La Bulgaria in seconda classe

Lavare al volo i vestiti, riordinare le cose, cambiare le mappe, l’alfabeto e via verso est. In lungo e in largo per le terre bulgare, dai confini macedoni a quelli rumeni, dai confini turchi a quelli greci, esplorare utilizzando come unici mezzi il treno e le scarpe.
Ad illuminare il viaggio diversi motivi. La passione per le terre di là dall’Adriatico, per i mondi sopravvissuti e quelli scomparenti. Le letture sedimentate negli anni e, tra tutte, questa volta,  parole di Paolo Rumiz:

“L’Oriente non sta in Asia, comincia in Europa. Basta scavare sotto quel freddo monosillabo che si chiama Est. L’Oriente comincia a Vienna, a Trieste, a Berlino. Comincia col primo profumo di Kebab, tra i nuovi immigrati, dove si inizia a percepire l’Altrove. Un Altrove, ancora famigliare, nostro. E’ un luogo di scontro, di guerre fra poveri, certo. Ma anche di sintesi, dove l’Islam convive con il buon vino, la lentezza asiatica col gusto del buon vivere. Una transizione lenta, carica di simboli e di magia, verso le terre del mattino. Un arcipelago di microcosmi sopravvissuti non si sa come alla bufera dei totalitarismi. Esattamente quello che di questi tempi di muro contro muro cerchiamo di non vedere. Dimentichiamo tutte gli spazi di mezzo. La logica “atlantica” dell’Occidente non ci fa più gustare la complessità di questi luoghi intermedi. La Mitteleuropa, il Mediterraneo, il Medio Oriente. C’è una deriva di questi luoghi, che si allontanano dalla nostra immaginazione di europei. Le bombe su Baghdad sono solo una conseguenza.
Il gelo dell’Est ha consentito che pezzi d’Oriente sopravvivessero. Diceva Ripellino: povera Praga, più cercano di sovietizzarti, più profumi di muffe asburgiche. Verissimo. Il mondo di ieri è ancora lì, straordinariamente intatto. Ma oggi tutto è in bilico, allo sbando, pronto a essere inghiottito dal nuovo totalitarismo del mercato e dalla nostra sazia ignoranza. E’ questo che mi spinge a vedere quei luoghi in fretta, più in fretta possibile. Verso le terre del mattino. Morgenland si dice in tedesco, parola bellissima. Per me viaggiare è sinonimo di cercare l’alba. E’ da quegli spazi nomadi che viene tutto. I nostri monoteismi, la spinta delle masse umane migranti. E poi, “orientarsi”, non viene forse dalla parola Oriente?”.

La scelta di prenderci il tempo giusto per visitare esclusivamente lo spazio rettangolare tra il Mar Nero e il Mar Egeo deriva da questa consapevolezza e prosegue i sopralluoghi degli anni precedenti in Romania e nei Balcani.
L’idea del treno e dell’andare a piedi – me lo leggerete scrivere fino alla nausea – deriva dalla voglia di concederci il tempo. Il treno è ottimo veicolo di geografia: non solo taglia il paesaggio, ma porta in mezzo alla gente, quella che va al lavoro, quella che si sposta dalla campagna al mercato, quella che non si finge. Sui treni locali rumeni (vedi qui o qui) vedemmo immagini che visitando i centri delle cittadine transilvane non avremmo immaginato, sentimmo l’odore della povertà che non sta certo sui lastricati asburgici delle cittadine dell’Est. Scegliamo il treno anche per economia. In Bulgaria spostarsi in treno da Varna a Sofia – due città importanti poste ai due lati del paese – costa 24 lev, 12 euro, non so se mi spiego: con dieci euro attraversate il paese. E’ un mezzo infinitamente economico, quanto infinitamente inaffidabile, per orari, coincidenze, tempi di percorrenza, ma queste non sono nostre preoccupazioni di questi giorni.
Andare a piedi mette a contatto con la lentezza del movimento e la lentezza fa sì che tutto quello spazio da esplorare una volta percorso diventi famigliare, collegato a sensazioni reali, dunque vicino, dunque più piccolo. E’ il paradosso della bassa velocità: accorcia lo spazio, non lo allunga. Riduce e rende più denso. Un viaggio in autostrada è infinitamente più distante e monotono, quindi più noioso. Un volo in aereo, da questo punto di vista, è proprio buono a nulla.

Quindi, ecco, basta divagare, si parte per la Bulgaria in seconda classe: campagne, megalopoli eurosoviet, monasteri sperduti su alti monti, carretti trainati da asini e cavalli, locande, birre, rakia e vini di Melnik, musica balcanica che esplode e imbarbarisce con la techno delle catacombe metropolitane, si mischia e duole con i sirtaki e i rebetici provenienti da sud.
L’epigrafe – che come ogni anno, non facciamo mancare ai passi – sta in un disco di Vinicio Capossela, un disco che da due anni mi accompagna e che non smetto di apprezzare, le parole sono affidate all’evocativa e metaforica sentenza dell’indovino Tiresia e sono queste…

Va oltre il ritorno
Porta sulle spalle un remo
Abbandona la casa e va errante nel sole
Fino a gente che non batte il dorso del mare
Che non conosce i cibi conditi col sale
Che confonderà il remo con un ventilabro
Un rastrello per spargere intorno sementi
Per pettinarle nelle crine dei venti
Lì lo poserai offrirai sacrifici
La morte ti coglierà dal mare
Consunto da splendente vecchiezza
Tra gente felice attorno
Questo ti dico senza tema nè dubbio

Annunci

Un pensiero su “La Bulgaria in seconda classe

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...