Tzatziki d’inverno – Volos

La stazione di Salonicco ha sei binari, ricorda la stazione Garibaldi di Milano di quindici anni fa’, solo con piu’ erba. Prendiamo un trenino che rotola lungo la piatta pianura agricola tra le regioni di Macedonia e Tessaglia. Son giorni di Grecia in scala di grigi, con cieli cupi e pesanti che si appoggian sul mare.

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Il treno corre tra vasti campi a sterpaglia, ampi incolti, vecchi capannoni, case sfatte, altre sfitte, costruzioni disperse sul tavolato grigio; sullo sfondo le scure montagne del Pindo. A Larissa, definita dalle guide ‘importante snodo dei trasporti nazionali’, troviamo ad attenderci una stazione fatiscente con tre binari e un paese ai cui margini proseguono le strade, ma termina l’asfalto. Ammetto la mia scarsa consapevolezza e mi dichiaro sinceramente sorpreso: il nord della Grecia non ha molto di che distinguersi dal paesaggio bulgaro, che nelle mie mappe mentali avrei scommesso piu’ disastrato.
Da Larissa recuperiamo l’intercity per Volos con i suoi sedili in pelle unta e la varia umanita’ dei suoi abitanti: la barba nera del padre ortodosso, il muratore incalcinato, il perdigiorno ubriaco, il nonno con la nipotina e l’adolescente ‘del ghetto’, cappuccio in testa e cuffie con la musica a palla, uguale a tutti gli altri adolescenti del ghetto. Il nostro obiettivo e’ giungere a Volos, cosumare un pasto in una tradizionale locanda che serve mezedes (calamari, polpo o altri tipi di pesce serviti come accompagnamento ad un liquore all’anice chiamato ouzo) e cercare un’auto a noleggio per avventurarci nella desolata penisola del Pelio.
Volos e’ un centro commerciale – con il porto e molti negozi, forse, il piu vivace incontrato finora -, ma poco offre ai turisti che di solito transitano da queste parti in arrivo dall’aeroporto cittadino e diretti alla vicina Skiathos o verso altre isole. La penisola del Pelio e’ segnata grosso modo dallo stesso destino: luogo di passaggio per raggiungere altre e piu’ famose localita’ del Mar Egeo.
Paolo Conte diceva che la lucertola e’ il riassunto del coccodrillo, a me cosi vien da dire che la penisola del Pelio e’ una buona sintesi della Grecia intera: zona conosciuta soprattutto per le sue coste (in verita’ non eccezionali), ma
innervata di montagne (che superano anche i 1500 metri) per la maggior parte della sua superficie. Una cosa che mi aveva colpito ai tempi dell’universita’ era essere venuto a sapere che i 3/4 del territorio greco e’ montuoso, ma nessun punto del paese dista piu’ di cento chilometri dal mare: questa costante vicinanza, un po’ come per i liguri, la dice lunga sulla strana identita’ di questa gente, che mischia tratti e modi di due mondi lontani o, di solito, perlomeno distinti.
Noleggiata la macchinina – che il destino ci attribuisce ancora una volta rossa e di marca giapponese – lasciamo verso est la citta’ e iniziamo a percorrere la costa occidentale del Pelio, quella che da Agria arriva fino all’uncino di terra dove sta Trikeri. Primo obiettivo: scovare l’alberghetto in cui abbiamo prenotato, alla cieca su internet, la sera prima.
La costa appare degradata, spiagge di sassi e sabbia erose, quasi sfinite, in certi tratti lunghe non piu’ di tre o quattro metri; baie spesso vittime dell’abbandono, dell’incuria, dei rifiuti e dell’abusivismo edilizio. Tuttosommato d’inverno le vediamo ferme nella loro pace, danno un senso desolato, quasi di selvaggio: affascinano a loro modo. Non oso pensare a cosa diventino in estate sotto il peso della calca.
In una decina di chilometri siamo a Kala’ Nera’, la piccola localita’ dove e’ situato il nostro hotel. Le guide ne parlano come di una delle localita’ migliori della costa: noi ci addentriamo in auto, ormai al crepuscolo, e ci sembra un villaggio abbandonato tra finestre sbarrate, strade sporche e disastrate, case relitte. Paesaggi che siamo soliti incontrare nelle nostre digressioni ad est, ma che non ci saremmo aspettati qui.
Dopo aver girato qualche via a vuoto, scorgiamo, tra le altre buie, una grande abitazione luminosa: e’ il nostro albergo; scopriremo poi, l’unico aperto nel villaggio di questi tempi.
All’ingresso ci assalta un giovanotto sorridente e palestrato: il proprietario. In un impeto di smisurato entusiasmo a getto continuo – che ci fa propendere per il credere che un cliente li dentro non lo vedessero da molto – ci sommerge di numerose domande sull’itinerario, sulla provenienza, sull’auto noleggiata, di cui commenta ampiamente le nostre monosillabiche risposte. Mentre gesticola e argomenta, mostra le camere e le mille funzionalita’ della sua, effettivamente nuovissima, struttura. Dopo averci fatto scegliere la camera, il nostro, tiene ad offrirci un caffe’. Acconsentiamo per non apparire antipatici. La preparazione del caffe’, ovviamente, si allunga, si diluisce in un profluvio di parole e domande rivolte a noi pellegrini stanchi morti, desiderosi solo di una doccia e di un lungo sonno dopo la giornata di corse e trasferimenti.
Faccio segno a Silvia che e’ passata mezzora, lei risponde mimando di andare. Squilla il telefono, lui si allontana per andare a rispondere. In questi momenti rinasce quell’impulso lasciato all’infanzia, ma mai completamente sopito, che prende gli uomini in certe situazioni della loro vita: il primitivo, gioioso, liberatorio, animalesco istinto alla fuga. Il solo tempo di questo pensiero e quando, presi dal fremito, decidiamo di alzarci, e’ ormai troppo tardi e lui torna in sala con una mappa della penisola, pronto a fare lezione. Da quelle parti, dice, bisogna venire d’estate, che d’inverno non e’ bello perche’ e’ tutto chiuso. Silvia prova a fargli capire che per noi non e’ di nessun problema, che non siamo li ne’ per andare in piscina, ne’ per fare shopping, che ci piace camminare, parlare coi pastori, fare le foto, mangiare al sacco. Niente, non capisce. Io assisto esterrefatto. Ci riproviamo, questa volta con una domanda: “ma i paesaggi – dai, almeno quelli, provaci a dire qualcosa di positivo – i paesaggi sulla penisola sono belli, no?” E lui: “no, a me d’inverno non piacciono, piove sempre. Come oggi, vedi? Meglio d’estate. Che poi adesso e’ anche tutto chiuso”. Amen.

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