La Bulgaria in seconda classe – Veliko Tarnovo

Seguiamo ormai senza esitazioni le indicazioni dei locali, una vecchia contadina ci ferma per strada e ci indica una via, dice “good restaurant’. Non abbiamo chiesto nulla, non ne sappiamo nulla, forse non abbiamo nemmeno fame, ma ci lasciamo guidare dal caso e ci fidiamo.
Finiamo in una vietta laterale della citta’ vecchia. La’ dove il sole del buon Dio non da’ i suoi raggi, una piccola porta dovrebbe essere il ristorante. Non facciamo in tempo ad avvicinare il menu’ appeso su fogli di carta ormai gialla che dalla porta esce un uomo e ci invita ad entrare. Sembra di entrare in un’abitazione privata, comunque inutile farsi remore ormai siamo dentro, meglio lasciarsi con convinzione, abbandonarci completamente al caso. Effettivamente entroamo in un appartamento privato, un’anticamera e poi un salotto, manca l’aria tra il caldo, i vapori della cucina e la moquette onnipresente e ci sentiamo per un lungo istante costretti e a disagio. La fame ancora un ospite atteso che tarda l’arrivo. Dopo una breve sosta nel soggiorno ci accompagnano in un’altra stanza che da’ su un balconcino, che da sulla citta’. Tiriamo un sospiro di sollievo e uno di meraviglia: il balcone guarda dall’alto sulla citta’ vecchia di Veliko e sul fiume che placido e scuro l’attraversa. Aperitivo con patate e feta, poi due insalate greche, verdure grigliate e pane arabo, come dolce qualche pezzo di baklava, birra ad annaffiare il tutto. La luna ci guarda dall’alto, mentre sotto si spegne l’ultimo bagliore dorato del tramonto, dietro cupole e minareti. Il Bosforo non e’ lontano.
Paghiamo venti lev, cinque euro a cranio, e lasciamo la mancia, prima di uscire sotto le stelle un pensiero e un ringraziamento all’anziana che ci ha ben indirizzati. Fuori s’e’ spenta la vampa del giorno e son salite le stelle, ma le pietre della citta’ vecchia, a mezzanotte, sono ancora calde. Ci addormentiamo tra magliette stropicciate, confezioni aperte, cellulari abbandonati, mappe e indicazioni del giorno dopo: direzione Ruse.
Il mattino ci svegliamo tardi, il treno e’ alle undici e il sole gia’ alto e spavaldo nel blu, si cuoce. Alla stazione aspettiamo al riparo della vecchia pensilina comunista il rapido che collega Istanbul a Bucarest. C’e’ un’ora di ritardo e intorno, nel deserto di sole, solo le sagome scure dei cani randagi tracciano percorsi, il resto e’ immobile, fermo ad aspettare che passi il caldo. Ce ne sono un sacco qui, di cani randagi, dalla capitale all’ultimo dei paesini. Bucano i miraggi per venire fino a noi. Ci attorniano con sguardi supplichevoli in cerca di cibo. A qualcuno manca una zampa, a qualcuno un orecchio, tutti hanno le pulci: aspettano seduti all’ombra insieme a noi l’Istanbul-Bucarest, nella speranza che qualche viaggiatore scenda e butti un avanzo di viaggio nei cestini. Quando arriva il convoglio nell’aria che ondeggia di caldo, ci alziamo in massa, noi, i cani, gli affittacamere. Nelle stazioni dell’est c’e’ sempre qualcuno ad aspettarti.
Saliti incontriamo, dopo giorni di assenza, un po’ di nostri simili, anche loro zainati, abbrustoliti dal sole e solo un po’ piu’ modaioli: studenti in interrail, tris di amiche americane, coppie anziane di tedeschi viaggiatori. Sono i flussi del turismo internazionale che viaggiano dalla Turchia alla Romania e, solo di rado, fanno scalo su suolo bulgaro.
Il treno per la prima volta e’ affollato, siamo costretti a schiacciarci con i nostri fidi zainoni in corridoio. Cacciamo la testa fuori dai finestrini assetati di paesaggi e aria respirabile. Respirare fuori e’ come inalare da un phon, ma dentro c’e’ un odore un po’ opprimente di varia umanita’ Maledetto anticiclone africano. Dopo una mezzora di viaggio un signore si alza e ci fa segno che ci libera due posti, indica gli zaini e mima che saremo affaticati. Noi rifiutiamo per dovere nei confronti dell’anziano, ma lui manifesta una volonta’ assoluta: forza, sedetevi! Niente storie! Lui rimane in piedi al finestrino con la sua valigia e noi ci troviamo seduti nello scomparto, con due coppie di anziani e una signora paffuta. Qui gli scompartimenti son da otto, modello scatoletta delle sarde. Il signore e la sua gentilezza frenetica sono l’ennesima dimostrazione di affabilita’ e disponibilita’ che contraddistingue questa popolazione, gesti e atteggiamenti di cui sono disseminati i nostri giorni di viaggio.
Le due coppie di anziani scendono in un posto tra due canyon di pietra, poi, andando verso nord e Ruse, il paesaggio fuori si fa colline gialle e filari di alberi scuri, pochi piccoli gruppi di case sparsi. In prossimita’ di Ruse si corre invece tra due ali di robinie, un tunnel verde di una decina di chilometri che termina solo a qualche centinaio di metri dalla stazione di Ruse.
Alla stazione tergiverso maldestramente tentando di issare una borsa di scorte alimentari all’esterno dello zaino. Dopo trenta secondi, un minuto massimo, il generale Mattavelli mi toglie la borsa di mano, si sfila energicamente lo zaino, caccia tutto dentro e mi guarda con uno sguardo tra il risentito e il compassionevole. Impedito. Doveva essere questa “la signorina Rambo” delle canzoni di Vecchioni.

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