Diario atlantico y sentimental – Il gusto del gesto fatto bene

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Ancora prima delle prime luci dell’alba, la sveglia del primo atleta del pellegrinaggio staglia il suo urlo di moderno gallo verso il cielo; potrà sembrare similitudine eccessiva, ma, dal fondo del mio sonno necessario, pare proprio così. I galli veri invece, là fuori, sparpagliati  infondo ai serragli,  ancora dormono, inghiottiti  dal buio umido  della campagna asturiana.
Nel giro di un minuto sono già dieci  i pellegrini in piedi che frugano con frenesia nei loro zaini e si preparano con svelta dovizia alla partenza seminotturna. Dopo cinque ulteriori minuti, rimaniamo soli, io e una coppia di colombiani, sdraiati in mezzo a un formicaio di pellegrini con torce in testa che alacremente rovistano, tra sacchetti di plastica e una certa, diffusa, puzza di piedi, per prepararsi ad attaccare il sentiero. In mezzora, come un temporale estivo, che si abbatte violento e poi lascia quiete, l’esercito ha già abbandonato la baracca; rimane un silenzio irreale, a tratti tetro: un neon si accende a singhiozzi e dalla porta del bagno infondo allo stanzone prorompono lampi di luce.
Io mi chiedo che senso abbia quel rito collettivo: partire in massa, ogni giorno, nel buio e nella nebbia delle mattine asturiane. Un rito che a guardarlo da fuori appare in contrasto con le idee che dovrebbero ispirare un viaggio a piedi: tutti le stesse cose, tutti con gli stessi tempi, con lo stesso tempo.

Una frase sul tempo  che mi piacque subito – la sentii la prima volta che ancora ero piccolo – fu questa: “ci affanniamo tanto per allungare la vita, quando invece andrebbe  allargata”. A sentenziare era Luciano De Crescenzo, uno dei primi a farmici pensare, al tempo.
Ma non voglio parlare di filosofi, né di scrittori: sono state altre e piú vicine le figure che, intenzionalmente o meno, hanno contribuito a formare la mia “idea di”, il mio rapporto col tempo, il gusto per le cose della vita e, in definitiva, la necessità di allargare il tempo – quindi la vita.

Il primo fu mio nonno paterno, l’unico direttamente conosciuto. Natale all’anagrafe, Natalino per gli amici. Grande e grosso come un albero e con gli occhi tra il grigio  e il verde.
Io sono uno di quelli degli anni Ottanta cresciuto  con i nonni nell’orto e i genitori al lavoro, tra gli ultimi a poter assistere a quel che rimaneva di una passata civiltà contadina. Sono cresciuto osservando un mondo che, senza che io lo sapessi, aveva un suo tempo e seguiva gesti che non sarebbero stati quelli del mio, di mondo. Il rapporto con la terra, gli attrezzi del lavoro nei campi,  bicchieri di rosso condivisi sedendo al tavolo, le partite ascoltate alla radio, quelle giocate a carte. Gesti e atmosfere che quella generazione lì si è poi portata via con sé.
Persino i loro luoghi erano diversi, poiché diverso era il rapporto col tempo che quegli uomini vivevano  nel loro spazio.
Prendiamo il mio paese d’origine, Casatenovo. Casatenovo, medio centro della Brianza collinare, durante la mia infanzia, negli anni Ottanta, era un paese di campagna: ai bordi delle strade cresceva l’erba, non c’erano rotonde e marciapiedi, alle quattro del pomeriggio si muovevano sulle strade poche auto, l’aria sull’asfalto rimaneva immota, attorno si lavorava, con cappelli di paglia in testa, negli orti – ogni famiglia aveva il suo. Di fianco a casa, dove ora ci sono residenze, parcheggi ed esercizi pubblici, c’erano campi, boschi, serragli. Poi il tempo della società s’è accelerato, e il senso – che è sempre sintesi umana del rapporto tra spazio e tempo -, quel senso, è scomparso, e con lui un certo paesaggio: la campagna s’é fatta città sparsa, urbanizzato con sprazzi di verde.

Mio nonno, che era un uomo del dopoguerra, aveva vissuto la seconda parte della sua vita in quel contesto lì, prima aveva conosciuto la fatica e il terrore, in fabbrica la prima e al fronte il secondo. Alla fortuna di essere tornato incolume dalla seconda guerra mondiale, di essersi conservato integro dopo aver attraversato le peggiori brutture di quegli anni, dopo mesi di prigonia, rispose con serenità e godendosi le piccole cose che la modernità portava con sè, godendosele a  pieno. Rideva, aveva una battuta pronta sempre  e per tutti, amava canticchiare in casa o cantare a squrciagola in compagnia, gli piaceva mangiare e condividere un bicchiere di vino. E’ stato un uomo brillante. Il suo modo di fare negli ultimi anni, almeno a me, pareva comunicare questo: la vita c’è da godersela ogni istante che si può e senza sentirci in colpa per le cose sbagliate; apprezzare il cibo, la compagnia, il tempo del gioco e quello del riposo, senza darsi pena, ringraziando il nostro tempo fortunato.  Non dovremmo mai buttare il tempo fecondo, sciuparlo in tristezze: la vita si complica e rovina così facilmente da sola  che noi non dobbiamo cederle nemmeno un centimetro.
Questa cosa mi è rimasta addosso. Fa parte della mia filosofia spicciola, cerco di applicare tutti i giorni, anche se sono meno bravo: non ci so fare granchè, a dirla tutta.
Questa splendida lezione mi si è rivelata ripensando proprio in questi giorni di cammino alla passione che ho visto mettere, in queste zone, nelle loro case, nei bar, per alcuni gesti semplici: semplici vizi consumati al tavolo o  al bancone,  ma che se ben osservati avevano dentro una cura e una passione smodati, gesti sovversivi: una risata in faccia al tempo dell’Utile e alle sfortune del passato. Questi gesti mi hanno riportato in particolare a un piccolo rito con cui mio nonno sintetizzava tutto quanto ho descritto sopra, un’intera idea dello stare al mondo; potrà sembrarvi banale, ma sto per raccontarvi sostanzialmente  di un aperitivo.
Quando ero bambino sono andato per diversi anni al mare con mio nonno: lui era solito passare al mare le due settimane centrali d’agosto. A testimonianza del suo carisma  e della sua filosofia, al proposito, era solito ribadire: “finché  riuscirò fisicamente ad arrivarci, costi quel che costi, succeda quel che succeda, a me due settimane al mare non le toglie nessuno!”.
Al mare ogni sera prima di cena mio nonno consumava da solo il suo rito. Spariva per una mezzora, senza lasciare tracce: dopo una breve doccia si infilava pantaloncini corti e una camiciola azzurra a maniche corte, portata un po’ sbottonata. Fresco e profumato, quasi più giovane, scendeva in strada con una mezzora di anticipo rispetto all’orario in cui veniva servita la cena. A sua moglie non diceva nulla, succedeva tutto con la naturalezza di un gesto istintivo, ripetuto ogni sera da mille anni a quella parte. Era un mondo che si muoveva molto con quel tipo di meccanismi lì, quello dei nostri nonni.
Sceso in strada, allacciandosi l’orologio da polso,  si avviava lungo alcune stradine secondarie, proprio come a voler far perdere le sue tracce. So queste cose perchè qualche volta mi portava con sè in quelle passeggiate prima di cena, come se tanto io fossi troppo piccolo per capire davvero. A un certo punto entrava in una specie di giardinetto al cui fondo stava un bar, “Il Calimero”, e li ordinava un bianco col Campari o tagliato con l’Aperol; una sera l’uno, una sera l’altro. E stava lì,  dieci minuti, a volte quindici, diceva due balle ad un tizio e si godeva il bicchierino con due olive. Ai tempi effettivamente non capivo. Mi sono chiesto tante volte che ci si potesse trovare in quel rito lì, consumato ogni sera, ma ogni sera visibilmente apprezzato con uguale intensità,  stesso gusto. Poi ho capito, molto piú tardi, ma ci sono arrivato, ho chiuso il cerchio. Era una rivincita: il piccolo rito era un gesto consacrato al tempo dell’inutile, per celebrare sempre la vita che rinasce, che torna: la pensione e l’addio alla fabbrica, il ritorno dalla guerra, la fine dell’inverno. Magari non lo sapeva nemmeno lui con chiarezza, ma quel gesto lì era una piccola eversione, un gesto fatto per sè, con quel tanto-poco di amor proprio concesso.
Oggi quando vago per i paesi che non sono il mio e che, fortuna vuole, conservano ancora altri tempi, un altro rapporto col tempo, rivedo quei gesti e ci trovo dentro una verità, che ho compreso allora, al “Calimero”, guardando mio nonno, e che da noi, in Brianza, non trovo piú, o sempre meno, sempre piú nascosta. In quei piccoli riti trovo  una verità e un po’ di me.
Probabilmente è così, come diceva Magris, il viaggio è sempre e sopratutto un ritornare, non  solo conoscere, ma tanto più, platonicamente, riconoscere.

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