La Bulgaria in seconda classe – Epilogo, se vogliamo dir così

Tornati al porto lasciamo i legni ormeggiati e ci sediamo sul molo, stanchi e rigonfi di luoghi, di spunti, ispirazioni. Ci fermiamo un momento a osservare il percorso, l’itinerario con le sue tappe che ancora scintillano dietro di noi, nei passi, e fanno lentamente sangue, fanno ricordo. Luigi Grechi cantava così: un uomo è quel che mangia, ma anche i sogni che si porta nel cuore, i luoghi in cui è già stato come quelli in cui ancora deve approdare. Cantava una cosa semplice, ma vera.
Torniamo indietro sovente, ai giorni appena trascorsi, tra un attimo e l’altro, tra gli impegni che settembre propone sempre con una punta di ostinazione. Tutte le attività fervono, come in una primavera, guadagnano nuova vita, e richiamano alla terraferma il marinaio di recente ritorno, ancora impegnato a lavarsi sabbia e sale dalle mani. Torniamo indietro e ripensiamo, riassaporiamo: le rosse pietre di Melnik, la luna bianca di Sandanski, il blu di Sinemorets, i kebab lungo i vialoni di Sofia. Di tante foto, mi rendo conto, ce ne sono alcune a cui, dopo pochi giorni, sono già più affezionato. E non son per forza le più belle, son quelle che fermano i momenti che ho sentito più vicini, quelli in cui davvero si ha la sensazione di sfiorare l’aria intorno. Quando ci si accorge.

Accorgersi: è su questo verbo anche bruttino che vorrei appoggiare le ultime righe di questo viaggio.
Non son poi così tante le cose di cui ci accorgiamo, che dite? Io ho sempre l’impressione che molto della vita rimanga silente, resti a guardarci passare, noi e i nostri giorni, in un silenzio sommerso. Il compito è nostro: stanare, avere buoni occhi per scrutare e scorgere, un buon fiuto per intuire. Segugi del senso, se si vuole. Io mi sento così. Partendo da questa consapevolezza, alla fine dei nostri tanti chilometri, vorrei provare a sintetizzare ciò di cui certamente possiamo dire di esserci accorti, quello che abbiamo fiutato. Lo farò con un paio di considerazioni.

La prima, doverosamente, riguarda il luogo, la Bulgaria. Per noi uomini d’occidente la Bulgaria diventa fronte compatto con i paesi che fecero parte del blocco sovietico. Lo vedo ogni anno quando chiedo ai miei studenti di provare a disegnare, a mente e mano libere, una mappa dell’Europa mettendoci più particolari possibili. Tutti – più o meno tutti – sanno che il limite spaziale che diamo al concetto (puramente culturale) di Europa sono i monti Urali. Lo sanno e si sentono costretti ad arrivare col disegno fino a lì. Succede così, di norma, che la metà ad ovest della mappa rechi disegnati diversi particolari – città, monumenti, fiumi, catene montuose –, mentre più ci si spinge ad est più i segni sulla carta diventano pochi, imprecisi e via via più radi. Non me la prendo con loro, né con il sistema scolastico italiano: quel risultato un po’ disastroso non è frutto “delle nuove generazioni che non studiano più la geografia”; non solo, perlomeno. E’ il risultato di una tradizione culturale: è il contesto in cui cresciamo che ci dota dei macro riferimenti geografici, che genera la scala d’importanza dei contenuti. E’ normale che i miei studenti sappiano perfettamente di Londra e del Big Ben perché, da brave pecore, subiamo ancora il colonialismo culturale anglosassone e nelle scuole li infarciamo di pleonastica cultura anglossassone. Pleonastica non perché minoritaria o meno importante, al contrario: perché di cultura anglosassone sprizzano televisione, cinema, internet, discorsi e stili diffusi. E’ altrettanto normale che non si sappia qual è la capitale della Croazia, paese che dista pochi chilometri dalle nostre coste e che, in molti casi, ci ha visti trascorrere qualche giorno di vacanza sulle sue spiagge.

Io, che pure mi interesso per lavoro di questi temi, non ho fatto molto meglio: prima di partire ho immaginato il tragitto bulgaro come un proseguimento dell’esplorazione romena. Mi son detto: sì, qualche differenza, ma alla fine… Niente di più sbagliato, le differenze sono tali da non poter assimilare, accostare, le geografie dei due paesi. Per noi quei due paesi sono stati configurati come cugini nel momento in cui hanno compiuto gli stessi passi (negli stessi tempi) per addentrarsi nell’Unione Europea, cioè nel nostro orizzonte di senso: entrambi entrano nella comunità nel 2008, entrambi litigano con l’Euro e con Schengen. Punto. Sì, il nostro “punto” di osservazione.
Ora si tratterebbe di enumerare le differenze. Per ragioni di sintesi e leggibilità, credo che basti citarne una che in qualche modo ne porta molte altre con sé: l’atteggiamento dei suoi abitanti. Uomini e luoghi, ricordate? Uomini e luoghi in un perenne dialogo si influenzano, si costruiscono e si danno senso. Nell’atteggiamento dei suoi abitanti la Bulgaria racconta la sua storia e la sua geografia, i flussi, le dominazioni, le cellule resistenti: tutte tracce sedimentate e rinvenibili nel suo paesaggio.
Nel paese c’è un grado di apertura e un senso dell’ospitalità spiccati, un orgoglio nazionale che tengono a mettere in mostra. In Romania come in altre zone balcaniche abbiamo incontrato un atteggiamento diffuso diverso: si passa molto più tempo sulle proprie. Questa disposizione d’animo potrebbe derivare dalle diverse vicende che i due paesi hanno attraversato, pur così vicini nello spazio. La Romania conserva in sé uno dei sistemi linguistici più fedeli al latino classico in virtù di una specie di isolamento secolare. Diversamente la Bulgaria è rimasta vittima (e beneficiaria) di tutti gli scambi (culturali e non) possibili, zona di contesa prima tra i grandi imperi, tra la civiltà greca e quella ottomana, e poi periferia, di volta in volta, di Pietroburgo, Mosca e Bruxelles. Gente di confine, gente di porto, come si diceva nei giorni passati a Ruse, sul Danubio.
Durante gli anni del regime inoltre Crimea (Ucraina) e costa bulgara del Mar Nero erano luoghi di villeggiatura prediletti da gerarchi e burocrati dell’Unione Sovietica. Anche questa tradizione turistica che precede l’arrivo del mercato, soprattutto nelle grandi città e nelle località rivierasche, deve farci intuire qualcosa.
Questo fatto di essere stato-cuscinetto, punto di confluenza culturale, zona di scontro domato a sintesi, porta questa piccola nazione a diventare un territorio di esplorazione davvero interessante. Riusciamo qui a sbirciare un’ipotesi non remota di futuro: a vedere il minareto di fianco al campanile e alla cupola, il kebab di fianco alla salsiccia di maiale, il cirillico di fianco al greco e al latino. Un sopralluogo è davvero troppo poco per guadagnare profondità e comprendere qualcosa di questo garbuglio, ma marca una decisa differenza tra questa nazione e gli stati a lei confinanti.
Una nota poi sullo spazio fisico: si tratta di un paese piccolo – la massima distanza in linea retta che contiene è di cinquecento chilometri – ma caratterizzato da una varietà, soprattutto una peculiarità, di paesaggi interessanti. Dalla campagna piatta e bruciata del vallone di Plovdiv, si passa in pochi chilometri ai rilievi scuri del Rila e a quelli grigio chiaro del Pirin. Si passa in dieci minuti di treno dalla metropoli di Sofia ad alti e angusti canyon, per arrivare a Belogravdcik e trovare strane rocce rosse dalle forme arzigogolate. Se ci spingiamo a sud, nella Tracia, incontriamo impressionanti paesaggi carsici, se viriamo a nord possiamo sostare in centinaia di località fluviali. Se percorriamo la costa ci imbattiamo in alte scogliere inframezzate da calette di sabbia bianca. La varietà che si può dedurre dall’osservazione di un atlante non dice molto di tutto ciò.
Di questo ci siamo accorti.

Sempre dal tema dell’accorgersi viene una seconda considerazione legata alla scrittura e al tempo.
Ho avuto l’impressione che i giorni passassero pianissimo durante questa peregrinazione bulgara. Lo dissi a Silvia mentre ci bevevamo una birra a Belogravdcik: “siamo in viaggio da due giorni e mi pare una settimana”. Il rapporto tra il tempo dell’orologio e il tempo percepito – in greco non a caso si trovano due termini differenti per indicarli: Chronos, il primo, e Kairos, il secondo – è rimasto lo stesso per tutto il procedere delle nostre perlustrazioni: dopo quindici giorni mi sentivo in viaggio da un mese.
Un tempo lento che nulla ha a che vedere con la noia e che riguarda invece l’essere accorti, il rendersi conto, di ciò che si attraversa: quando si è lucidi, quando si è ben disposti e aperti all’esterno, quando ci si godono paesaggio, atmosfere, discorsi, esplorazioni, quando tutto ciò avviene, i frammenti, le sfumature da cogliere, diventano così fitti, così densi, da produrre una specie di allargamento del tempo. E’ stato un tempo largo quello di questa esplorazione: abbiamo fatto spazio per tutto quel che si poteva. A molto, comunque, è toccato rimanere fuori.
Luoghi e uomini, geografia e storia, spazio e tempo, sempre intrecciati, sempre connessi. A incrociarli, a renderli un unico inscindibile, eppure incessantemente mutevole, è il senso che attribuiamo loro. Tra le dimensioni che ci servono per esplorare e capire un luogo, oltre allo spazio (profondità, altezza, larghezza) e al tempo – lo dico a mo’ di provocazione – dovremmo infilare una nuova misura: il senso, esso agisce in modo marcato e in continuazione sulle altre due grandezze. Una misura, va da sé, difficilmente sondabile – sintesi di aspetti soggettivi e culturali – e da indagare unicamente con esperienze di tipo qualitativo: immergendosi, provando a guardare e interagire col contesto.
L’ultima domanda che mi sono posto nei giorni di viaggio e che voglio pormi a conclusione di queste righe è la seguente: quanto la scrittura quotidiana, questo racconto, scritto in tante stanze d’albergo e scompartimenti di treni, ha influito sulla velocità con cui percepivo scorrere il tempo?
Indubbiamente la scrittura è stata colonna vertebrale in queste settimane, una linea mai interrotta stesa attraverso i giorni: una piccola vertebra, un trattino ogni giorno, giorno dopo giorno. Presenza sotterranea, non invadente, ma importante: un’attività che nasce quando ci si accorge e che aiuta poi, dopo, a provare a capire e di nuovo ad accorgersi ancora. Erano talmente numerosi gli aspetti interessanti da registrare che è stato un gesto naturale ricavare un’ora ogni sera in cui tentare di connettere insieme immagini e pensieri sopra la pagina. Vivere il giorno registrando i particolari, cogliendoli, quindi accorgendosi di loro e del loro contesto, e poi provare a dare un ordine a fine giornata a tutti ai pezzetti raccolti. Raccontare un po’ come rivivere: e solo facendo le prove, la seconda volta si capiscono vera bellezza, errori e miglioramenti possibili.
E’ stato forse anche questo piccolo trucco ad allargare il tempo, a rallentare i giorni, a saldare immagini e pensieri.
Tempo fa leggevo una breve riflessione di Paolo Nori, diceva che chi scrive deve essere capace di fare un po’ come i bambini: affascinarsi e stupirsi di cose anche molto semplici e raccontarle come fosse la prima volta, come se non le avesse mai viste prima. In qualche misura, aiutato dal percorso di scoperta di una realtà per lo più sconosciuta, deve essere successo qualcosa di molto simile. Ci siamo accorti, abbiamo iniziato a scrivere e il tempo ha rallentato la corsa. Potevamo tranquillamente non accorgerci di nulla e finire a dire, anche noi come i nostri compagni d’aereo, che si trattava solo di un paese arretrato e privo di attrattive.
Trovassimo il modo di raccontare ogni giorno le nostre vicende, provassimo a sistemare pensieri e immagini della giornata ogni sera, chissà, probabilmente otterremmo un effetto non diverso da questo allargamento del tempo. Il punto, forse, è nelle parole di Nori: avere occhi buoni, curiosità, per scrutare il silenzio sommerso, per accorgersi del mondo che ci passa di fianco e non filiamo, a Sandanski come a Casatenovo.

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