La Bulgaria in seconda classe – Melnik

Il furgone parte pieno dalla stazione di Sandanski, pubblico ultrasessantenne, esclusi noi e il giovane autista.
Per raggiungere Melnik, da Sandanski, in auto ci vogliono pochi minuti, ma noi ce ne mettiamo almeno quaranta: il furgone su cui siamo saliti – lo capiamo durante il tragitto – in questa terra al tramonto, abbandonata e di frontiera, e’ un mezzo di utilita’ sociale: l’unica connessione tra paesini dispersi e i loro anziani abitanti, i rimasti. Svolge molto di più del solo servizio di trasporto: il nostro acerbo autista sembra un operatore dell’assistenza domiciliare anziani: ascolta pazientemente i suoi assistiti brontolare, si premura, presta fazzoletti, se vede qualcuno per strada offre sempre un passaggio, quando alla portiera si accinge un’anziana signora, si accosta, salta fuori dal furgone, apre il portellone e aiuta a salire;  organizza, gestisce,  sposta. A un certo punto – un punto indefinito in mezzo a una campagna di colline, carretti, vigneti e pochi muri a secco – si ferma e gli affidano una bimba di cinque o sei anni, occhi verdi, ciondolino smeraldo al collo, lui senza scomporsi la fa accomodare accanto al posto di guida, la fa giocherellare, la intrattiene, le strappa un sorriso, giusto il tempo di consegnarla a qualche altro parente, in un punto ugualmente indefinito, tra una pergola e un recinto, qualche chilometro più avanti. Anche l’assistenza minori: incredibile!
E’ bello guardarlo, trasmette la bellezza armonica di tutti quelli che hanno voglia di fare bene il loro lavoro. E’ intento, è positivo. Rimango tutto il tempo a studiargli i movimenti, ad apprezzarli come un regalo di prima mattina, e penso che mi piacerebbe dare quella sensazione lì quando faccio le mie cose: che sia su un sentiero, nell’orto, mentre son qui a scrivere o a scuola.

In diverse occasioni, in diverse zone passate al setaccio nei giorni precedenti, mi sono chiesto che tipo di vita si facesse quaggiù, come in certe situazioni potesse avere senso rimanere dove nessuno vuol restare, come si potesse trovare requie pensando sensato il procedere dei giorni pur senza lavoro, senza prospettive, vedendo i muri che cadono e gli amici che se ne vanno altrove, sradicati. Le risposte che ho cercato e mi sono dato sono diverse, magari un giorno le sistemerò su qualche foglio, ma l’esempio di questo ragazzo che guida ispirato il suo furgone in mezzo alla campagna e’ stata la migliore capitata a tiro, la più chiara, l’inequivocabile. Silvia, che era tre quattro file dietro di me, al termine del viaggio mi dice scherzosamente: “bisognerebbe affidare a questo ragazzo tutto il sistema di trasporti bulgaro!”. Io sorrido e concordo, felice di non essere l’unico ad aver goduto dello spettacolo.

Arrivati a Rhozen, un gruppo di case, un monastero e la vaga bruma dei mattini di fine agosto, ci rimettiamo lo zainone e infiliamo un sentiero che in sette otto chilometri ci condurrà a Melnik e al suo buon vino. La vecchia strada romana sale e porta al monastero: più piccolo, ma non meno bello, di quello di Rila. Certamente più autentico. Proseguendo lungo la strada sterrata, oltre il chiostro e la cinta, si apre davanti a noi uno dei paesaggi carsici più impressionanti che io abbia mai visto. Torri di sabbia che si stagliano in cielo, che talvolta sorreggono massi contro ogni logica gravitazionale, che come lame tagliano il verde del paesaggio attorno. Il sentiero prima corre su queste creste che sfregolano pericolosamente sotto i nostri piedi, poi ci caccia giù infondo a un vallone che sembra un canyon da film western.

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Melnik, che fu colonia romana, e’ un luogo divenuto famoso per le sue rovine e per il suo vino, entrambi senza infamia, e’ una benedizione per la gente del luogo – le poche opportunità di lavoro in una campagna desolata e arida vengono da lì -, ma oggi, per noi due, sempre a caccia di strade morte,  appare turistica,  fasulla. Così  beviamo un bicchiere di rosso e brindiamo ai 1000 e più chilometri percorsi in seconda classe fino a qui. Paghiamo, lasciamo la mancia e torniamo veloci, senza troppo pensare – prima che ci si accorga che sui calendari è già settembre -, sui nostri passi, verso Sofia e il nostro ultimo giorno a queste azzurre latitudini.

Questa che state ascoltando signore è musica rebetika. Rebetica smirneca. Il rebet che venne dall’Asia Minore, da Smirne profumata, quando era ancora città di Grecia. Da lì, da dove furono cacciati tutti e trucidati, e ributtati al mare. Erano, questi, greci e stanchi. Esangui per tutta quella nostalgia di vita perduta. È musica, questa, di città di porto, di prigione, un lamento che si canta in coro, ma si balla da soli. Musica ricamata e stanca, per quegli uomini che se ne stanno così, appesi alla vita.

Così mandano in cenere il loro cuore. Piano piano. In questa musica si respirava l’Assenza, strofa dopo strofa come nel tango e nella morna e in tutte le musiche di città di porto. Solo che questa era più antica, più rassegnata di tutte le altre. Non si piangeva l’assenza di una donna o di un quartiere. Era piuttosto un’epoca intera a mancare… un continente perduto.
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