Non siamo abituati – 2

Questa mattina sono uscito di casa verso le 6.30, per andare a Sesto San Giovanni. E fino a qui, niente di strano in una mattina di Brianza.
Mi sono venute in mente un paio di cose nelle due ore che ci ho messo per arrivare a Sesto San Giovanni, coi mezzi. Perché, dovete sapere, ci ho messo proprio due ore. Due ore e passa per fare neanche venti chilometri. E volevo riflettere su due cose insieme a voi, due cose pensate in due ore, se voi mai voleste riflettere con me.
La prima cosa su cui vorrei riflettere, e si capisce bene già dal titolo, è che non siamo abituati alla neve. Noi non c’abbiamo la cultura della neve, come sentivo dire a un tizio, mentre azzannava un cornetto, al bar, stamattina. La cultura della neve.

Corsa semplice
Sono uscito che era notte fonda. E ancora nevicava. Una scena quasi da Ucraina. Solo quattro indomiti studenti insciarpati ad attendere un autobus che sarebbe potuto non arrivare mai. Una scena immobile, in un silenzio di cristallo. Mentre raggiungevo la vicina locanda, semi-illuminata, per comprare un biglietto dell’autobus, pensavo tra me: in dieci minuti siamo in stazione, non c’è in giro un’anima e le strade sono abbastanza pulite.  In perfetto orario sbucano all’orizzonte i fanali dell’autobus. Saliamo. Siamo relativamente pochi. Molti studenti devono aver optato per ‘mamma, c’è giù la neve, a scuola non ci andrà nessuno, vado in classe a fare un razzo‘. E la mamma li ha lasciati a casa. Comunque, siamo in pochi: un paio di impiegati che vanno a Milano, un terzetto di badanti che hanno fatto la notte o che si apprestano a fare il giorno, una mezza classe di studenti, un muratore e un insegnante, che poi sarei io. Non facciamo due chilometri che all’altezza di un incrocio ci impaliamo: una coda che avanza a passo d’uomo e che non ha termine nell’orizzonte visibile. Come se nel giro di quei due chilometri  lì fossero tutti scesi dal letto, avessero  tutti azzannato il cornetto, tutti infilato le scarpe, e si fossero tutti messi alla guida, contemporaneamente. Risultato: una signora che con una pesante borsa cammina lungo il marciapiedi di fianco all’autobus lentamente ci lascia indietro.
La strada però a me pare pulita e il tempo irrimediabilmente, inspiegabilmente, lungo. Son due cose che non stanno insieme, devo aver pensato, pulendo il vetro dalla condensa. Anni fa, ma neanche tanti, quell’autobus lì, lo prendevo ogni mattina, e non è possibile che oggi ci metta così tanto di più. E così ho chiesto a uno studente, seduto lì, di fianco a me: ma tutte le mattine fate ‘sta vita voi? E lui mi ha detto che no, che, guarda, sono già le 8 e noi di solito alle 8 siamo già a Monza, in classe, e oggi non siamo nemmeno alla stazione di Arcore. E sia io che lui, entrambi,  davanti a tanta evidenza, abbiamo fatto lo sguardo di quelli che si domandano il perché. Il perché la strada è pulita eppure il traffico lentissimo. Se non è assenza di cultura della neve questa!
Arrivato in stazione dici, be’, sul treno non ci saranno problemi, mica c’è il traffico sui binari. E invece. Invece, assenza di cultura della neve, sia. Io, intanto, mentre aspetto il treno in ritardo, mi avvicino a un cestino per buttare il biglietto usato dell’autobus. Prima di gettarlo gli do uno sguardo: c’è scritto ‘Corsa semplice’. Tra me, ho pensato: che burloni. E l’ho buttato.
E questa qui è la prima considerazione che volevo fare, che noi, qui, non siamo tanto abituati, alla neve.

Estetica anni sessanta
Poi, ecco, poi siamo arrivati a Sesto, che è dove dovevamo arrivare, io con degli studenti, ad un incontro sulla Shoah. L’incontro si teneva alla sede dei sindacati, in un posto che sul volantino c’era scritto: salone unitario dei sindacati lombardi. Io, non so perché, ma arrivare in mezzo agli alti palazzoni di Sesto in un posto che chiamano ‘salone unitario’, mi immaginavo una sala conferenze della madonna. Arriviamo invece che sembra di entrare nel cortile di un palazzina di ringhiera, e, al salone, accediamo da una porta sul retro, una di quelle dove i ristoranti di solito tengono i cassonetti, per intenderci. Dentro: una saletta color crema e vagamente demodé. Avremmo dovuto essere centinaia, nella saletta, ma molti colleghi avranno telefonato ai loro presidi dicendo: ‘preside, c’è giù la neve, al salone unitario non ci andrà nessuno, andiamo a Sesto a fare un razzo‘. E i presidi li avranno lasciati a casa. Esattamente come i genitori coi figli.
Allora eravamo lì, in questa luce fioca, color seppia, i muri un po’ scalcinati, quegli appendini che ce li avevo io in classe, alle elementari, negli anni ’80, gli uomini del sindacato, tutti di mezz’età, vestiti con maglioni un po’ infeltriti e quello, l’unico, in giacca, con una di quelle giacchette grigie a quadratini, che neanche la domenica al bar nel ’46. E insomma, ecco, tutto era ammantato di questa estetica profondamente sixties (sixties italiano, però). Fuori dal tempo, come se lì dentro tutto si fosse fermato, come se fossimo ancora nella rossa Sesto di qualche decennio fa:  al posto degli impiegati, gli operai. Poi hanno acceso un proeittore e un portatile e l’incantesimo (o l’incubo, a seconda dei punti di vista) è svanito.
Ma a me è rimasta fortemente impressa quella sensazione lì. Anziani che ripetono gesti di un altro tempo, allo stesso modo, lì, nello scantinato sul retro, con la luce seppia, i maglioni di feltro e le toppe sui gomiti. Ho cercato nella mia mente dove avevo già vissuto, almeno in parte, quella sensazione lì. E, alla fine, io, l’unica sensazione così, almeno un po’, l’avevo vissuta in alcune sedi di circoli di partito, qui, della zona. Sindacati e partiti, e la loro estetica anni ’60, i loro anni d’oro. Bolle ferme nel tempo, rimaste vuote di significati contemporanei. Una parte molto importante di quel periodo là, uno dei buchi vuoti di questo momento sociale qua.
Così, non arrivo a capire bene perché mi abbia colpito il tutto, forse mi è parso che in quell’immagine lì, del portatile in mezzo a un’oasi anni ’60, ci fosse la sintesi e la spiegazione di chi siamo, da dove e da chi discendiamo e dove stiamo andando. Cioè da nessuna parte, per istinto, mi è venuto da pensare, devo essere sincero, guardando quella scena lì, pensando a quella sensazione lì.
Magari voi guardando le cose da fuori vi farete un’altra idea, capirete meglio. Ecco, poi, nel caso, se capite, lo dite anche a me? Grazie.

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