Maturità, valutazioni e altri ammennicoli

In questi giorni si stanno svolgendo le prove orali di maturità in tutte le scuole superiori della pensiola. A me è andata la fortuna di stare a Lecco: per noi uomini di pianalto avere un lago e le montagne appresso è già qualcosa di importante, qualcosa che può cambiarti le giornate. Ma non è questo il punto. Il tema di questo post vorrebbe essere e forse sarà  la valutazione, il modo in cui si valutano le persone all’interno della scuola italiana. Tranquilli, niente a che vedere con le boutades di Brunetta, nelle prossime righe parliamo solo di cose serie.
Quello su cui mi preme riflettere da osservatore esterno (che entra per la prima volta in una realtà nuova) è il senso, il significato di questo momento, la maturità, che per troppi anni si è giustificato attraverso il mito del grande rito sociale di passaggio. Sarà poi così? Saranno energie e sudore degli studenti e soldi dello stato spesi bene? E chi lo sa.
Credo solo che dopo cinque anni di scuola e voti, l’esame di maturità, se vuole giustificare la sua presenza agli occhi del mondo, dovrebbe servire a valutare qualcosa che non è stato mai sufficientemente preso in considerazione in precedenza: la capacità di giocarsi bene un passaggio importante, adoperando tutte le proprie risorse personali, oltre quelle richieste e utilizzate quotidianamente a scuola. Letta così apparirebbe come un’opportunità. Nel vero, a mio parere, si tratta di un’opportunità non colta o colta in sola parte.
Come negli scrutini di fine anno, anche durante la valutazione degli esami di maturità, il corpo docente medio tende a far prevalere il principio del lavoro su quello del talento, il principio dell’esercizio sulle qualità personali. Facciamo un esempio (non esaustivo): tu hai lavorato molto durante l’anno, ma capisci un po’ pochino? Fa niente, sei una buona formichina e hai accumulato il tuo tesoretto per il paradiso e noi ti aiuteremo. Tu sei caparbio, ma hai studiato meno? Ahi, allora no, a te non ti aiuteremo (in qualche caso, te la faremo pagare). Ovviamente, questo non accade solo nel valutare la perspicacia, con lei anche altre qualità. I motivi che portano a questo tipo di ragionamento possono essere diversi: la nostra storia, la cultura, la nostra religione, l’educazione, una certa pigrizia, la mancanza di voglia di approfondire, lo spettro dell’oggettività (perché di spettro si tratta). Sono tante, le cause, ma a mio modo di vedere, pur legittime, determinano una scuola a metà, una scuola che valuta i suoi studenti senza considerare altri elementi oltre alla conformità agli schemi e l’esercizio svolto. Se la scuola non è in grado di valutare (e quindi valorizzare) anche altre qualità non sarà in grado di stimolare l’interesse e la formazione di un’ampia gamma di personalità che pure all’interno della scuola (soprav)vivono e che dovranno trovarsi la strada da soli o in realtà e strutture al di fuori del contesto-scuola.
Oltre alle capacità la scuola trascura la consapevolezza, elemento che, al più, può servire a guadagnarsi uno sguardo benevolo di qualche docente, ma che poi raramente si concretizza in un punteggio suppletivo in fase di valutazione. Cosa accade? Durante l’interrogazione di storia M., che sa cosa succede in questo momento in questo paese, risponde collegando gli argomenti al presente, ma senza citare tutti i passi del libro. V. invece non ha la più pallida idea di cosa combini la società intorno a lui, ma risponde replicando pedissequamente tutte le argomentazioni del testo. Otto volte su dieci V. prende più di M. Ecco cosa accade.
Se concordiamo sul fatto che la scuola abbia come suo più grande obiettivo quello di formare buoni cittadini, prima che buoni tecnici o buoni letterati, ci troviamo di fronte a un problema: una scuola che non valuta capacità critiche, qualità laterali alla scuola e consapevolezza, non può assolvere appieno a questo obiettivo.
Ovviamente, sto generalizzando e semplificando un mondo che al suo interno è molto più composito e variegato di così, vi assicuro però che si tratta di un’approssimazione che in tanti, troppi, casi non delude la realtà.
Da ultimo, credo che lo stesso discorso si possa fare per gli insegnanti. Non si può pensare di selezionare un valido corpo docente solo in base alle conoscenze e trascurando la capacità di comunicarle, le competenze didattiche, le qualità relazionali, dirò di più, il carisma. Sono cose che oggi si possono misurare, ma che ovviamente porterebbero, nel caso in cui fossero davvero valutate, su un terreno troppo scivoloso per il nostro impacchettato (e, ahinoi, pian piano smantellato) modello scolastico. Per questo vi dico: prendente queste righe come appunti utopici, buoni per pensare!
Se sia il caso di rischiare, di cambiare modo di valutare, nell’uno e nell’altro caso, per professori e per studenti, lo lascio decidere alla vostra saggezza. Intanto io, qui in provincia, torno nella commissione intenta a mettersi una mano sul cuore con le formichine alacri lavoratrici e a levarla di scatto all’affacciarsi di fantasiose cicale.

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