Tzatziki d’inverno – L’ultimo a Kala’ Nera’

Nel pomeriggio del trentuno dicembre visitiamo le desolate estremita’ del Pelio invernale. Vicino alla costa i contadini sono intenti nella raccolta delle olive e i fornai cuociono dolci ciambelle che da queste parti, per tradizione, vengono consumate il primo giorno dell’anno nuovo: sono questi gli ultimi segni di civilta’ prima di chilometri di sterpi e rocce.
Ci lanciamo col macinino rosso per le tortuose strade che conducono ad Argalasti e poi, oltre, verso la propaggine meridionale della penisola. Arbusti secchi, suffrutici striscianti, olivi, qualche capannone abbandonato, pochi monasteri deserti. Pioggerellina, nebbiolina, poca luce. Ci fermiamo, ci guardiamo perplessi attorno, diamo un’occhiata alla carta e ci spingiamo con ottimismo alla prossima localita’ indicata. Lo facciamo per una, due, tre, quattro volte. Poi la penisola e’ finita e davanti abbiamo ancora lo stesso scenario: erbe secche, recinti arrabattati, strade di fango. Una brutta Irlanda quando piove e per giunta senza una pecora.
Risuonano allora nelle nostre orecchie i logorroici ammonimenti del nostro palestratissimo albergatore: meglio venirci d’estate, nel Pelio. Gia’. Dato che il ragazzo non ha avuto tutti i torti con le indicazioni sulle localita’ di mare, proviamo a seguire i suoi consigli su quelle di montagna. Ci dirigiamo cosi verso quelli che ci sono stati annunciati come pittoreschi villaggi d’altura. Saliamo per un tempo indefinito. Ad un certo punto incontriamo un bivio, sopra un cartello che indica le destinazioni suggeriteci. Non sappiamo se credergli: guardandoci attorno a perdita d’occhio ci sono solo chilometri di vette selvose. Intanto prende a scendere una certa nebbia: ora mancano solo gli ululati.
Dopo la svolta (con scongiuri) inizia una strada larga una corsia e mezza, col bordo rigorosamente non protetto che da sul vallone. Siamo a posto, penso.
Sudo freddo mentre avanzo nella coltre che avvolge la boscaglia intorno. Andare in vacanza in Grecia – il sole, il mare, le case bianche, i fritti di mare e tutte quelle cose che si dicono – e trovarsi in un romanzo di Marion Zimmer Bradley: chi lo avrebbe mai detto! Vorrei girare il macinino e fare ritorno: non mi sembra possibile alcuna forma di civilta’ interessante in un habitat simile. Silvia – che probabilmente da piccola e’ stata una accanita divoratrice di libri fantasy – ovviamente non e’ della stessa idea e vuole proseguire. Va be’, qui – come da tempo avrete capito – i pantaloni ce li ha lei, e quindi proseguiamo nel muschio. Finita la foresta degli gnomi, arriviamo a un primo piccolo accrocchio di case e, impressionante, e’ pieno di vegliardi che fanno shopping. Si chiama Milies, questa specie di Premana nella terra di nessuno. Ci chiediamo che ci sia di tanto interessante in vendita per portare cotanto pubblico fin lassu’; cosi parcheggiamo il mezzo e scendiamo a guardarci intorno: quattro bancarelle, tipo mercatino di Natale di Melzo, a venti chilometri di curve dalla civilta’. Curiose abitudini questi anziani. Lasciate le chiome cotonate e le pellicce di visone, se possibile la strada peggiora e ci tocca pure il guado di un torrente. Le piogge dei giorni scorsi hanno generato un enorme scolo che scende vigoroso dal costone di montagna, invadendo la sede stradale per quattro o cinque metri e portandosi via pure l’asfalto. Il fondo del torrente non si vede, esitiamo un attimo e cerchiamo di capire meglio la situazione; poi metto la retro, prendo un po’ di rincorsa e immergo deciso il macinino nel fiume. La traversata risulta piu’ agile del previsto e cosi, ahime’, proseguiamo diritti verso le successive localita’ e i loro tranelli. In verita’ i borghi successivi sono privi di insidie, ma pure di qualsiasi altra cosa, sono villaggi fantasma: poche case diroccate, fontane spente e dimenticate, muretti di sassi e muschio, nebbia, ancora nebbia, poi attrezzi, panchine, tavoli, reti per materassi, bombole del gas – abbandonati, divelti, arrugginiti, a seconda dell’articolo. Non altro.
Con tanti dubbi e perplessita’ discendiamo verso la costa, assolvendo comunque il nostro suggeritore dai suoi peccati: quei paesini di solito sono molto visitati per via delle vedute che si godono dalle loro piazze e scalinate; vengono definiti “il balcone del Pelio; oggi si vedeva a malapena di la’ della strada.
A proposito del nostro suggeritore: stiamo tornando alla base e Silvia manifesta i primi sintomi d’ansia da incontro e mi illustra diverse raffinate strategie per aggirare la logorrea del nostro generoso albergatore che, a suo dire, non vede l’ora di impartirci una seconda lezione sulla penisola e le sue tradizioni. Una volta davanti all’albergo Silvia abbassa furtiva la maniglia del portone d’ingresso e, prima che io faccia un passo dentro, e’ gia’ in fuga alla seconda rampa di scale. Alla faccia delle raffinate strategie, penso.
Io vorrei entrare lentamente, con aria di vaga indifferenza, ma eccolo gia’ alle mie spalle con la mano protesa, il sorriso stampato e una carriola di domande che non tarda a propormi. Colto dal mio spirito mediterraneo non riesco a fuggire via, mi fermo, gli do corda. Mi chiede dove siamo stati, se ci e’ piaciuto, cosa abbiamo combinato, ma, prima ancora che io risponda, eccolo che riattacca con una filippica sull’inverno che “non e’ stagione”. E due.
Una volta in camera, l’avventuriera gia’ dorme. Io mi faccio una doccia, leggo due pagine e poi… poi ricordo di essermi svegliato, di aver guardato l’ora e di aver detto: “Mattavelli, cazzo, le 22.30! Ci siamo addormentati!” E lei: “Si, e’ un problema?”. E’ un problema si, perche’ in Grecia il capodanno viene festeggiato prevalentemente in famiglia, come da noi Natale, bar e ristoranti a una certa ora della sera chiudono, gli esercenti si ritirano a festeggiare in privato.
Avvertito il grave e atavico pericolo di restare senza cibo, ci vestiamo con le prime cose sputate dagli zaini e andiamo in cerca di un posto per mangiare nel buio della nostra sperduta localita’ di mare, in cui gli unici turisti, giova ricordarlo, siamo noi due.
Le poche luci ci invitano alla passeggiata che costeggia il mare, dove alcune taverne sembrano ancora illuminate. Nella prima che incrociamo c’e’ un anziano che lucida bicchieri in una grande sala da pranzo vuota. Bussiamo, facciamo segno se possiamo mangiare li, lui con un netto movimento orizzontale del braccio ci fa capire che la cucina e’ chiusa. Muoviamoci, corriamo alla prossima: il pensiero allarmato e’ simultaneo e comune. Si sente come un conto alla rovescia invisibile, inesorabile, preoccupante: restare senza l’ultima cena del 2012.
Arrivati alla seconda locanda scorgiamo una famiglia al centro di una sala da pranzo sguarnita e un po’ demode’. Li osserviamo appostati come cani randagi dalla parte opposta della strada: da come si muovono si tratta del proprietario e dei suoi familiari. Mangiano li’, tanto sanno che di questa stagione, e specialmente la sera dell’ultimo, da Kala’ Nera’ non passera’ anima viva. Pensiamo sia meglio non disturbare e ci rechiamo cosi alla terza taverna; a occhio, il penultimo tentativo che ci rimane. Anche in questo caso, stessa scena: padre, due figli, non piu’ di dieci anni a testa, e la nonna, seduti al tavolo gia’ imbandito e pronto per la festa. Esitiamo, ma questa volta e’ il proprietario a vederci e venirci incontro: ci apre la porta e ci invita a seguirlo, ad entrare. Assomiglia a Massimo Ceccherini, cosi, per darvi qualche riferimento.
Entriamo e ci apparecchiano un tavolo vicino al loro, cooperativamente: la nonna va in cucina, i fanciulli sistemano la tavola, il padre si siede con noi e ci racconta cos’hanno in casa. Noi diciamo: “pesce, poi veda lei, ci fidiamo!”.
Finisce che ci preparano una cena luculliana, che quasi consumiamo con loro, come in una festa di famiglia capitata per caso: con i bambini che giocano, la nonna davanti alla stufa, il Carlo Conti greco che in tv intrattiene il pubblico con il solito modo idiota di quei programmi li.
Noi, a parlar di belle cose, tranquilli, accolti in un improbabile taverna con chitarre, reti da pesca e sombreri appesi ai muri, a domandarci come mai una famiglia decida di tenere aperta la sala e mangiare con noi l’ultima sera dell’anno; loro a chiedersi come diavolo possano essere capitati li due italiani l’ultima sera di dicembre, poco prima di mezzanotte: una situazione, e una sensazione, di gratuita fortuna molto bella e piacevole.
Auguro  a chiunque, qualche volta, di trovar divertimento ai margini della festa, di deviare il percorso, pensare di essersi perso, e scoprire proprio la’, in fondo a quel che prima era ignoto, un angolo di accoglienza e riparo; un posto di cui non si sapeva nulla e che perfino magari  sembrava niente. Uno dei migliori regali che il viaggio può fare.
Fuori intanto stanno il mare e le stelle, i pesci che nuotano silenziosi sottocoperta, le reti appese, le cabine chiuse che aspettan l’estate, una linea leggera di piccoli lampioni che tratteggia nel buio la curva della spiaggia.
A mezzanotte da qualche casa lungo la costa qualche sparo a segnare un confine rituale. Solo qualche minuto, poi di nuovo silenzio, la magia della notte marina, un quadro semovente. Camminiamo sulla battigia, ci sentiamo vicini agli astri, stendiamo discorsi sul mare, organizziamo scherzi da poco per la notte che resta. In sere cosi, almeno quelle sere lì, ci sentiamo  infiniti.

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