Quiete agreste e falsi miti

Ieri nel tardo pomeriggio, approfittando di una giornata dal cielo particolarmente terso, mi sono incamminato per andare a fare quattro passi in quell’area agricola estesa tra i comuni di Casatenovo e Velate che ormai, con un po’ di ottimismo, mi piace definire ‘Parco dei Colli Briantei’. Le ombre lunghe, la nitidezza portata dal vento e i particolari colori di un ottobre climaticamente settembrino, mi hanno invitato ad allungare il giro e scattare qualche foto.
Fino a un certo punto tutto bene. Dopo di che, oltrepassata la montagnola di Mongorio verso Velate, vedo arrivare delle Jeep. Dalle Jeep scendono tre uomini che da lontano non hanno nulla di diverso da chi va a fare una passeggiata nei campi. Se non che uno che va a fare una passeggiata nei campi, nei campi non ci arriva con le Jeep. Dopo di loro dalle auto scendono tre lunghi fucili. Un uomo con il suo schioppo va su per la collina, altri due si dispongono parallelamente ai lati del campo nella foto qui sotto.

Dopo due minuti pare di essere tornati indietro di qualche anno, una rappresaglia armata o qualcosa del genere. Sparano. Sparano e sono le sei di domenica pomeriggio e oltre a me – che cammino evidentemente infastidito e anche un po’ preoccupato di essere a non più di cento metri dai fucili – ci sono persone in bicicletta e a cavallo.
Dico, uno va nei campi per fare un po’ di sport o per starsene tranquillo per i fatti suoi e questi, la domenica pomeriggio alle sei, gli sparano sulla testa. Insomma, tre bastano per rompere la quiete (politically correct) a tutti gli altri.
Per il vero non sono i soli, a rompere. Dopo qualche centinaio di metri prendo a risalire la collina di Mongorio e, mentre mi sento un soldato sotto il fuoco nemico, avverto un irritante ronzio di motori, che lentamente diventa frastuono. Motocrossisti, tanti motocrossisti, sfrecciano su sentieri a pochi metri da me e si dirigono verso Velate.
Mi fermo, sbuffo. In un primo momento, preso dallo sconforto, penso che la scelta di cercare quiete tra i campi sia stata una scelta sbagliata, una scelta frutto di una cattiva interpretazione (idealizzazione) della campagna brianzola all’anno 2011. Speculazioni da geografo: vediamo un brano di paesaggio rimasto uguale a se stesso e subito ci richiama alla mente determinate sensazioni: la nostra infanzia, i gesti degli avi, le tradizioni, Ermanno Olmi e quelle cose lì. Guardiamo quel pezzo di Brianza – che, sì, potrebbe anche essere uguale a prima -, ma ci dimentichiamo che è cambiato tutto intorno, che a cinquecento metri da lì è tutta un’altra vita. E’ un dato di fatto questo. Assumere un dato di fatto, l’incedere marziale della realtà, il cambiamento, come ineluttabile, senza provare a impostare la rotta, però, sarebbe rassegnazione al disordine e al rumore e abbandono della nave alla deriva.
Allora penso che gli spazi verdi in un territorio fortemente urbanizzato e vissuto, come lo è il nostro, oggi svolgono una funzione diversa da quella di riserva naturale o agricola e i nostri parchi, se vogliono trovare un senso, devono tenerne conto, devono tenere conto della domanda di utilizzazione di queste aree da parte dei cittadini che le vivono. Il nodo, quindi, è relativo alla necessità di discernere tra quelle attività che non rovinano gli spazi agricoli e boschivi, ma che con loro si armonizzano, e quelle che oltre a danneggiare le aree in cui vengono esercitate impediscono un sereno svolgimento delle precedenti.


Detta in altro modo: il Parco dei Colli o il Parco del Curone la domenica accolgono per i loro sentieri tante persone che sono in cerca di un angolo (con un po’ meno smog) per fare sport o un prato di quiete dove fare due capriole e un pic-nic con la famiglia. La presenza dei cacciatori in ambiti così urbanizzati e frequentati è – è necessario dirlo – ormai fuori dal tempo. Il motocross o peggio, come abbiamo visto di recente, il jeep cross, sono attività, per gli stessi motivi, incompatibili con le funzioni ricreative che quelle zone svolgono per una più ampia fascia di cittadini e soprattutto con la preservazione dei sentieri e, più in generale, della qualità ambientale.
Si tratta, quindi, da un lato di prendere atto dei cambiamenti in corso senza restare ancorati a bucoliche visioni di un passato che non è più e, d’altra parte, preso atto che il mondo è in mutazione, cercare di dirigere e orientare il passo verso una possibile e condivisa gestione dello spazio che abitiamo. Il Parco locale a mio parere si conferma strumento opportuno per realizzare questo obiettivo.

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