La Bulgaria in seconda classe – Hotel Shipka

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23 agosto, il taccuino di viaggio segna Monastero di Dryanovo, il nostro nodo di scambio per poi prendere la via del mare, la ferrovia che taglia tutta la nazione e collega Sofia a Burgas. Lasciamo Ruse all’alba percorrendo l’ormai famigliare viale alberato che porta alla stazione. Il viale e’ disseminato di spazzini, per la precisione, donne di mezza eta’, una ogni cinquanta metri. Un esercito di casalinghe che toglie l’erba a mano dai marciapiedi, spazza via tutto, raccoglie anche le foglie. Vien da pensare a una iniziativa assistenziale per combattere la disoccupazione.
Il viaggio in treno corre veloce fino a Gorna, da quel punto, per arrivare al monstero dovremmo cambiare quattro treni e impiegarci tre ore, ma veniamo a sapere, chiedendo a destra e a manca e destreggiandoci con le traduzioni, che ci sono pulmini che fanno lo stesso tragitto in un’ora. Mentre ci facciamo pleonastiche domande sulla razionalita’ progettuale delle ferrovie bulgare, decidiamo, per questa volta, di rompere la regola e preferire la strada ai binari. Pulmino sia.
Nella affollata autostazione piena di autobus e furgoni chiediamo a un tizio dove si possa recuperare la corsa per il monastero. Il tizio fa segno di seguirlo, ci porta in biglietteria, ci fa i biglietti e ci lascia nel punto esatto in cui si fermera’ il nostro mezzo. E tutto questo, accidenti, senza tentare di venderci nulla o di ricavarne qualche cosa. Non finiamo di stupirci della generosa disponibilita’ di questa popolazione e, per di piu’, ci troviamo con un problema risolto.
Poi pero’ siamo bravissimi a crearceli da noi, i problemi.
Il nostro furgone e’ un vecchio Iveco pieno di anziani stipati come sardine – ti credo, andiamo verso un monastero -, ci manchiamo giusto noi due con i nostri zaini. Ci infiliamo in qualche modo abbracciando forte gli zaini. Non c’e’ aria condizionata e, a parte i due anteriori, non ci sono finestrini: lamiera sotto il sole di mezzogiorno, una sauna. Non appena ci avviamo su per i dolci tornanti che portano al monastero, ops, succede quello che a noi grandi eroi inossidabili del viaggio (si, ciao) non dovrebbe mai succedere: io e la mia collega ci addormentiamo di un sonno denso e infantile, la fermata del monastero passa inosservata, gli anziani scendono, e ci ritroviamo al capolinea con l’autista che ci sveglia e ci invita a pagare. Un po’ intorpiditi paghiamo il
dovuto e tentiamo di tradurre dal cirillico il nome del nostro capolinea. Siamo finiti a Gabrovo, una ventina di chilometri oltre il monastero. Ci beviamo qualcosa al bar e intanto riflettiamo sulla nostra povera condizione fisica e sul da farsi. Attendere una nuova corsa e tornare indietro? Uff, e’ tra due ore la prossima partenza per il monastero. Rimanere? Ci guardiamo intorno circospetti e tanto basta. Gabrovo, pur essendo tra le montagne, e’ una delle citta’ piu’ segnate dal regime che abbiamo incontrato sinora sul nostro cammino: palazzoni fatiscenti, capannoni vuoti, muri scalcinati, vetri rotti; desolazione e poco altro, forse davvero per la prima volta in terra bulgara.
L’ultima possibilita’: andare avanti. Ok, guide alla mano, basta decidere dove. Shipka, dopo una decina di minuti di assorta lettura, Shipka mi dice Silvia soddisfatta, ecco il posto che cerchiamo. Le guide la mettono in questi termini: sonnolento e bucolico paesino sdraiato ai piedi dell’omonimo passo, buon punto di partenza per le escursioni sugli Stara Planina, meta di turismo mondiale per i ritrovamenti archeologici ivi avvenuti. Sti cazzi, esclamazione corale di entrambi gli elementi del gruppo.
Primo pulmino e si va a Shipka.
L’autista del furgone ci indica di scendere in uno spiazzo polveroso a lato dello stradone che scende dal passo verso la pianura e poi dirigerci su per una anonima e desolata laterale. Di li si arriva in centro. Consideriamo che per una meta del turismo internazionale si tratta si un ingresso un po’ magro. Camminiamo per cento metri su una strada di ghiaia, sotto il sole, tra muretti a secco. La fede nella
guida e quella nelle parole (nei gesti) dell’autista vacillano: qualcuno in questa storia mente. Dopo un altro centinaio di metri, in una specie di campagna lodigiana solo un poco piu’ western, arriviamo alle prime case. Una via di case abbandonate, vuote, una fontana blu che non ricorda nemmeno piu’ il rumore, dell’acqua, pergole con uva matura che nessuno raccoglie, susini carichi destinati alla stessa sorte, vetrine spaccate, aria calda, altalene arrugginite, panchine sgangherate, calcinacci per terra. Non un’anima, lontano scivolano via, come ombre nel pomeriggio, le sagome di felini scuri, magri anche loro.
Ci fermiamo. Silenzio. Vento, fieno che rotola. Ci voltiamo piano, ci guardiamo in faccia e… cominciamo a ridere, cominciamo a ridere e avanziamo ciondolando e recitando il passo della guida a memoria: localita’ del turismo internazionale! Oh yeah.
Sta di fatto che, dopo altri cento metri, spuntano sul versante di montagna le cupole d’oro del locale monastero e piu’ vicino un bar dove un massiccio padre ortodosso sorseggia la sua Zagorka, birra numero uno del paese. Chiediamo lumi sulle possibilita’ di sistemazione nel bucolico villaggio, ci indicano un hotel infondo alla via. Sospiro di sollievo: ci eravamo gia’ immaginati sotto il solleone, sulla strada verso il prossimo, remoto, centro (dis)abitato.
La via dell’hotel pur presentando sparute e modeste abitazioni, quattro pollai e tre cassotti, sembra perlomeno popolata, abitata, quotidianamente vissuta. Infondo alla strada compare, come miraggio, quello che diventera’ per due giorni il “nostro” hotel. Un edificio nuovo, colorato, con giardino e persino una piscina, camere pulite, ampie, luminose. Li infondo, infondo al deserto, si, incredibile. Un’oasi.
Un vaso fiorito in mezzo a tanti vasi vuoti e increpiti, l’hotel deve sembrare cosi’, visto dall’alto.
Ivan e Tosha, marito e moglie, hanno deciso di provarci e aprire un posto loro, lui giocoso ex rocker sovrappeso, lei puntigliosa curatrice con un altro impiego in valle. Siamo davanti alla valle delle rose, da cui si ricavano i due terzi dell’essenza di rosa usata dal settore cosmetico europeo, siamo sotto le cupole d’oro del monastero di Sante Nicola, protettore dei marinai e padrone delle tempeste, e siamo all’imbocco delle escursioni che portano al passo Shipka, ascesa che prevediamo di affrontare l’indomani, tra boschi di pini e faggete. Effettivamente un posto che si potrebbe immaginare turistico.
La sera Ivan sopra la piscina imbraccia la sua chitarra e intrattiene gli ospiti; in un cerchio molto famigliare, suona cose tipo Hotel California, Runaway train, Country roads. Il paese di muri scalcinati, polvere e susini carichi quanto abbandonati al loro destino, si inonda di luce e suono e anche noi ci lasciamo portare. Voce e chitarra rese ancora piu’ preziose dall’oasi, un’intimita’ isolata, quasi forzata, niente per chilometri intorno. Le note tuonano. Prendono cosi’ a volare i pensieri, i ricordi, i passi fatti e quelli da fare, le nostalgie, le mancanze, i bei momenti, gli sguardi spesi bene. Un vago gusto di infinito, di non finito. Sapete com’e’: la vita, il viaggio e tutte quelle robe li’ che ci raccontiamo sempre, da sempre, a volte anche con un filo di simulato distacco, con un tono volutamente disincantato, esattamente come sto facendo io, adesso, con voi. Distacco, tanto poi ci ricadiamo sempre.
Ora sono qui, scrivo ancora due righe, la ventola ronza sul soffitto della stanza, sposta poca aria, e calda, Silvia dorme rannicchiata in penombra nel letto accanto, intorno un campo di battaglia di vestiti e cose lasciate. Fuori, infondo alla campagna, rade luci di case e molte stelle, di lato una luna rossa. Proprio come nella canzone Hotel California, adesso, ho la sensazione che di qui, in un certo senso, non ce ne andremo tanto facilmente.

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