La Bulgaria in seconda classe – Sofia e ritorno

Per l’ultimo giorno rientriamo a Sofia, l’indomani di primo mattino un aereo ci riporterà in Italia. In Brianza si parla già di autunno, felpe, cieli cupi e cose del genere. Preferiremmo non pensarci, anche se i visi e il morale ondeggiano, fluttuano, languono. Cala soprattutto il mio, di morale. Come ogni inizio settembre, torno carico da un’estate di appunti e spunti raccolti, custoditi, messi da parte, per l’aula e l’inverno, per raccontarli a qualcuno, e poco so di quel che sarà: se avrò una sedia, un pezzo di cattedra, un cassetto, o una marea umana di duecento anime da incuriosire. Pensieri del ritorno, niente di che, cose che capitano, pensieri che si impastano con le immagini, le ultime che scorrono oltre i finestrini del treno che riporta a casa, che rientra alla capitale, da dove era incominciato tutto: venti giorni che son sembrati molti di piu’, una densità di attimi intensa, vasta, arginata e contenuta solo dai confini dello spazio.
Tornando alla capitale da sud intrecciamo in continuazione i cantieri della prima autostrada che, in un futuro non remoto, collegherà Sofia alle terre del sud e alla Grecia. E’ per me impressionante, nel 2012, veder costruire un’autostrada: roba da pieno Novecento, roba vecchia, modelli superati, mi viene da pensare. Eppure anche in Lombardia sono tanti i cantieri “novecenteschi” delle grandi strade (Pedemontana, Brebemi, ec) e persino meno – molto meno – sensati di quella linea tirata a sud di Sofia in mezzo ai vigneti e alle sterpaglie fino a raggiungere Salonicco.


Giunti a destinazione ci sistemiamo in un hotel spartano nei pressi della stazione, la voglia di fare strada sotto il sole in compagnia della dolce zavorra dei nostri zaini non ci aggrada. Il tempo di posare armi e bagagli, più leggeri, ci lanciamo nella visita del mercato delle donne: una lunga via piena di bancarelle al femminile (ma non solo) dove si vendono le più strane chincaglierie, verdura, mobili, artigianato, tessuti, arnesi. Un bagno di colori, suoni, odori che merita un passaggio. Poi ci dirigiamo verso il centro: Sofia è immersa nella placida quiete del week-end: shopping, kebab e gelati consumati ai tavolini o lungo la passeggiata, cupole e minareti slanciati verso l’azzurro. Un traffico non esasperato, non esasperante, come invece avviene in settimana. Un pomeriggio e una sera che ancora una volta si perdono in discorsi, in passeggiate periferiche, in strampalate proposte di futuri viaggi in Cina o giù di lì.



L’indomani all’aeroporto troviamo di nuovo la massa di marpioni italiani incontrata e descritta durante il volo di andata. Ne avevamo perso completamente le tracce, non ne avevamo più saputo niente. Anche nel nostro passaggio a Burgas – una delle capitali del turismo balneare del Mar Nero – non trovammo segni del mandrillo italico in cerca di avventure sessuali low cost. Non è difficile immaginare che questi gruppi tendano a rivolare in club e posti riservati, che abbiano i loro ghetti, che tendano a passare sotto traccia. Purtroppo però l’aereo low cost è lo stesso, è quello per tutti, e così ci tocca subire un ritorno in cattiva compagnia. Sento dire che la Bulgaria è indietro trent’anni, che gli alberghi sono sporchi, che il cibo fa schifo. Le solite balle da italiano all’estero, penso tra me. Assistiamo a  due ore – non dieci minuti, due ore – di prese in giro rivolte, in modo per nulla velato, ad una coppia di omossessuali fruitori del nostro stesso volo.
Spiace essere un filo snob, ma in ogni viaggio, ogni volta che rientro a contatto con gli italiani all’estero, riesco a immaginarmi solo brutte figure da parte nostra, immagino che si possa avere di noi solo una pessima impressione. E’ brutto a dirsi, ma è sincero: in quei momenti non riesco davvero a pensare altrimenti.
Noi invece voliamo via lasciando a Sofia un pezzo di cuore, buoni ricordi, chilometrici splendidi. Voliamo portandoci appresso un’idea meglio definita di questo strano calderone culturale, un tassello da aggiungere all’intricato puzzle chiamato Oriente. Nel volo, nella vista dall’alto, sedimentano pensieri che mi riservo di stendere in un post che valga come ultima pagina, saranno ultime righe stese da lontano.

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