La politica triste

Ne abbiamo rintracciato sintomi ovunque e mai le cause. Ematomi su tutto il corpo, insomma, ma non sappiamo se per un ruzzolone dalle scale o che. Certo, non è piacevole, la sensazione.
Il titolo, è un titolo volutamente triste, irrimediabilmente triste, perché scontato. E’ un dato difficilmente opinabile, è così: dovunque ci si volti, dal bar di periferia alla più colta analisi politica, emerge un disarmante senso di tristezza. La politica che non ci rappresenta, la politica piccola, la politica che è solo gestione del potere, la politica ladra, quella che ha dimenticato il bene comune. Ne avremmo per pagine. Luoghi comuni, certo. Scontati, non si potrebbe, anche volendo, definirli altrimenti. Ma ognuno coglie un aspetto e ha in sé qualcosa di vero. Segnali, quindi: ma cosa ci dicono?
Non saprei con certezza. Io immagino che le cose funzionino più o meno così: un vecchio leit motive dice che ogni paese, ogni popolo, ha la classe politica che si merita. Ognuno è figlio del suo tempo, eccetera eccetera. Se prendessimo questo assioma per buono otterremmo che: finché non cambiano le idee – i contenuti che riempiono la nostra testa -, non cambierà il resto. Continueremo a fare le cose negli stessi modi, ad arrivare dove siamo già arrivati, a sbagliare dove abbiamo già fallito. Regola intuitiva, no?
Finché non cambiamo aria il tanto auspicato rinnovamento non arriverà mai: resterà un rosario senza speranza, una petizione di principi. Facciamocene una ragione.
Il rinnovamento non è solo una scelta del potere, di chi lo gestisce, è prima di tutto cambiamento del modo di riempirci il cervello e la vita. Nuove idee, nuovi standard di giudizio, nuove abitudini, nuove facce in politica e nella vita.
Insomma, il 15 maggio, è necessario, andate a votare alle comunali, tenendo presente però che non basta cambiare segno sulla scheda elettorale per cambiare il paese, è prima necessario cambiare abitudini, le nostre.

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