Diario atlantico y sentimental – Setùbal e Evora

Alcune note geografiche degli ultimi giorni, direttamente dal mio personalissimo taccuino!
Per lavare via le fatiche del cammino, guidati più dal caso che dal gusto, ci siamo spiaggiati – mai termine fu così opportuno – qualche giorno a Setùbal. Non esattamente una perla di mare, ma una città con una sua certa complessità interessante.

Anzitutto, bisogna dire che Setùbal è una delle depandançes marinare di Lisbona. A nord della capitale ci sono i lidi dei ricchi: Estoril, le spiagge di Sintra, un sacco di sinuosi, verdissimi e poco ecologici campi da golf. A sud c’è la costa dei poveri, che trova il suo baricentro, appunto, tra le città di Setùbal e Sesimbra.Ci si arriva da Lisbona con una sorta di metropolitana, a Setùbal: oltrepassato, sopra  il cigolante ponte ferroviario, l’estuario del Tago – enorme,  sfocia come un lago nell’oceano! – si tira dritti ancora per trenta chilometri e si arriva alle spalle del centro cittadino. Ad accogliere il viaggiatore in agosto cieli di un blu poco realistico; roba da sfondi del desktop, windows e quelle robe lì.
Ecco, osserviamo la città di calce (scalcinata), tutta bianca, sotto un cielo azzurro che qui – fregando una celebre rima a Paolo Conte – è alto e sembra fatto di smalto. Se ci si addentra in Setùbal seguendo la via che dalla stazione porta in centro, alle tre di un sabato d’agosto si puó avere l’impressione che la città sia da tempo stata abbandonata. Qualcuno avanza altre proposte: forse son tutti in spiaggia. Negozi chiusi – alcuni dagli anni Ottanta, presumo – muri scalcinati, arredo urbano demodé, neanche un cristiano nell’arco di un chilometro; caldo e vento, gratis per tutti.
Sembra una stazione balneare decaduta, eppure approfondendo un po’ la questione si scopre che è il terzo porto del paese, che ospita più di centomila abitanti e  alcune attività produttive di rilievo nazionale.
Questa discrepanza tra una facciata cadente e una sotteranea vitalità economica, non è l’unica variabile che rende Setùbal una città di difficile – e per questo interessante – lettura. Ce ne sono almeno altre due.

Ecco la prima. L’attività turistica si svolge qui su due principali spiagge: quelle dell’antistante penisola di Troia e quelle che si sviluppano lungo il litoraneo tra Setùbal e Sesimbra. Entrambe le spiagge –  nonostante la vicinanza alla capitale – non si presentano gremite, nemmeno in una domenica pomeriggio d’agosto, e sono frequentate quasi esclusivamente da locali. Di stranieri manco l’ombra.
La sabbia è fine e bianchissima, l’acqua cristallina, gli spazi di solitudine ampi; alle spalle delle spiagge si stendono le riserve naturali dell’estuario del Sado e il Parco naturale d’Arrabida. Eppure pare che questo mezzo sogno (specie per noi italiani e le nostre stipate riviere d’agosto) ai portoghesi non basti. Forse la presenza del porto e del suo traffico di navi costituiscono un deterrente sufficiente? O ancora, che sia l’eccessiva vicinanza alla capitale? Si sa che, specie in materia di turismo, andare lontani fa più figo. Non lo possiamo stabilire con certezza.

La seconda variabile che incasina l’interpretazione di questa città è la sua anomala geografia sociale. Nel centro storico, fatto di piccole vie perpendicolari al mare e tre o quattro grandi parallele lungo cui si muove il traffico a motore, si alternano vie che ricordano Cuba, in cui si susseguono piccole bettole a caratterizzazione etnica, dove si arrostisce, si canta, si gioca, si balla, si beve in strada fino a mattina e altre vie invece dall’aspetto borghese e un po’ decaduto. La povertà insomma sta in centro e si alterna a vie con caratteri decisamente diversi.

Per noi si è trattato di un buen retiro sulla via del sud: bagni in mare aperto, buoni ristoranti di pesce, un ostello economico e accogliente.

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La seconda tappa nella discesa verso sud è Evora. Capitale, si fa per dire, dell’Alentejo settentrionale. Ci arriviamo dopo un centinaio di chilometri in mezzo a una pianura arroventata. Il clima atlantico della costa è presto dimenticato, il paesaggio si fa prima salentino, con radi muri bianchi e un po’ di vigneto e poi lentamente diviene savana. Le vigne e i muri bianchi lasciano spazio a un paesaggio di piana gialla punteggiata in modo qui rado e là fitto di querce da sughero, che nell’eccesso di luce dorata diventano ombre e sagome nere. Dove gli alberi sono più radi, ecco estesi allevamenti di bufale: tra la polvere e gli sterpi, si assiepano all’ombra, come nel Serengeti farebbero branchi di gnu sotto le grandi acacie. Più la strada corre più polvere e vento rendono l’aria calda e secca, il sughereto prosegue a perdita d’occhio e all’orizzonte si confonde liquefacendosi in miraggi. La temperatura ha raggiunto intanto i 39 gradi centigradi, in strada nessuno, solo alcuni camionisti si contendono l’ombra delle poche grandi querce ai margini della strada.
Prima di arrivare ad Evora il terreno accenna le prime variazioni morfologiche: Evora sta sulla prima collina che scorgiamo. Bianca e ocra svetta con le sue cattedrali nel centro e il vecchio acquedotto romano che attraversa la città nella sua parte orientale per poi lasciarla dirigendosi verso nord.

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