Cartoline da Tunisi – 3. Una giornata di cui bullarsi

Questa mentre si svolgeva avevo già deciso di raccontarvela, doverosamente.
Istruzioni semplici per la lettura: abbandoniamo il formato cartolina anni ’80 per abbracciare quella del filmino primi anni ’90, quelli fatti con immagini traballanti, zoom flashanti e telecamera da un chilo e mezzo con i cassettoni a nastro ingresso laterale, microfono tipo televisione con cuffietta in spugna, eccettera, eccetera. Preparate i pop-corn, se avete tempo. E dimenticate di trovare indicazioni utili sui luoghi citati o su come visitarli. Siete avvisati: se arrivate infondo poi non lamentatevi.

Scena 1. La giornata inizialmente appare prodiga e generosa. Colazione coloniale a base di cose che solo nella migliore Germania: un salsicciotto di carne liofilizzata, un pezzo di formaggio arancione, un po’ di uovo sbattuto. Previsioni del tempo che regalano sole su tutto il Nord Africa. Beviamo un ultimo bicchiere di sidro allungato con l’acqua, sorridiamo alla cameriera che con uno sguardo minaccioso ci invita a lasciare la sala ‘che son già le 10 e voi siete i soliti italiani perdigiorno‘, ci guardiamo e decidiamo che, sì, è il giorno giusto per andare a visitare le famose rovine sotteranee di Bulla Regia, nel cuore dell’antica Tunisia romana.

Scena 2. Giungiamo alla stazione dei louages. I louages sono dei camioncini che fungono da maxi-taxi: arrivi in un piazzale sterrato pieno di pulmini tutti uguali in cui ogni autista urla la sua destinazione. I passeggieri confluiscono nel piazzale, contrattano un prezzo, si infilano sul pulmino che va verso la loro destinazione. Quando il pulmino è colmo, si parte. Il piazzale dei louages di Tunisi non è enorme, ma contiene un formicaio umano, furgoni e venditori che sguazzano in un campo di ghiaia che con le pioggie d’inverno si riempie di un’acqua grigia e nefasta. Fogna, se vogliamo dir così. Noi ci arrabattiamo chiedendo dove si prenda un pulmino – se c’è – che porti a Jendouba, il paese più vicino alle rovine nostra meta eletta. E’ incredibile come, in quel casino lì, loro si muovano con un ordine che non appare, come abbiano le idee armonicamente chiare. Chiediamo e ci danno indicazioni chirurgiche come se i furgoni che a noi sembrano incasinati a caso abbiano invece una disposizione razionale, quasi studiata. Insomma, il terzo a destra partendo dal fondo. Ci mettiamo un po’, saltiamo tre pozzangheroni di melma grigiastra, contrattiamo, ci infiliamo, e poco dopo partiamo.

Scena tre. Nella vita è così, ti capita un posto che non ti scegli, te lo becchi e punto. E ti trovi a recitare una parte che mai avresti pensato tua. Io quel giorno lì son capitato nel sedile laterale della seconda fila, quello di fianco al portellone, e mi sono trovato a fare il portinaio, l’usciere, il co-pilota o chiamatelo come volete voi. Non è mica facile fare l’usciere, su un furgone, in un paese dove parlano arabo. Più o meno va così: lui, l’autista, ad un certo punto si ferma e tu devi capire se si ferma per i fatti suoi, tipo andare a prendere le sigarette, o se per far salire qualcuno. La prima volta vivi un attimo di incertezza, poi inizi a leggere i sengali e alla fine del viaggio vai in automatico, ti sembri quasi bravo. Lui si ferma e non ti si fila, si ferma come se niente fosse, come fosse naturale fermarsi lì, in mezzo al nulla. Tu apri il portellone, un capannello di persone ti si accalca davanti e ti chiede, probabilmente – probabilmente perché te lo chiede con suoni a te incompresi -, dove siete diretti. Tu sulla base della tua supposizione dici: ‘Jendouba!’ e i tre quarti di quelli che ci sono lì si allontanano con aria spazientita, quasi fosse colpa tua, che andate a Jendouba e non dove vorrebbero loro. Che li capisco, magari aspettano lì in mezzo, nel nulla, da ore. Ne rimangono uno o due: saluti cordialmente con il tuo stentato francese e il sorriso che in queste situazioni, qualcosa ti consiglia, è meglio non farsi mancare. Fai un cenno goffo, da maggiordomo, con la mano, ‘prego, si accomodi‘, risali a seguito del nuovo passeggero, chiudi energicamente il portellone e fai un secondo gesto come a dire ‘andiamo‘. Lo fai più per darti un tono, che per altro. Lui, l’autista, non ti si fila nemmeno in questa occasione. Dopo 3 ore di viaggio e portelloni aperti e chiusi, capisci di aver avuto un ruolo davvero quando, alla fine, arrivati a meta, e lui, l’autista, con quel po’ di francese, ti chiede dove è salita quella ragazza che sta nell’ultima fila. Te lo chiede e ti spiazza, che tu, francamente, non te lo ricordi, dove è salita, e tanto meno ricordi il nome di uno dei paesini in cui vi siete fermati prima, così, da dire a caso, per non far figura. Sbuffa, l’autista, come a dire ‘lasciamo perdere‘, fa una smorfia di fastidio nei tuoi confronti e tu pensi: non mi assumerebbe mai.

Scena quattro. A Jendouba, bancarelle, mercato, polli e ovini che pascolano tra le vie strette del paese, ragazze col velo e i jeans aderenti, cerchi un taxi che porti a Bulla Regia. Ne trovi uno. Macchina tamarra, tassista rude, se mi si passa il termine: 120 all’ora per le strade strette che portano alle rovine. Il cielo sia con noi. Arrivato, gli chiedi se gentilmente può venirti anche a riprendere, fra un paio d’ore, che lì di taxi non se ne vedono e sai com’é. Lui fa cenno di sì, ma non si sa se in quel suo dialetto locale avrà davvero capito. Ci fidiamo: non abbiamo altro da fare.

Scena cinque. Bell’ingresso alle rovine, dopo mezzagiornata di nulla agreste quasi sorprendente, che sa di turismo monumentale, quello con i cappellini, gli occhiali da sole e le macchine fotografiche. Molto Italia, in un certo senso. Facciamo due passi dentro l’ampia area recintata e sopra di noi s’aggrumano a velocità incredibile nuvole nere, si alza un vento teso: presagio di sventura? Ti conforti con le previsioni meteorologiche viste il mattino, a colazione, sul quotidiano locale: sole pieno su tutto il Nord Africa! Sarà una nube passeggera, pensi, e fai un passo dentro la reception. Finito di colloquiare con il receptionist, rimetti la testa fuori e avverti una pioggerellina lieve. L’omino della reception ti vede abbigliato come uno che deve andare in spiaggia e ti offre un ombrello, che può servire. Lo accetti.

Scena sei. Cammini per i resti della città romana di Bulla Regia e ti accorgi che è molto più ampia di quanto pensassi e che le ville sotterranee, la vera chicca del sito, sono in alto a una collina e ci vorrà un po’ di cammino. Intanto leggi la guida: ‘La città fece parte del territorio conquistato da Scipione l’Africano, nel 156 a.C. divenne capitale della Numidia, regno satellite di Massinissa. Sotto il regno dei Numidi, crebbe una cittadina prospera, basata sulla coltivazione dei cereali. Monumenti e un nuovo impianto urbano furono voluti per dimostrare la floridità dell’economia cerealicola della città‘. Ascolto la lettura e più ascolto e più mi convinco  che il termine ‘bullarsi’, a questo punto, deve derivare da questi qui, che erigevano palazzi e raffinavano la città per dimostrare il loro valore. Bullarsi a Bulla Regia, per dire. I miei compagni di viaggio mi guardano con uno sguardo che dice pressapoco così: e tu saresti un professore di geografia? Vergognati! Poca ironia, tra me e me, penso.

Scena sette. La pioggerella diventa acquazzone e non siamo neanche a metà strada. Decidiamo di continuare la visita: insomma, abbiamo viaggiato mezza giornata per arrivare fino a lì, sarà mica un po’ di pioggia a fermarci. Qualche metro ancora e la pioggia diventa grandine, tira un vento e il cielo s’è fatto nero fosforescente. Lo so, non esiste, il nero fosforescente, ma, se esistesse, avrebbe quel colore lì. Ci guardiamo in faccia e sotto i fulmini, e la grandine, decidiamo che è meglio scappare, letteralmente. E allora scappiamo, scappiamo perdendo il viottolo del ritorno. Finiamo in una sterpaglia, in mezzo alle pecore, che pure loro scappano, e cercano riparo sotto alle palme. Cerchiamo un tetto, una fronda, ma siamo in mezzo alle sterpaglia e piove e grandina e sbuffa sempre di più e sotto le due palme che ci sono ci sono le pecore, ormai. In questa atmosfera surreale risuona dalla lontana moschea di Jendouba, a qualche chilometro da lì, il pomeridiano canto del muezzin: un film paradossale. Sullo sfondo immobile, oltre che nero fosforescente, della campagna, fissi come in un quadro, ci osservano quattro pastori berberi che richiamano le pecore da sotto i loro turbanti smeraldo. Sembrerebbe una visione onirica, non fosse per l’acqua che ormai ci scorre sotto i vestiti e il freddo, porco.

Scena otto. Ritorniamo finalmente alla reception attraverso gli sterpi. Ci sistemiamo nel piccolo baretto tutti fradici. Fa un freddo assurdo e siamo a mezzagiornata di viaggio da casa, senza cambi di abbigliamento possibili. In cerca di  calore ci uccidiamo di caffé, che è l’unica cosa presente nel bar, e attendiamo il ritorno del tassista, senza aver visto nemmeno un terzo del sito, nostro obiettivo di giornata. Va bé, ora l’importante è sopravvivere e tornare, che poi vuol dire sopravvivere. Lo so, è un po’ estrema, ma in quei momenti lì. Tra un caffé e l’altro ripensiamo alle previsioni del tempo del giorno prima. Ma vaffanculo, sono convinto, qualcuno l’ha detto. Non era il receptionist. E poi è arrivato, puntuale come uno svizzero, tamarro, il tassista.

Scena nove. Al piazzale dei louages di Jendouba il tassista che ha capito che dobbiamo tornare a Tunisi parla in dialetto con gli autisti. Gli dicono che no, piove e ormai sono le 17, risultato: non ci sono più furgoni che tornano a Tunisi (in Tunisia quando piove è un po’ come quando nevica a Roma, non so se mi spiego: imprevedibili calamità naturali). E a noi, quando sentiamo dir così, già infreddoliti, ci si gela un attimo il sangue, vediamo una notte incerta e lunga davanti a noi. Il tassista che non parla una parola di francese ci fa cenno di risalire, noi ci fidiamo, ci dice ‘treno‘. Noi pensiamo qualcosa come: va bé, vediamo. Nessuno lo dice, ma è scritto sulle facce. Ci scarrozza gratis fino alla stazione e ci lascia lì, non vuole di più, lo ringraziamo del gesto, che poi, adesso lo sappiamo, ci avrebbe consentito il ritorno. E la salvezza. O almeno, più realisticamente, di evitare una bronchite.

Scena dieci. E ultima, peraltro. In stazione leggiamo l’orario: il prossimo treno sarà in tarda serata e già ci vediamo tornare a Tunisi di notte. Che non fossimo bagnati fradici, niente di male. Il bigliettaio con una certa flemma ci fa i biglietti e ci dice di recarci già sul binario. Già? Il treno delle 14 è in ritardo di tre ore, infatti, e si è appena fermato sui binari. Un tizio  sbraita all’uscita che da sui binari e contribuisce a far salire in noi la tensione: questo qui, l’ho capito dopo, quando ormai comodo sul sedile del treno, fa il lavoro della voce meccanica che da noi annuncia arrivi e partenze. Lì c’è uno che grida e fa pendant con il chiasso consueto, invita, diciamo energicamente,  i passeggieri ad imbarcarsi sul proprio treno. A noi ci sembra un regalo divino. Un treno in ritardo di ore e con le porte che sembrano lì aperte apposta per noi. Saliamo e, coccolati dal caldo del convoglio, dimentichiamo presto tutto, la pioggia, il rumore, il disordine, l’odore di piedi che impera nel vagone. Ci asciughiamo e guardiamo fuori dai finestrini paesaggi grigi, intrisi di pioggia, Tunisia che sembra Romania d’inverno, e che passa lenta come lento è il procedere del treno nella landa.

Anche questo, in qualche modo, è viaggiare: una giornata di cui bullarsi, a Bulla Regia.

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