Da Trieste a Istanbul in bicicletta

Ho finito di leggere Tre uomini in bicicletta. Un libro che mi ha regalato il mio amico Jacopo e che parla di tre uomini che vanno in bicicletta, appunto; fino a Istanbul, partendo da Trieste. Perché lo fanno, è una domanda legittima. Lo fanno per capire cos’è Oriente, dicono, e per provarci, anche. Provare a fare un viaggio così, con la bici, la sacca e punto.
Il libro, che poi è la restituzione addensata di un blog di viaggio, dice tutto il percorso attraverso la penna di Rumiz, maestro viaggiatore di Repubblica, e le vignette di Altan,  vignettista prestato per l’occasione alla fatica e al sudore.
Prima di un libro piacevole, l’ho trovata una grande idea, un gesto bello. Politico, se mi si consente il termine, che oggi, insomma, va be’. Andare in bicicletta, cioè sostanzialmente nudi, per forza di cose aperti ad ogni incontro, per posti martoriati dalle guerre e dalla dimenticanza. Un’idea talmente bella che mi metterei in sella adesso, senza allenamento, e tornerei a casa alla fine dell’estate prossima con il sedere a forma di sellino.
Ecco, e adesso, se consentite, ve ne vorrei leggere un paio di righe, dalle pagine conclusive…

Oggi rieccomi a Oriente, sotto un’altra luna, lungo un altro Danubio, alla ricerca di un altro Islam, in un’altra terra di pastori-guerrieri che ha inghiottito eserciti e imperi. Eppure, anche qui, alle porte del Karakoram, degli spazi nomadi dell’Asia centrale e del Turkestan cinese, mi sento a casa. Passano altri solitari viaggiatori su due ruote – svizzeri, americani, inglesi, francesi – gruppetti con sacche enormi in fuga verso la Cina. Anche loro sono rapiti dall’accoglienza dei montanari d’Oriente, dal loro modo di intrattenere il tempo, dal ‘no problem’ e dal gusto della lentezza. Non è facile collegare la fama guerriera di queste genti con la rilassatezza di queste notti passate come a casa propria, tra uomini capaci della stessa gestualità e dello stesso linguaggio.
Ma di colpo, in quel bivacco accanto al lampo bianco di una cascata, la linea rossa così a lungo cercata finalmente appariva. Stava lassù a nord, al culmine della strada, infondo all’Indo, oltre i 4.700 metri del passo Kundjerab, ai confini della Cina. Là dove i dirupi del Karakoram diventano gli altopiani del Pamir, c’era quello che avevo cercato inutilmente fino a Istanbul: l’ultima frontiera. Lì moriva il mio Oriente e iniziava un altro pianeta. E lì, a quattromila chilometri dal Bosforo, finalmente Alien si mostrava.

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