L’industriale

L’industriale è un film che parla di adesso, qui intorno. Come direbbero quelli che scrivono sui giornali: è uno spaccato dell’Italia contemporanea. Che io l’avevo già letta, questa cosa, dello spaccato. E’ un po’ lei che mi ha convinto. Così, sono uscito sul presto e mi sono seduto sulle poltroncine – quelle tipo sedie da ufficio, ma rosse – di un cinema di provincia, e ho apprezzato senza battere ciglio.
La storia tiene inchiodati (alle poltroncine), infatti, e lascia un po’ sgomenti. Lascia un po’ così secondo me proprio perché, fuori, oltre le mura della sala, quella dove eravamo noi stasera, non scorre un film molto diverso. La manovra Monti, la cass’integrazione, il lavoro che ruba la vita, il potere sempre uguale a se stesso, un inverno freddo. Allora mi sono detto che è proprio uno spaccato, come dicono quelli che scrivono sui giornali, più che altro perché si vede fuori. Come un muro con la crepa che si vede di là. E mi sono detto anche che la tensione, chi lo sa, magari è quasi paura di trovare nel film  pezzetti di domani, quello che sarà.
Infine, anche questo: io lo rivedrei anche muto. Non dico in bianco e nero, perché in bianco e nero lo è già, ma lo vedrei muto perché ha una fotografia che basta da sola, questo film. Torino ai tempi della crisi fermata sulla pellicola da piani lunghi bellissimi, qualità che rende il lungometraggio uno di quelli, non molti, che riguarderei, anche presto.

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