Diario atlantico y sentimental – Gli atleti del pellegrinaggio

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Quando mi capita di parlare in classe delle strade che in questi anni abbiamo percorso, ho sempre la sensazione che il viaggio a piedi venga associato alle peggiori esperienze, fino al martirio e oltre!
In questi primi giorni lungo il Cammino Primitivo mi accorgo che, forse, la ragione, almeno in termini statistici, ce l’hanno i miei studenti.
Osservo i pellegrini intorno e ogni giorno  sembrano inscenare una specie di rito circolare e masochistico che mischia medioevo e modernità. Viandanti con volti provati come nell’anno mille, ma magliette fluo in poliestere super tecniche, austerità alimentari (barrette energetiche sempre piú preoccupanti) e zaini da guerre stellari.
Si alzano prestissimo, i nuovi pellegrini, si alzano presto per arrivare presto, per evitar la coda, per trovar posto in sobri e assiepati ostelli,  mangiano negli stessi sobri posti, consumano meste colazioni nella penombra delle camerate. Vivono su una specie di nastro trasportatore (sobrio, ovviamente) che li muove lungo una linea, da cui non sono concessi digressioni,  fuoriprogramma,  soste. Quasi quasi mi fanno rimpiangere gli iper religiosi pellegrini d’un tempo. Sì perché gli atleti del pellegrinaggio profanano il tempio: sottomettono il tempo del cammino alle regole dell’Utile.Torno sul cammino molti anni dopo  e mi sembra, sinceramente, che la situazione, da questo punto di vista, sia molto peggiorata. Rifletto sul tempo, sul tempo del mio viaggio e su chi me l’ha insegnato. E grazie a questa riflessione, dai prossimi giorni, inizieró  a saldare qualche debito.

Oviedo, Grado, Salas, Tineo. Il percorso in questi primi chilometri sale e scende tra le incantevoli valli delle Asturie. Ci fanno da compagnia bovini, pollai, campi di mais e fagioli, boschi di castagno  e eucalipto, meleti, un sacco di meleti da cui si ricava il classico sidro asturiano. Non è ancora Galizia, ma non è nemmeno Spagna continentale. Tutto, attorno a questo sentiero, pare armonico agli occhi del forestiero di passaggio. A Villamar ci sono tavolini all’ombra di lontani e alti ontani che sembrano messi li per invitare alla sosta il viandante o fermare il tempo del lavoro nei campi. Si avverte lì attorno una strana energia, magnetica. Chiedono solo di fermarsi, sedersi e incominciare a guardare. Ce ne sono un’infinità, di posti così,  a me pare, nel mondo. Ma qui son in forma più concentrata. Tutto in questi paesi sembra vivo  e presente a se stesso: vasi colorati alle finestre, sulle scale, a dire che chi abita infondo a questa campagna é felice, ci sta bene da queste parti. A Grado ci sono bar scalcinati e aperti fino a notte fonda e baristi che servono il sidro da sopra la linea delle spalle, proseguendo un’usanza vecchia di secoli: stappano la bottiglia e  con un gesto secco e preciso versano il contenuto nel calice all’altezza della cintura.
Perché il nostro sguardo si sofferma su tanti dettagli? Cosa ci attira? ed è poi così: si tratta solamente di dettagli? o sono pezzi che insieme compongono una faccenda piú grande?
Forse sì, si tratta di segni che parlano d’altro, forse la sensazione di armonia che si avverte stando in questi posti non deriva dal fatto che siamo in vacanza e lontani centinaia di chilometri dai nostri problemi. No, non deve,  forse non può, essere solo questo. A me pare che tutta la questione giri attorno al fatto che noi abbiam perduto la capacità di dialogo col tempo, di stare con il nostro tempo e parlarci. Lo dimentichiamo, siamo schiavi del tempo, di rado lo viviamo con pienezza, sentendoci bene.  E qui invece tutto sembra ridarci c’ho che, senza saperlo, senza accorgercene, abbiamo perso: il tempo lento, la passione di fare  bene i gesti e farli bene per una questione di puro gusto. Questo contesto ci parla di noi e ci rieduca, se solo gli diamo ascolto.

Il nostro modo di andare in giro a visitare – i paesi o gli ambiti inesplorati che incessantemente la vita ci mette davanti, poco cambia – dipende anch’esso dal nostro rapporto col tempo.
I nuovi pellegrini atleti non sembrano meno allucinati dei pendolari che fuggono da Milano alle 18. Rincorrono con affanno una libertà che mai avranno se non si libereranno della fretta. Sentono, ma non ascoltano quel che si propone attorno al loro tragitto.
E’ una lettura un po’ critica, ma sincera, questa che scrivo. A me sembra gente che viene a fare sport all’aria aperta a basso costo; poco altro.

Per tutti questi motivi qui scegliamo apposta di camminare a ritmo variabile, lasciandoci all’ispirazione, scegliamo di partire col sole già alto il mattino e tirare tardi la sera, almeno finché la stanchezza del cammino non  ci chiama insistentemente alle brande. Per questi motovi ci concediamo più colazioni, più soste nei bar o di guardare gli armenti al pascolo per una buona mezzora, sorseggiando una birra. Per tutti questi motivi, ci capita di cambiare itinerario a metà giornata e di preferire ogni giorno i sandali alle scarpe chiuse. Con un rito ribelle infrangiamo, insomma, la regola del pellegrinaggio di massa e ci apriamo al tempo dell’inutile. Ci ascoltiamo, prendiamo il nostro ritmo e facciamo solo ciò che ci fa sentire bene.
Che bellezza. Una partenza così uno dovrebbe sempre tenerla sulla porta di casa, nel taschino, portarla con sè.

Per questo tipo di partenze, come dicevo sopra, devo ringraziare alcune persone: quelle che mi hanno insegnato a pensare al tempo in un modo diverso. Incomincierò dalla prossima volta, ora il sentiero ci chiama.

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