Detachment

Tema urgente, impegnato, attore bruttino ma figo,  inquadrature a spalla, ottiche grandongolari a profusione, bella fotografia con  luce naturale eternamente soffusa, una colonna sonora da gatte morte. Pellicola dalle movenze indie (and, obviously, so cool). Ecco Detachment: il cheeseburger fatto piatto di verdurine bio per aspiranti cinefili bisognosi di temi dolenti (che sennò, figuriamoci, non si sente vivere).
Fumo negli occhi, splendido fumo, accampato sopra le ceneri, sopra il niente. Un film sulla scuola che parla di tutto fuorché della scuola. Una parabola in apparenza sgangherata, ma in definitiva stereotipata (la ragazzina cicciona e depressa, la prostituta bella, cinica, ma con il cuore fragile,  il professore perso nella vita privata e guida catartica nel paradiso-inferno della letteratura d’autore).
Che una arriva alla fine e dice: ok, dai, bravo Tony Kaye, ti sei fatto il monumento e ci hai detto che con il missaggio di immagini sei un maestro. E quindi? Dopo cento minuti cosa ci volevi dire? Cosa ci rimane?

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