Tzatziki d’inverno – Verso le Meteore

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Finalmente un tramonto rosa avvolge le rive del Pelio, l’ultima sera a Kala’ Nera’ corrisponde al primo sole che incontriamo in questa umida terra greca.

La mattina apriamo le persiane sulla costa, cielo e mare brillano lo stesso azzurro delle bandiere nazionali che svettano tra i tetti intorno. Il nostro treno parte da Volos a meta’ giornata, ma vorremmo lasciare al piu’ presto l’albergo del nostro palestrato chiacchierone e passare qualche ora sul mare. La cosa non risulta semplice, come prevedibile. Ci avviciniamo alla reception per corrispondere il dovuto e il nostro curatore ci invita a non avere fretta, prima vuole presentarci suo padre, Orfeas, che “parla italiano perche’ ha lavorato in Svizzera”. Come solito, sono io a farmi coinvolgere. Silvia mi guarda di uno sguardo misto tra ira e compassione.
Stringo la mano al signor Orfeas, fisico robusto, volto abbronzato, camiciola a quadri e acconciatura anni ’70, e gli chiedo ragione del suo discreto italiano, complicando ulteriormente le cose: per rispondere alla mia domanda e per spirito di ospitalita’ ci invita a prendercela comoda e a far colazione con lui. Non posso farci niente, sono ammirato dal tempo morbido di questi uomini.
Tra caffe’ greco e dolcetti, racconta che ha lavorato in passato a Zurigo e tanto a contatto con italiani. E’ l’ultimo di molti altri personaggi che abbiamo incontrato in questi anni, girando l’est europeo, che ci racconta di aver lavorato in Italia o con italiani. Collegando tutti i puntini, seguendo la geografia di questi contatti, e’ piu’ semplice comprendere e immaginare come mai in passato il nostro paese fosse, nel mondo, una delle sei o sette maggiori potenze industriali.
Apprezzando il suo linguaggio artigianale, ma al contempo garbato, chiedo ad Orfeas anche qualcosa riguardo l’albergo del figlio e in particolare se passano connazionali: l’attivita’ e’ nuova e il lavoro arriva con la bella stagione, un pubblico di transito che si ferma nel Pelio solo qualche giorno, magari per spezzare il viaggio prima di approdare su qualcuna delle solite isole. Italiani? Pochi da queste parti, quelli che arrivano, arrivano in estate quando Ryan Air attiva voli diretti per Volos da Bergamo e Roma.
“Ci ha fatto piacere, ma ci dobbiamo congedare, e’ tardi”. “E’ stato un piacere avervi ospiti”. Ci alziamo, paghiamo, salutiamo e, sull’uscio, logorrea fa in tempo a raggiungerci e a chiederci dove siamo diretti: “alle Meteore”, “in auto?”, “no, in treno”, “senza auto li non andate da nessuna parte, accettate un consiglio: proseguite in macchina”. Amen. Saliamo sul macinino, innestiamo la prima, facciam qualche metro e scoppiamo a ridere: ma l’albergatore giovane con mentalita’ da dopoguerra proprio a noi doveva capitare?

A Volos il lungomare corre parallelo al porto turistico che si estende accompagnando l’intero confine marittimo dell’abitato. Seppur in un giorno settimanale, c’e’ molta gente che cammina lungo il mare. Giacche sottobraccio, felpe slacciate, maniche rivolte, si addenta qualcosa, si chiacchiera, ci si lascia addolcire dai 18 gradi nell’aria. Noto una cosa e mi guardo intorno per confermarla: nel fiume di gente che passeggia solo pochi, pochissimi, usano smartphones e cellulari. Quasi da non credere, per noi abituati ai vagoni della metropolitana milanese, dove su cinquanta passeggeri presenti trentasette sono intenti a digitare qualcosa sul proprio telefono; qui la tecnologia non appare, forse non c’e’. Appaiono invece moltissimi cani: le colonie di randagi sono un problema diffuso in tutta la Grecia, in luoghi densamente abitati come Salonicco e cosi in certi angoli sperduti del Pelio; la disperazione ha portato i cani a spargersi per tutta la penisola. Del resto, piu’ che la quantita’ di cibo a disposizione, a volte, a condizionare le esistenze, concorre il numero degli avversari in competizione. A Volos i senzatetto sono molti, ti seguono con sguardi imploranti anche per chilometri. Noi siamo stati in compagnia di Ermanno – cosi lo abbiamo chiamato -, un bel cagnolone nero, educato, mansueto: ci ha scortati per tutta la nostra permanenza in citta’.

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Riprendiamo il treno, corriamo per la piana rurale e dopo trenta minuti cambiamo a Larissa – ricorderete certamente: l’importante snodo nel sistema di trasporti nazionale con tre binari! – per Kalambakha, un villaggio ai piedi delle Meteore, i celebri monasteri costruiti a strapiombo su altissime formazioni rocciose.
Nel viaggio d’inverno cala presto il buio, si spegne la magia del finestrino che diventa in breve schermo nero. Prima scorreva come pellicola il paesaggio esterno, ora compaiono riflesse sul fondo scuro le facce stanche dei passeggeri. Il treno su cui viaggiamo e’ un locale che la sera riporta a casa chi lavora in citta’. Non ci sono turisti, non ci sono stranieri. Una bambina bionda che corre avanti e indietro per il corridoio ravviva l’atmosfera del vagone ; poi, ad un certo punto, mi guarda, si ferma e tenta di parlarmi in greco: si instaura uno strano dialogo che fa simpatia anche se nessuna delle parti in causa capisce nulla. Poco dopo si alza un uomo, che scopriamo essere il nonno con cui la bambina viaggia, le dice: “forza, dobbiamo scendere!”. Solo alcuni istanti dopo ci accorgiamo: quella frase era in italiano. Ancora? Ancora; un altro greco che, ci racconta, per vent’anni ha lavorato con i veneti e che oggi ricorda ancora qualche parola di italiano. “Toccava a noi imparare l’italiano, gli italiani, figuriamoci, si rifiutavano!”. Tra me ho pensato che, ancora oggi, in certe zone del veneto non e’ inusuale che si usi il dialetto al posto dell’italiano. Auguri.
Il nonno e la nipote scendono poco dopo: piu’ il lentissimo trenino si addentra tra le valli del Pindo, piu’ il vagone si svuota. Kalambakha – ottocento e qualcosa anime – e’ il capolinea semplicemente perche’ oltre quell’altezza la ferrovia non puo’ proseguire.
Scendiamo che pare notte fonda, non sappiamo nulla del paese, meno il nome dell’affittacamere in cui abbiamo prenotato due giorni prima via internet. Non abbiamo indirizzi: non c’era
sul sito di prenotazione, ne’ nella mail di conferma. Ma noi non stiamo mai a formalizzarci e crediamo molto nella fortuna dei principianti, o in qualche altra divinita’ simile.
La stazione e’ minuscola, scendiamo in sei o sette; gli altri, tempo di uscire, sono gia’ spariti, dileguati…ma dove?
Il piazzale si affaccia su uno stradone a quattro corsie completamente deserto, spira un vento freddo e secco che sa di montagna: mi viene in mente l’autostrada nei pressi di Aulla. Intorno ai lampioni gialli dello stradone c’e’ buio, non si vedono altre luci: ci chiediamo se il centro sia di la’ dei binari. A toglierci ogni dubbio e’ il fatto che, aggirata la stazione, ci si apre davanti una distesa di campi incolti e illuminati solo dalle stelle. Retromarcia e prendiamo a costeggiare la
strada guardandoci attorno: pompe di benzina chiuse, chioschi chiusi, palazzi con le finestre chiuse. In quei momenti – saranno il buio, il freddo o la stanchezza – capita di farsi domande dal gusto assoluto: saremo scesi nel posto giusto? sara’ aperto il posto in cui abbiamo prenotato? Cose di questo tenore. Poi, mentre siamo presi in questo esame al limite della patologia, ecco una luce provenire da sinistra, una luce non di casa, non di finestra, una luce blu e intermittente in alto ad un vicolo. “Una luminaria natalizia!” dico, scardinando il braccio a Silvia.
Risaliamo la stradina per un centinaio di metri seguendo la nostra stella cometa di plastica e, girato l’angolo, il paese fantasma mostra la sua faccia nascosta: una via centrale dove brillano piu’ insegne di hotel, bar, pasticcerie, taverne, che lampioni.
Arrivando in inverno e’ facile trascurare che, durante la bella stagione, questo piccolo villaggio e’ il punto di appoggio per tutti coloro che vogliano visitare le famose Meteore, una delle attrazioni turistiche piu’ celebri di tutta la nazione. Nei mesi invernali molti esercizi sono chiusi e in generale c’e’ poca vita in giro, ma non mancano possibilita’ di pernottamento e ottime taverne aperte in cui cenare.
Percorriamo il viale centrale grati alle luci elettriche e alla civilta’. Cerchiamo tra le insegne il nome del nostro affittacamere. Chiediamo in giro e nessuno sembra conoscere della sua esistenza. Con grande spirito pellegrino avanziamo lungo la via, per quasi un chilometro fuori dal centro, di nuovo al buio, e alla fine, eccolo, sperduto, lo troviamo. Novanta euro per tre notti, un prezzo che qualche scomodita’ poteva farla intuire.
La signora che gestisce il posto e’ molto cortese, la camera molto ampia, i letti a una piazza e mezza: un vero lusso per noi vagabondi. Scostate le tende della finestra, un lampo, come capodogli bianchi che emergono in volo dalle scure acque oceaniche: ecco li dietro le Meteore, appena illuminate dal chiarore del centro abitato, fanno impressione, sono macigni di roccia, ma gossi come montagne, come Alpi. Lasciano senza fiato e ci colgono di sorpresa, noi che, intenti nella ricerca, non ci eravamo neanche accorti.

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