Prima e dopo lo stato-nazione

Per il sesto giorno consecutivo migliaia di persone sono tornate a occupare la Puerta del Sol di Madrid. Nello stesso momento, in più di 150 città spagnole, sono seguite manifestazioni contro la classe politica e la crisi economica che ha lasciato quasi cinque milioni di disoccupati nel paese. Questo quanto succede in Spagna, ma non mancano, sullo stesso tema, prese di posizione in altri paesi. La crisi finanziaria globale affossa le economie e l’ombra dei casi portoghese e greco agita (quasi) tutta l’Europa.
La domanda che mi faccio davanti a queste manifestazioni e alle loro legittime richieste è la seguente: può effettivamente dire o fare qualcosa oggi lo stato-nazione europeo per mitigare o risolvere problemi che hanno un’estensione decisamente superiore alla sua e che nascono, crescono e si muovono per lo più in terreni esterni al suo controllo?
Nonostante sia sempre più evidente che lo stato nazionale fatica a dare risposte concrete ai problemi dei suoi cittadini, non rinvengo segni di transizione in atto. Mi pare che l’Europa continui a pensarsi entro quel modello e che, al contempo,  il progetto di unione federale arranchi in alto mare. Unione che parrebbe, per intuitive questioni di scala e proporzione, essere l’unica via per aver voce in capitolo circa le grandi emergenze di oggi e domani.

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