Ad Auschwitz

Ad Auschwitz mi chiedevo davanti a ogni vetrina in cui oggi sono isolati i resti dell’orrore come mai gli studenti fossero così interessati a stare fermi a guardare una pila di valigie o una di pettini o un mucchio di capelli. Mi chiedevo cosa cercavano tutti quegli occhi scrutando lì dentro, oltre il vetro. Ad un certo punto una studentessa di una scuola che non so, davanti a una di queste vetrine, quella delle valigie, si è avvicinata alla giovane ragazza polacca che ci faceva da guida e le ha chiesto come mai avessero scelto di ammucchiare dietro ai vetri proprio quegli oggetti lì: scarpe, valigie, spazzolini e pettini. La guida le ha risposto così: che sono oggetti che hanno molto più valore del loro aspetto e le scarpe son la libertà di andare, le valigie son le aspettative che riponi al sicuro e ti porti nella vita,  spazzolini e pettini l’intimità che curi. Tutte cose che i campi di concentramento aggredivano e annullavano insieme alla vita e alla dignità. E allora ho capito cosa, più o meno consapevolmente, i miei studenti, ma anche quelli degli altri, cercavan guardando là in mezzo.

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