Tzatziki d’inverno – A Salonicco

Entriamo a Salonicco provenendo da est, da boschi, montagne e piccoli villaggi a lungo contesi alla Turchia. Il clima non invita a pensare alla parola Mediterraneo, sopra la citta’ pende una densa foschia, umido da laguna veneta. Solo la vegetazione ai bordi della strada principale, ulivi, oleandri, dice della presenza vicina del mare. La periferia piu’ esterna della citta’ e’ di piccoli palazzi bianchi a cinque o sei piani, parecchio scalcinati e disposti a stecche parallele. Carcasse, telai di biciclette arrugginiti, cassette accatastate, altre rovesciate, giochi di bimbi abbandonati, cassonetti ricolmi e contornati di rifiuti, colonie feline che scrupolosamente setacciano i rifiuti, muri caduti: nelle laterali, tra le palazzine, regna una certa entropia. Le prime impressioni urbanistiche ricordano qualche periferia nord africana.
Addentrandosi lentamente – altro non si puo’ fare per i trafficatissimi viali che attraversano la citta’ – Salonicco muta e si trasforma di tanto in tanto con percepibili passaggi da un quartiere all’altro. La citta’ ha un’organizzazione verticale: l’abitato sta aggrappato su un versante di collina sopra l’Egeo, che qui termina in un ampio golfo. Quattro grandi assi stradali dividono la citta’ da est a ovest parallelamente: la citta’ vecchia sta in alto arroccata attorno ai ruderi di una fortezza di epoca bizantina. Dall’alto compare l’abbraccio largo del golfo con le grandi navi in entrata e in uscita dal porto: una larghezza difficile da intuire dai quartieri piu’ in basso. L’altra sera lassu’, guardando la citta’ verso il tramonto, mi tornavano in mente parole di Gianmaria Testa, penna e voce che apprezzo:

Certe nostre sere hanno un colore
che non sapresti dire
sospese tra l’azzurro e l’amaranto
vibrano di un ritmo lento
E noi che le stiamo ad aspettare
noi le sappiamo prigioniere
come le onde del mare
come le onde del mare

Canticchiavo in modo indecoroso scendendo i gradini del vecchio abitato e pensavo che, al di la’ del mio non prendere una nota, e’ una grande fortuna questa escursione di fine anno: allontana da certe giornate invernali e riporta a guardar le cose a colori, a passo leggero.

Qualche rampa di scale, cassonetti e gatti piu’ sotto s’incontra l’Egnatia, la vecchia via che collegava il mar Ionio al medioriente, e che oggi divide la citta’ vecchia da quella moderna. Sulla Egnatia si affacciano tutti i negozi e servizi utilizzati dai locali: panetterie, rosticcerie, lavanderie, taverne, bar, chioschi, artigiani. Qui si vive molto fuori casa. Chiacchierare bevendo un bicchiere all’aperto, addentare un gyros seduti ad un chiosco, leggere un giornale o giocare a carte al parco, anche in questi giorni invernali e’ consuetudine (le temperature dolci lo consentono). Succede cosi’ che, in una qualsiasi sera della settimana, strade e piazze siano affollate come fosse occasione di una ricorrenza particolare.
Proseguendo la nostra discesa si incontra viale Tsmiski. Altro asse est-ovest e’ il viale delle boutiques e dei negozi turistici. Le concentrazioni di traffico pedonale e automobilistico, qui, sono asiatiche. Infine, si plana nei quartieri bassi che, attraversati da una lunga passeggiata, lunga dalla torre al porto, fan da davanzale sul golfo alla citta’.
Salonicco mi piace, piu’ la esploro e piu’ mi piace. Amore e disordine; carattere schivo, ma non ostile. E’ un intreccio che si apre a chi esce dall’ordine costituito e abbandona gli itinerari battuti. Dai grandi viali, dai primi effetti, puo’ sembrare una citta’ come tante, ma nelle laterali mantiene un’identita’ riconoscibile, integra.
Si parla spesso di Salonicco come capitale culturale del paese e ora forse capisco. Non ho certezze, ma credo non ci si riferisca tanto al patrimonio culturale o artistico quanto all’identita’. Di rado ho incontrato cittadine cosi’ orgogliosamente oneste: senza le grandi marche, senza le grandi catene, senza il centro pettinato ad arte per il turista. Orgogliosa dei suoi pregi e onesta coi suoi (tanti) difetti. Nelle taverne si suona ogni sera: musica greca per gente del posto che canta e mangia davanti a un balsamico bicchiere di retsina (il vino bianco aromatizzato all’essenza di pino di Aleppo). Non ci sono menu’ in inglese: qui intorno non ne abbiamo trovati e non credo si tratti di scortesia.
Non so, e’ una sensazione, ma mi sembra di respirare la voglia di restare veri in questa citta’.
Forse la crisi ha persino acuito questo spirito: i segni di una diffusa poverta’ emergono, molti sono ai margini, a rovistare insieme a cani e gatti tra i cassonetti ricolmi del centro, molte le mani tese, molte le persone consumate da qualche storta della vita.
Magari e’ proprio questo il motivo per cui si suona tanto certa musica: i musicisti di rebetiko hanno sempre composto per loro voglia o necessita’ e mai per qualche mira commerciale: musica di taverne e interrati, che non cerca il sole.
Ecco, in un certo senso la gente qui sembra fare la stessa cosa e ha (ri)conosciuto e scelto, tra altre cose, questa musica come bandiera, come canto da fare insieme per difendere e tenere in vista le cose a cui tiene.

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