Cartoline da Tunisi – 4. Capodanno mon amour

Il tema della cartolina (postuma), meglio dirlo subito, è il capodanno. Peraltro si sarà intuito. Comunque non  ne parliamo in generale, no, qui si parla dello scioccante capodanno tunisino. Provo a raccontare.
La sera dell’Ultimo è incominciata così, che siamo stati a mangiare in un ristorante etnico. Effettivamente non ci pensi mai che un ristorante etnico, senza ulteriori etichette, in verità non è etnico, perché se è etnico senza rappresentare un’etnia non è etnico. Si capisce? Entriamo in un posto pieno di incensi e luci basse, quasi buio. Facce dei camerieri che si perdono dal Pakistan al Mali. Sulle pareti campeggia tutto il peggio del kitsch di tutti i paesi poveri del mondo, messi insieme: animali imbalsamati, drappi e pendagli, teste di tigre, vascelli in miniatura, legni intarsiati, maschere tribali, pinne di squalo essiccate, soffitti arabeschi, fiaccole, reti da pesca, retini per farfalle (ma della corretta definizione di questi ultimi, no, non son sicuro). Sembra il bazar della globalizzazione. Sfigata. Mancano solo loschi figuri vestiti da pigmei tra un antro e l’altro, il bracconiere occidentale vestito da safari e avremmo fatto l’emplein.
Pensiamo comunque di mangiare cous cous, dato che siamo a Tunisi e non si capisce. Magari aiuta. A capire, dico. Ed effettivamente ci confermano che siamo a Tunisi – nonostante la location – poco dopo: per un imperscrutabile caso del destino, il cous cous, è finito. E allora ci sentiamo a casa e ordiniamo, con l’ostentata disinvoltura di chi vuol sottolineare conoscenza di usi e consuetudini, qualche pietanza a base di pesce e aglio,  e un vino rosato degno della peggior tradizione italiana.
Nel ristorante etnico più global che io abbia mai visto, se ti fermi un attimo, tra un boccone e l’altro, e ti guardi intorno, il pensiero disorientante ti assale: potresti essere nello stesso momento a Shangai, Città del Capo, Los Angeles, Burgos, Cincinnati, Bandung, Pavia. Non cambia un fico secco, nel ristorante etnico senza ulteriori aggettivi qualificativi. Etnico per tutte le stagioni. E le latitudini. Ça va sans dire.
Dopo la cena usciamo nella main road, dove, noi, occidentali un poco ossessionati, immaginiamo si stia preparando la festa. Passeggiamo per la strada principale – che in tutte le altre sante sere, infrasettimanali e festive, pullula di vita brulicante – e non c’è un’anima. E nemmeno un negozio, che so, un bar, aperto. Niente. Vorremmo tirar notte bevendo chinotto, caffé, una tisana al finocchio, birra, qualsiasi cosa, ma niente. Ce ne facciamo una ragione. Del resto l’hai voluto te, occidentale fissato, un posto dove non si festeggia il capodanno. La vecchia storia della bicicletta e della necessità di pedalare. Proseguiamo la nostra passeggiata.
Quando dopo un centinaio di metri trovi una ragazza che ha uno sguardo che ti convince, provi a chiederglielo… com’è che non c’è in giro un cane? Si festeggia in casa il capodanno, da noi, risponde lei, un po’ sorpresa. Come per voi il Natale, dice. Ah, ecco. Eh, infatti. Blateri, e come professore di geografia non è che ne esci bene, no.


Decidiamo di recarci verso la torre dell’orologio: niente di british, sia chiaro. Si tratta di una specie di campanile dorato, tamarro e rilucente di luci smeraldine che si accendono e si spengono, tipo Tour Eiffel degli ultimi tempi.
Intanto, mentre vi dirigete, sei preso a osservare tutto il vuoto lasciato da una città per solito ingombra di umanità. Osservi e non ti accorgi che agli angoli, tutt’intorno, stanno spuntando uomini in divisa, mimetica. Quando te ne accorgi, e scorri con lo sguardo il filo dell’orizzonte, ti rendi conto che sei finito in una specie di recinto. Hanno steso il filo spinato intorno e sopraggiungono dalle laterali altri uomini, sempre mimetici, e camionette, e persino i carroarmati. I carroarmati? Gente normale si sgomenterebbe, ma tu, tu occidentale un po’ pirla, quasi ti rassereni, ti crogioli: ah, vedi che allora a un certo punto anche qui arriverà un’incontenibile orda di festaioli! Dopo questa prima, immotivata, reazione di serenità, inizi però a porti ulteriori questioni, tipo: ma che ci fanno tutti questi militari? chi aspettano? degli assassini? un’orda barbara? dei manifestanti? dei festanti senza mani? chi? E questa certa angoscia derivante dal non avere risposte davanti al plotone di esecuzione – peraltro pronto ad eseguire – è acuita dall’assordante silenzio che sale dai vicoli della città. Più buia, più vuota e spenta, di ogni altra sera, da un anno a questa parte.
Alla fine, ad uno dei tuoi colleghi di viaggio, viene l’illuminazione: forse non vogliono che si festeggi e così usano questi metodi decisamente convincenti. Al che, mentre lui lo dice, tu, come si dice nei film americani, ti senti vagamente in gabbia, con le spalle al muro. Ti guardi un attimo perplesso intorno, nessuno lo dice, ma stanno tutti valutando se rientrare, in fretta, in albergo, al sicuro, a guardare la presunta imminente guerra civile dalla finestra, come i giornalisti della CNN. Ti guardi un attimo, stai per desistere, quando vedi una coppia di austriaci coi sandali, le calze a mezzo polpaccio e i pantaloni corti da montagna, sfilarti davanti. Si tengono per mano e vanno verso la torre orologiata, serafici. Allora tutti pensano: se vanno verso la torre loro due, vestiti in quel modo lì, possiamo andare anche noi. Come a dire che se si dovesse scegliere prima chi fucilare, anche un tunisino fucilerebbe uno che mette i sandali con quelle calze lì, a mezzo polpaccio. Il ragionamento non fa una grinza, convince e la tensione si scioglie. Li seguiamo a ruota.
Dopo tutto questo ragionare arriviamo sotto la torre che mancano cinque-sei minuti a mezzanotte. Noi, un po’ fissati, siamo anche quasi emozionati. Intorno il vuoto pneumatico.
Quando mancano due minuti sotto l’orologio e la sua impalcatura rilucente e tamarra, oltre a noi e ai due austriaci vestiti da campeggio, si assiepa una piccola folla di dodici tunisini, che probabilmente non ha trovato niente di meglio da fare o che passava di lì, per caso. Così siamo in prima fila quattro turisti, dodici civili tunisini e centoventi militari pronti a sedare eventuali festeggiamenti troppo generosi. Quando scatta la mezzanotte, me ne rendo conto, sto vivendo il capodanno più silenzioso della mia vita. Altro che le ordinanze di Pisapia. I dodici civili applaudono, quasi come fossero a teatro – ma uno di quelli molto seri -, i due austriaci si fanno le foto con dietro l’orologio che segna la mezza, i militari applaudono anche loro, ormai dalla seconda fila, un po’ sbracati, che il pericolo è sfumato. A cosa applaudiranno tutti, ce lo domandiamo, noi che guardiamo la scena con delle facce tipo pesce farcito al forno. Che poi, infondo, ma sì, va be’, e applaudi anche tu.
Qualche clacson giunge dalla lontana arteria stradale, dove il traffico scorre insolitamente rado e regolare, ti guardi con gli altri, sorridi, giri le spalle alla torre e segui i militari sulla via del ritorno. Loro verso la caserma, con i loro carri, baionette e camionette, tu verso l’hotel e senza neanche aver bevuto un caffé. La città pare già dormire, in un bel silenzio scenico.

Annunci

2 pensieri su “Cartoline da Tunisi – 4. Capodanno mon amour

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...