Il Cepu, la ricerca, la laurea

Nella bozza del decreto semplificatorio alcune novità anche per l’università. Gli assistenti dovrebbero progressivamente sparire e i ricercatori tornare a fare i ricercatori. Verranno levati un po’ di contributi (di quelli stanziati ad hoc dalla Gelmini) per le università telematiche (leggi Cepu e affini). Dopo le polemiche sui concorsi blitz, i bandi per i posti da ricercatore dovranno essere pubblicati in «Gazzetta Ufficiale». E queste ci sembrano cose normali, buone  e giuste.
Diverso pare il discorso per le svalutazioni del voto di laurea all’interno di concorsi pubblici. Il voto di laurea – parlo secondo me – esprime la sintesi di un’intera vita universitaria e non vedo come persone che hanno avuto carriere universitarie diverse, per impegno, tempistiche, qualità dei risultati, siano da valutare alla stessa stregua nell’ambito di un concorso. Certo che le prove specifiche devono avere un peso, ma all’attuale stato delle cose, nei concorsi pubblici che mi è capitato di partecipare, non ho mai visto questo grande peso affidato al voto di laurea. Anzi. E’ un po’ come per la maturità: continuo a pensare che se si hanno numerosi anni di valutazione alle spalle sia scorretto dare troppo peso alle prestazioni di tre giorni in croce. Risolvere tutto facendo tabula rasa non mi sembra un’idea eccezionale e mi allarma ancora di più essendo l’attuale esecutivo di governo composto di docenti universitari.
Qui, se si vuole, un articolo che approfondisce un po’ di più alcune di queste novità.

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