Le solite scorie


Vi segnalo questo intelligente video presentato oggi da Greenpeace sul tema del ritorno al nucleare.
Il rilancio dell’atomo, anche in Italia, attraverso la campagna di forum nucleare – di cui avevamo già parlato qui – porta in patria il cattivo vento che ormai da qualche tempo spira in Europa, se è vero che anche il cancelliere tedesco Angela Merkel ha sussurrato poche frasi circa un possibile ritorno della Germania alle centrali atomiche. Fino a qualche anno fa – la scelta della Germania di abbandonare piani nucleari è del 2005 – annunciare un ritorno all’energia atomica in un paese leader delle rinnovabili e dell’innovazione pulita avrebbe indicato un tentativo di suicidio politico. Oggi no.
Oggi, c’è una stretta cerchia di signori, molto facoltosi, che ha deciso di imbarcarci tutti su un aereo e senza chiedere il nostro permesso (per il vero gli avevamo già risposto vent’anni fa): un nuovo programma atomico europeo. Un aereo per cui non esiste pista di atterraggio. Basti dire che, dall’inizio dell’epopea nucleare ad oggi, nel mondo, su 110 centrali che hanno esaurito il loro ciclo produttivo ne sono state smantellate completamente solo 8. Sulle restanti 102 non si sa come mettere le mani.
Sospinta dai fortissimi interessi delle multinazionali dell’energia europee e americane (che sono le prime a voler diminuire le loro importazioni di greggio e gas, per evitare di dover affrontare i cartelli e la politica di potenza dei paesi fornitori) è incominciata una intensa campagna mediatica volta a rendere accettabile l’avventura nucleare, nonostante essa sia ancora oggi imponderabile, senza futuro certo. La campagna punta così sulle ambiguità e le enfatizza, sfrutta ad hoc tutti gli spazi connessi al non-sapere e li amplifica, nel tentativo di rendere ulteriormente fosca la già complessa semantica del nostro tempo e, sua metonimia, di questo tema. Una fonte energetica disastrosa e vecchia può diventare così, attraverso un abile processo linguistico e comunicativo, una eco-fonte, pulita e salvatrice dell’ambiente.
Dove sta la complessità? La complicatezza si gioca a partire dalle motivazioni che stanno traendo in inganno una parte dell’opinione pubblica internazionale: ora le grandi aziende energetiche hanno fatto proprie le tesi degli ambientalisti rivoltandole, ancora una volta, a loro interesse. E’ infatti surreale la velocità con cui i CEO di multinazionali come Exxon e Shell si siano lanciati nel perorare la causa degli ecologisti che profetizzavano – da soli! – già dieci anni fa le teorie del peak-oil, della fine del petrolio entro pochi decenni. Ma come?
Non finisce qui: oltre al tema della finitezza delle risorse è ora – fateci attenzione – sostenuta al 99,9% la tesi delle responsabilità umane del riscaldamento globale e delle sue possibili, nefaste, conseguenze. Non è un caso se nell’ultimo vertice sul clima di Cancun (dicembre 2010) si sia convenuti facilmente su queste affermazioni. La rapidità con cui molte aziende hanno riconvertito le loro politiche di comunicazione risponde probabilmente a una vecchia regola: il dubbio è il primo prodotto da vendere, confondere le carte è la prima azione da intraprendere. Questa ambiguità semantica rischia di – o meglio, tende a – trasformare l’assetto geopolitico internazionale e senza che si possa immaginare per quale via. Potrebbe accadere, come per il nucleare, che anche gli “stati canaglia” con i loro arsenali sconosciuti diventino ben presto ‘eco-stati’.
Ma al di là della precisa e intenzionale confusione comunicativa esistono ulteriori ambiguità di fondo che connotano in modo sempre più evidente l’avvio di questa nuova transizione energetica: le difficoltà, il vizio e le furbizie della dimensione statale.
Da un lato, gli stati nazionali europei si presentano sul fronte globale con le armi spuntate: nell’epoca della globalizzazione lo stato è alle prese con molti fenomeni e variabili che non considerano i confini, li travalicano, li superano come niente fosse.

Questo che significa? Per uno strumento che ha sempre funzionato in base al principio di territorialità significa non avere più la capacità di incidere sulle scelte  sostanziali e sul proprio futuro, vedere relativizzato il proprio spazio e il proprio ruolo. Il principio di appartenenza territoriale consentiva l’applicazione del sistema di prelievo fiscale, la principale leva per far assumere una qualche direzione politica al paese. La globalizzazione dei flussi economici e finanziari, annullando i confini, mette in seria discussione l’operatività e con lei l’efficacia di questo sistema: toglie alla barca il timone. Oggi gli stati europei possono pensare di affrontare la questione solo dimenticando i propri (ri)sentimenti nazionalistici e accelerando il processo di unificazione e formazione di un vero spazio politico europeo – la dimensione continentale pare, infatti, la base minima per dare risposte in scala ai problemi contemporanei.
Dall’altro lato, gli stati hanno assunto negli ultimi due decenni e in particolare durante la liberalizzazione dei mercati energetici una posizione ambigua per via del loro duplice, schizofrenico, inconciliabile, ruolo. Quella divisione tra stato azionista e stato regolatore che certo non ha giovato alle scelte in materia di politica energetica. Decisioni assunte troppo spesso per risanare i conti pubblici o  quadrare i bilanci nazionali, al di fuori di un’ottica di lungo periodo e di un quadro regolamentare univoco.
Il ritorno al nucleare si configurerebbe, ancora una volta, all’interno di questa tradizione.


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