  primo comune in Europa a mettere lampioni elettrici nelle strade (anno 1884), culla della rivoluzione che nel 1989 pose fine alla tirannia di Ceaușescu e vide la notte del 25 dicembre dello stesso anno la sua fucilazione: o almeno questo e’ quello che la citta’ racconta, sulle borchures. Le strade e i chioschi parlano di una citta’ di frontiera dove sono presenti rumeni, certo, ma anche molti serbi, ungheresi, rom. Una citta’ piu’ aperta – certamente piu’ della capitale – dove si parla piu’ (sempre poco, sia chiaro) inglese, si ascolta e si suona piu’ musica, si va di piu’ al cinema, si vive in modo piu’ vicino a certa altra Europa, che  pare sempre e comunque distante.

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Il centro di Timisoara

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Per planare da Vatra Dornei (Bucovina) a qui (date le ultime esperienze ferroviarie, direi, con grande perseveranza) abbiamo utilizzato un treno notturo. Ancora una volta siamo incappati in piu’ di qualche sorpresa.

E’ andata cosi’: dopo aver smontato la tenda al buio, facendo base nella cucina del campeggio per trascorrere le ultime ore prima della partenza, ci siam portati verso la stazione attorno alla mezza. Al primo annuncio in rumeno – che iniziamo lontanamente a comprendere – intuiamo un ritardo. Rimaniamo sul binario, tra cani randagi, spazzini che non spazzano e personaggi quantomeno ambigui, accompagnati dall’aria che verso l’una di notte inizia a farsi intuire montana e scende sotto i 10. Nella desolazione della stazione immaginiamo, per un’ora e non senza uno strano  (scaramantico?) divertimento, l’arrivo di un treno vuoto, buio e pieno di pericoli.

Il treno compare lento in fondo alla gola buia del bosco, poco dopo la una, ed ecco la prima sorpresa: appena saliti i tre gradini della scaletta, ci arrestiamo davanti a una calca di uomini, donne, vecchi, bambini, colori e movimenti, caldo e odori. Scorgiamo scompartimenti in cui stanno stipate intere famiglie, generazioni, e un tappeto di anime dormienti si stende sul percorso tra noi e il nostro, di scompaprtimento. Bene, dico tra me e me, e sento salire una certa pressione: dietro la gente spinge per andare chissa’ poi dove e io, io per andare avanti col mio ospite di 14 chilogrammi sulle spalle, dovrei schiacciare bambini e vecchi abbaraccati lungo il corridoio. Un distinto signore rumeno in camicia rossa  si trova davanti a me appoggiato al finestrino, cogliendo il mio ‘leggero’ impaccio mi dice qualcosa che intuisco cosi’: ‘ragazzo, hai il biglietto? E allora fregatene e vai a sederti, qui ci sono abituati’. Mi volto, guardo per un’ultima  volta la folla di spingenti (dietro) e quella di dormienti (davanti), ringrazio con un cenno militare il mio suggeritore, prendo lo zaino sopra la testa e inizio un improbabile balletto tra gli sdraiati, con esiti rovinosi. Arriviamo sudati e un po’ confusi allo scomparto dopo alcuni minuti di lotta contro le complesse leggi dell’equilibrio, ci sistemiamo nel loculo tra una donna incinta che tiene in braccio un primogenito  e al guinzaglio un  marito scontroso, due ragazzine tamarre e due individui che ascoltano musica techno in cuffia ad un volume che, chiusa la porta dello scompartimento dietro le spalle, pare in filodiffusione. Dato che dormire neanche se ne parla, per il sudore che cola, il caldo, l’odore e il rumore, ci interroghiamo su come sia possibile avere tutta quella gente in corridoio se i biglietti sugli accelerat (i nostri intercity) sono a prenotazione obbligatoria. Giungiamo presto al risultato: nessuno dei signori in corridoio ha il biglietto. Torna la storia della mancetta al controllore o chissa’.

Sta di fatto che, legalita’ a parte, si vedono cose oltre il vetro che mai prima: la nonna rom tutta colorata sfila tele e stoffe da sotto la gonna, le butta per terra in corridoio e per ogni strato infila una nipote o un nipotino. Risultato finale: una specie di divano animato da cui spuntano teste di ragazzini da ogni dove, e si picchiano, rotolano, giocano, strillano. Splendido. Ogni volta che sopraggiunge un passante o il controllore – si’, ciao – la torta pluristrato e colorata si scompone, si allinea sul lato e si reimpasta dopo lo scavalcamento in sempre nuove disposizioni cromatiche.

Alle 8 del mattino arriviamo a Deva – non sto a raccontarvi, senza aver dormito – citta’ che ci fa da scalo per raggiungere Hunedoara, nucleo urbano di stampo vetero-comunista, quelle con i murales del regime sui palazzoni popolari, i ruderi delle acciaierie e tutto il resto. La Lonely planet la definisce come una delle citta’ piu’ brutte della nazione. Noi la troviamo incantevole – per il suo genere, ovviamente – e ci facciamo anche una bella passeggiata per la circonvallazione che, in pieno agosto, offre l’ombra di grandi platani e poco traffico. Molto poco traffico: sull’altro lato del corso giocano a calcio in mezzo alla strada.

Mentre scrivo Silvia mi obbliga  a rendervi edotti (ma non e’ l’unica cosa che mi obbliga a fare, si pensi solo che stabilisce austeri budget di spesa giornalieri che nemmeno prima delle perestroika: si deve essere calata troppo nella parte) circa la nostra visita al castello di Corvino, uno dei  piu’ bei castelli gotici della Romania, scenario eventualmente  degno di ospitare un venturo rimaneggiamento  cinematografico di Dracula – di cui nessuno sente il bisogno e figuratevi noi dopo due settimane di Transilvania.

Intanto agosto imperversa e rende l’aria caldissima, dall’Italia arrivano notizie di pioggia e crisi di governo. Scriveva magistralmente Milan Kundera nel suo ‘L’insostenibile leggerezza dell’essere’: <e’ solo il caso a parlarci> e noi, vedi un po’, siamo nella citta’ dove gia’ cadde un tiranno tronfio e megalomane. Noi, da buoni italici, speriamo nelle ricorrenze, insomma.

Nel mentre, ci prepariamo a lasciare la Romania per Belgrado e la Serbia, proprio ora che ci eravamo ambientati, che avevamo fatto cadere alcuni dei troppi, quanto involontari, pregiudizi e che ci siamo immersi con i nervi meno tesi nel clima sociale, certo lontano, di questa gente. Noi con i nostri libri, le nostre foto, le nostre mappe, sempre meno importanti.


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3 pensieri su “15 agosto – Ferragosto alla citta’ della rivoluzione

  1. confermo la parte che mi riguarda… infatti ti sei appena giocato la cena per stendere questo “magnifico” resoconto in questo ehm… oscuro… internet point.

  2. Beh, scrivere ad uno scrittore: anche questa volta rischio…
    Ciao,Alfio! Per me che in questo periodo sto facendo BREVI viaggi letterari(senza salite e senza zaino sulle spalle), i tuoi racconti sono lo sfondo ideale. Forse ti farà piacere sapere sto imparando ad apprezzare sempre di più le ardite imprese di Erri(de L.): tu sai cosa riesce a nascondere nelle pieghe e nelle piaghe dell’umanità dei suoi personaggi… Non so perchè, ma ci vedo qualche cosa che rasenta molto ciò che racconti in queste “oasi” in cui tu, caro viandante assetato di non convenzioni, ti metti davanti ad un pc e, colmo di di sonno e di stanchezza, restituisci a noi (e al pc) la misura del vero e della realtà (per fortuna) molto poco virtuale. Ciao! Emanuela

  3. Grazie per i generosissimi commenti. Si scrive per mettere in file le idee e, in qualche modo, riordinare i passi del giorno, ma anche e soprattutto per condividere con qualcuno.

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