Nuovo primo giorno

Entro nel sole basso  del mattino di settembre. Il cortile alle dieci è già affollato. Si fanno due intervalli brevi, nella nuova scuola in cui insegno.
Attraverso la nuvola di studenti, che solo dopo qualche mese sento più distante, meno accessibile, alfabeti e codici che ho già smarrito. Mi immergo tra jeans e felpe e sento chiamare “Prof!”. Ce ne sono tanti, lì in giro, di prof, ma così, con quel tono – penso con un filo di narcisismo -,  a scuola sento chiamare solo me. Tre mie alunne delle prime di due anni fa, bocciate lo scorso anno in seconda nella mia vecchia scuola di pianura e che, per incomprensibile scelta loro e delle loro famiglie, son migrate fin lassù, vicine alle montagne.
Mi corrono appresso e mi salutano calorosamente, io chiedo come va, chiedo di loro, le ragioni della bocciatura e del trasferimento da quelle parti: ci (ri)sentiamo subito vicini. Tutti e quattro contenti di saperci oasi familiari nel deserto anonimo dei primi giorni di settembre. Il fatto di vedere loro più in impaccio di me nel nuovo posto, forse non è giusto, mi solleva.


Entro in classe e appena succede, tran, s’accende la spia. Le ombre che nei giorni precedenti pesavano su viso e spalle sfumano in un vapore veloce. Mi rimbocco le maniche e sento brillare nell’aria. Ho davanti venticinque quattordicenni, scorro gli sguardi senza troppo timore, e la sensazione mi riporta al primo dei primi giorni.
Chiedo loro di presentarsi, lentamente, non forzo con domande, uso il tempo della trascrizione del loro nome sul registro per farli parlare. Sono di qui, ho fatto le medie lì, son di là, ho fatto la prima ma son stato bocciato, son di lì, ma arrivo dal Marocco. E così via.
Mi presento e dico quel che ho in cuore: che son contento di essere in una prima – anche se non me l’aspettavo (di essere contento), anche se credo sarà piu’ faticoso -, son felice perché tra quei muri son nuovo io e nuovi sono loro. Partiamo per un viaggio insieme: vengono da una geografia qualsiasi fatta tra tante altre materie alle scuole medie, son terreno fertile tutto da coltivare. Son contento perché si coglie da subito un affetto diverso nei quattordicenni, viscerale, istintivo, non mediato. Gente che se ti vede tre anni dopo in un piazzale, ti saluta come all’ultimo dodici di giugno disponibile in memoria.
Dopo i dettagli tecnici – giustifiche, appunti, numero di interrogazioni, mail – alcune (classiche!) indicazioni di massima: la geografia non è, o non è solo, l’altezza delle montagne e il nome dei fiumi, ma una roba che parla di relazioni tra lo spazio e chi ci abita e tra gli abitanti tra loro. E’ una roba che parla di noi, che serve a viaggiare e ad accogliere, a capire le cose. A cercar di capire chi è diverso da noi. Tipo che se sono a tavola con un cinese e rutta vuol dire che ha gradito il pranzo e onora i padroni di casa, mentre se succede in Italia la vostra fidanzata vi tira uno scappellotto sul coppino. E fa bene. Bisogna comprendere sempre il contesto.
Gruppi umani, culture diverse in relazione, capito? Sì, capito. Ma senta e i matrimoni combinati? Eh, i matrimoni combinati son peggio dei matrimoni in generale. Risata collettiva. E ma sono un aspetto della cultura, giusto? Sì sono una consuetudine e un rito e quindi aspetti della cultura materiale di un determinato popolo. E via di seguito a dare qualche definizione di cultura, geografia, identità. L’abc su cui staremo un anno insomma. Loro curiosi, io inaspettatamente già molto lontano dai giorni (preoccupati) del rientro dopo il viaggio bulgaro.

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