Tzatziki d’inverno – Il volo e’ chiuso signori

Prima regola: che tu abbia visto molto e molti chilometri tu abbia alle spalle, niente ti rende immune dai piu’ piccoli e semplici errori della strada. Al dio dei viandanti il tuo curriculum non deve importare granche’.

Impigriti e satolli dai convivi natalizi, decidiamo di limare al massimo i margini di sicurezza e di partire da casa verso l’aeroporto alle 5.30 confidando nel poco traffico delle prime ore del mattino e in un altro paio di luoghi comuni di cui adesso – saranno i balsamici effluvi della retsina – non ricordo. Appena fuori di casa ci immergiamo in una notte nebbiosa e ancora in pieno corso, avvolti in una luce tetra che poco di buono lascia presagire. Assonnati, distratti dal primo discorrere dell’alba, disorientati da nebbie e foschie, perdiamo l’uscita per l’aeroporto, andiamo oltre. Tentiamo di rimediare al primo bivio utile, lasciando l’autostrada e invischiandoci in una ragnatela di svincoli, rotonde e uscite poco segnalate e rese tutte simili dal nebbione. La landa bergamasca, cosi’, tra angoscia da ritardo e percorsi senza paesaggio e, presto, senza senso, puo’ diventare remota Siberia, terra infida e nemica dell’uomo.
Va be’, detta terra terra (e riecheggiando il titolo di un vecchio e celebre film), signori, e’ ufficiale, qui si corre il rischio di perdere davvero l’aereo.
Varchiamo le porte automatiche dell’aeroporto mentre scocca il minuto di chiusura dell’imbarco: a quell’ora del mattino l’aeroporto brulica di turisti, viaggiatori, valigie e cappellini. Muoversi e’ una gincana tra trolley e gentili signorine vestite da hostess che ti chiedono, sorridendo in quel modo un po’ vuoto, se anche tu vuoi assicurare il tuo bagaglio con la loro compagnia d’assicurazioni. ‘Magari un’altra volta, mi scusera”. L’adrenalina sale, i battiti aumentano, e il viaggio con le sue naturali peripezie pare gia’ ampiamente avviato, lontano il suo inizio. Girando affannosamente perdiamo preziosi minuti per cercare uno sportello a cui fare check-in. Quando lo individuiamo ci troviamo davanti un’ambigua inserviente della compagnia di volo dall’aria a meta’ tra il topo da biblioteca dai gloriosi trascorsi universitari – laurea da centodieci e lode con discussione di una tesi in egittologia sulla diversa qualita’ della cellulosa dei papiri tra il VI e il V secolo a.c. e non un aperitivo all’attivo negli ultimi sette anni – e quella di acida segretaria di qualche rampante manager milanese. Questa ambiguita’ subito avvertita mi fa’ temere il peggio: che nel paese in cui tutto pare essere ridiscutibile, proprio suoi tuoi, per giunta esigui, minuti di ritardo il grande sovrano dei burocrati voglia inaugurare il suo zelante ritorno ed essere inflessibile. E li’ che si coglie uno degli aspetti educativi del viaggio: niente come queste situazioni – far dipendere le tue sorti da una modesta e un po’ antipatica funzionaria del settore terziario – obbligano a un salutare bagno di umilta’ e compostezza.
Con la calma e i modi gentili che ci si confanno, sorridiamo e allunghiamo le nostre carte d’imbarco, i suoi veloci occhietti da roditore le analizzano, emette due click, esita un istante, noi temiamo il peggio, ci guarda da sopra gli occhiali e poi ci dice: ‘spiacente signori, ma il volo sta imbarcando e il gate e’ gia’ chiuso’. Gelo per tre secondi, che dentro sembrano trenta, poi proviamo un ulteriore, pacato, tentativo: ‘non e’ possibile fare niente signorina?’ Ed ecco che la nostra si alza in silenzio, si allontana e inizia a confabulare con altre sue simili. ‘Possiamo, non possiamo, forse ma, magari, sarebbe il caso di, potremmo chiamare il…’ un teatrino sadico che si srotola sulla nostra pelle finche’ un baldo giovanotto, ben vestito, scarta le acide arpie della burocrazia e ci dice, fermo e deciso come in un poliziesco americano: ‘prego, seguitemi’. Noi, che non capiamo chi sia e da dove salti fuori, ma che nulla – a parte il volo – abbiamo da perdere, lasciamo le bisbetiche ai loro condizionali e lo seguiamo. Affianco alle normali corsie di imbarco – lo abbiamo scoperto l’altro ieri – ne esiste una chiamata ‘fast track’, libera da ogni coda e di norma destinata a disabili o gestanti. Il nostro alfiere ci presenta col suo tono risoluto ma elegante, quelli ci analizzano, ci scannerizzano la sacca e ci fanno avanzare. Nel frattempo il nostro accompagnatore si congeda con un: ‘dovreste farcela’, che, a seconda, potrebbe suonare come un ammonimento o come una benedizione. Finito di farci palpare dalla guardia addetta al palpeggio, prendiamo a correre come due cavalli pazzi per i corridoi pieni di boutiques, tra gli sguardi perplessi degli astanti. Arriviamo all’imbarco e troviamo solo due uomini dello staff che ci squadrano in cagnesco e ci invitano a procedere celermente: l’ultima navetta sta partendo. Rotoliamo giu’ per il corridoio e proseguiamo in direzione dell’autobus. Silvia si fa spazio e sale, io riesco a bloccare le porte in chiusura e con un po’ d’irruenza a farmi largo a mia volta. Getto una rapida occhiata intorno: sulla navetta tanti greci e pochi italiani. Le porte si chiudono forte dietro le mie spalle. Vampata di calore, fiatone, scambio di sguardi, scoppiamo a ridere: cazzarola, ce l’abbiamo fatta anche questa volta. Come prima ora e mezzo davvero niente male. Buon viaggio!

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