Se si riduce l’individuo alla sola dimensione sessuale

Tra impiccagioni, tergiversamenti, e cortei contro l’aborto, l’etica ridotta a etica sessuale, condivido volentieri questa pagina di Galimberti che aiuta, come spesso accade, a rimettere in ordine le idee.

Non è dal sesso che bisogna partire per capire qualcosa dell’omossessuale e quindi anche dell’eterosessuale. Perché delle due l’una: o si è convinti che la dimensione sessuale sia la dimensione fondante l’intero essere umano, e quindi in grado di esaurire ogni espressione e ogni legame affettivo, oppure si ritiene che ciò che lega due persone è un’attrazione che è sempre e prima di tutto intellettuale ed emotiva, cognitiva e comportamentale, e dunque solo dopo anche sessuale.
Nel primo caso l’omossessuale è “un diverso per natura”, nel secondo caso è un’espressione tra le molte in cui l’affettività umana può esprimersi.
La riduzione dell’espressione umana e delle relazioni tra individui alla sola sessualità porta infatti a considerare sessualità deviata quella sessualità che non conduce a procreazione, semplici eventi sessuali le manifestazioni affettive nella loro pluralità, risolvendo la richezza dei moti dell’anima nella “semplicità” delle macchine genetiche, abolendo d’un colpo la specificità dell’uomo.
Il problema dell’omosessualità va invece riportato a quel livello in cui la tematica non è la sessualità, ma finalmente l’affettività, in tutte le forme in cui la specie umana sa esprimerla. E con l’affettività la democrazia, non come semplice rispetto e accoglienza del “diverso”, ma come consapevolezza che la diversità è il tratto costitutivo di ciascuno di noi, perché, a differenza degli animali, gli uomini non sono ‘genere’, ma ‘individui’. Gli esponenti della Chiesa e della Politica invece proseguono a guardare l’omosessualità come un genere (il genere del disordine morale, quando non naturale), e non alla storia dei singoli individui, alla qualità delle loro singole e irripetibili relazioni affettive, al diritto che essi hanno di poterle esprimere nel contesto sociale, dove al pari di tutti hanno il diritto di vivere ed esprimersi. Ho detto “diritto”, ma potrei dire anche “dovere”, perché in fondo che cosa chiedono gli omosessuali se non doveri di convivenza, di responsabilità famigliare, di accettazione dell’altro, e anche di quell’altro che ciascuno di noi è per se stesso?

U. Galimberti

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