Diario atlantico y sentimental – Verso sud

Prima di tornare a parlare dei maestri di viaggio, dei miei maestri, di viaggio e di vita, personali, vi aggiorno circa l’itinerario atlantico che, mentre io torno indietro sui passi fatti nel tempo, avanza e disegna una forma di angolo: la prima netta virata verso sud.

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Quattro giorni fa, con un’ultima lunga tappa, si è concluso il Cammino Primitivo. Le immagini che restano sono molte: il paesaggio semovente dei pascoli, le rosse striature della cordigliera asturiana, le nuvole basse che corrono sopra l’altipiano di Berducedo, i muri a secco che ritagliano i campi nella campagne attorno a Oviedo. Ad una veloce rassegna, in testa, rimangono sparsi scatti di pura bellezza. Molte le giornate limpide in cui lo smalto bianco delle pale eoliche contro il cielo azzurro atlantico sembrava rievocare certe immagini mediterranee, altre cupe, in cui l’oceano ha steso la sua coperta di nuvole scure sulla Galizia, avvicinandola all’Irlanda. Due settimane in paesaggi morbidi – a uno verrebbe quasi da scrivere intimi, ma qui mi accusano tutti per un certo eccesso lirico e allora devo scriverlo facendoci almeno un giro attorno – perfetti per rifare il percorso all’indietro, dentro le proprie questioni; tempo buono per provare a riordinare gli affari dell’anima. Gli unici importanti.
Camminare per le Asturie e la Galizia – e quante volte ci ho pensato nei lunghi tratti in solitaria – è stato come ripassare i profumi dell’infanzia: paesaggi senza segreti, decisamente familiari.
Quanto contano gli odori nella nostra percezione dei paesaggi? nel nostro dialogo con i luoghi che attraversiamo o in cui ci troviamo?
Non so per gli altri, per me contano molto. Si può osservare una fotografia d’autore, leggere una evocativa pagina di romanzo, toccare la pietra con cui sono costruite le case, ma il più profondo e veritiero contatto con il posto in cui ci si trova passa dal naso.
‘Un conto è leggere un reportage dal fronte, un altro è essere sul luogo e sentire l’odore della guerra’ ho sentito dire una volta, in un’intervista, a Paolo Rumiz; la trovai forma semplice, ma, nella sua sintesi, illuminante.
Così l’odore dell’erba falciata, del fieno stivato, l’umore afoso dei campi di mais, l’odore di sterco nelle aie e per la strada, insieme hanno composto una collana di ricordi olfattivi che ripescano direttamente sensazioni nella mia infanzia e che hanno avuto come diretta conseguenza quella di farmi sentire in cammino dentro a un paesaggio molto familiare, rassicurante, ma, allo stesso modo, perduto, distante nel tempo, irrecuperabile.

L’ultima tappa del Cammino ci ha condotti dal piccolo abitato rurale di San Roman – una strada, tre stalle, un ostello e una chiesa – a Melide, luogo in cui il Cammino Primitivo ‘sfocia’ nel piú celebre Cammino Francese.
L’idea era quella di fare piccole tappe e arrivare a Santiago in quattro giorni, poi, per noi intimi viandanti del Primitivo, l’impatto con la massa dei pellegrini lungo il percorso della tappa da Melide ad Arzua ha avuto un impatto troppo forte, provocando un enorme disagio. Altri provenienti dal Primitivo e dotati di maggior pazienza hanno scelto di sopportare, io, che il Cammino lo faccio per stare bene con me, ho radunato le forze e il giorno successivo mi sono regalato una ferragostana tappa di quaranta chilometri per arrivare a Santiago e fuggire il prima possibile da quel delirio.

Da Melide ad Arzua: quel giorno una colonna di pellegrini senza soluzione di continuità avanzava verso la meta tra bar, ristoranti, venditori ambulanti, nuovi ostelli. Il paesaggio attorno a noi era anche bello, ma lo slalom tra bici, pedoni lenti, atleti veloci, oratori, comitive, parrocchie, famiglie con zainetti rosa da pic nic, non lasciava tregua e chiudeva lo sguardo sulla gimkana, faceva innervosire, levava i pensieri dalla testa, che si concentrava unicamente sull’immediato intorno.
La Galizia ha abitanti onesti e resistenti che hanno sempre portato rispetto al pellegrinaggio e sempre sorriso ai viandanti, con il grande pregio di non lasciarsi mai attrarre dall’idea di fare del Cammino un baraccone turistico e una brutta gallina dalle uova d’oro. Ma i numeri sono cresciuti, troppo, ed è stato necessario organizzarsi, aprire più bar, più ostelli e alberghi, più ristoranti e così, almeno durante l’estate, nell’assoluta e indiscussa buona fede dei galiziani, il paesaggio intimo e raccolto del Cammino ha lasciato spazio a una specie di evento di trekking di massa senza precedenti, perdendo magia, ma soprattutto compromettendo i motivi stessi da cui trae senso mettersi in viaggio su quei sentieri. Un processo di erosione che avevo già descritto per il Primitivo, ma che qui assume tratti terminali – specifico che si tratta del giudizio personale di uno che ha già percorso lo stesso cammino nel 2004 e che magari rimpiange i tempi dell’università. Sapete come vanno queste cose, gli anni che passano, l’età.

E ora siamo qui seduti nel porto di Vigo in attesa di un treno che ci porti finalmente oltre confine, in Portogallo.
Stiamo sdraiati per terra all’ombra di un albero. Sul molo bianco, avvolti nel blu del cielo e del mare, sfilano a piccoli gruppi – famiglie, coppie, ragazzi armati di tende e fornelli – turisti che lasciano Vigo per il week-end e si imbarcano alla volta delle vicine isole Cìes. In alto, nel lungo pomeriggio spagnolo, splendono giardini lussureggianti di vento e di sole, svettano sopra il cemento delle miriadi di costruzioni addossate alla collina su cui la città è cresciuta.

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La mia estate sembra solo all’inizio, ancora sembra il primo lunedì dopo la fine della scuola. Come fosse un nuovo inizio, un’altra volta ancora. Arriveremo domani a Lisbona, da lì incomincerà il nostro viaggio in Portogallo.

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