La Bulgaria in seconda classe – Ruse

Quando diciamo al bigliettaio che ci vogliamo fermare a Ruse fa’ una faccia sorpresa e domanda conferma, di solito proseguono tutti verso Bucarest, i turisti, pochi o nessuno fermano prima del confine. Pensa se sapesse che intendiamo fermarci li’ per due giorni.
In verita’, prima di arrivarci, a Ruse, nemmeno noi sapevamo molto piu’ che un punto e un nome indicati sulla carta stradale. Avevamo deciso di arrivare sin qui alla partenza per far visita alla colonna vertebrale d’Europa, non il piu’ lungo ma di certo il piu’ importante fiume del continente, il grande Danubio. Dopo averne esplorato la foce, dopo averlo incontrato a Belgrado e a Novi Sad, dopo averlo attraversato in Pannonia, ci sarebbe piaciuto poterlo salutare anche qui. Cosi’, aggiunta una X sulla carta, eccoci al cospetto di sua maesta’.

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Appena arrivati Ruse si presenta come la piu’ bella e antica stazione della Bulgaria. Lasciati la stazione e il suo colonnato bianco alle spalle, ci si addentra lungo un grande viale alberato che tira dritto per due chilometri e porta in centro. Bella impressione, ma non abbiamo ancora visto niente. In centro, tra edifici che sanno di Asburgo, si stendono due chilometri, dalla piazza centrale al parco, di zona pedonale, con una varieta’ di offerta e popolamento da capitale. Eppure siamo all’estremo confine settentrionale, a non so quanti chilometri di binari, campi, staccionate, boschi, da Sofia: il nord, il confine naturale e gigantesco del Danubio e di la’ la Romania con la sua faccia triste, i suoi reattori, le sue raffinerie, i bracci meccanici per dragare il fiume.
L’area pedonale finisce in un lungo parco comunale, splendidamente alberato, perfettamente pulito. Tra parentesi, da queste parti e’ raro vedere cartacce fuori dai cestini, a Ivanovo come a Varna, a Burgas come a Mezdra. L’area pedonale termina come un fiume: sfocia nel Danubio. Tu arrivi infondo alla passeggiata e, tran, una distesa d’acqua in movimento, le chiatte che passan lente, i rumeni che le guardan dall’altra sponda.
Eccolo l’ingombrante segreto di questa citta’, penso tra me, una connessione ai duemila chilometri di territori, micro e macrocosmi, che la precedono, dalle Alpi fino a qui. Secoli passati sulle rive del fiume piu’ ricco e navigabile d’Europa, e Ruse s’e’ immaginata e costruita diversa dalle altre cittadine della Bulgaria. Piu’ aperta.

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Ah… tutte queste ore di treno le avrei fatte anche solo per arrivare a vederlo. Il Danubio. Passa attraverso una decina di stati, li contamina, li collega uno all’altro, ma rimane sempre lui, come fosse un essere autonomo, un mondo a parte che gira con le sue leggi. La notte, quando tutto riposa, nelle sue acque roboano i grandi motori diesel delle navi cargo, quand’ e’ appena l’alba, le sue brume diventan luogo di lavoro per piccole barche e pescatori, al tramonto indica la via degli amanti.
Prima di cena andiamo a dare un’occhiata sul lungo fiume anche noi. C’e’ una vita placida e insospettata all’imbrunire. Il contesto non e’ granche’, a dirla tutta: baracche di pescatori, vagoni abbandonati a binari morti, carcasse d’auto, architetture del regime ancora una volta inutilizzate e fatiscenti. In mezzo a tutto questo pero’ c’e’ una bella vitalita’: le famiglie si rilassano passeggiando, i bambini scherzano e fanno il bagno sulla sponda, le giovani coppie sottobraccio guardano i barconi scuri, li seguono fino a perdere lo sguardo nel bagliore d’oro del tramonto. I tre turisti presenti mangiano su chiatte ormeggiate e allestite a ristorante povero: tavolacci di legno e quattro spiedini di pesce in mezzo a reti da pesca e salvagenti messi li per l’occasione.

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Penso tra me che sara’ una delle cartoline piu’ belle che mi portero’ da questi giorni. Dico a Silvia che abbiam fatto bene a spingerci fin qui e che mi vengono in mente i miei studenti in un posto cosi’.
Una lezione con davanti il Danubio, varrebbe piu’ di ogni programma annuale di geografia. Ma poi sai come va, le gite, le autorizzazioni, i colleghi, i genitori… faro’ qualche foto.
Clic. E buonanotte a tutti.

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