Diario atlantico y sentimental – Itinerario (di formazione) alternativo

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Siamo giunti alla presentazione del secondo “maestro di viaggio e vita”. Secondo, ma all’anagrafe e non per importanza. Mio padre. Quello a cui devo la voglia di andare, la curiosità per gli itinerari fuori rotta e  a cui, con meno successo, da qualche anno, tento di rubare il mestiere (perlomeno il mestiere estivo!).
Sono cresciuto fin da piccolo con le carte geografiche stese sui tavoli di casa; molto prima che fossi in grado di comprendere, molto prima che mi assalisse la passione esplorativa. Mio padre progettava lunghi itinerari estivi da percorrere in bicicletta. Molto prima che si parlasse di turismo lento, cicloturismo, lui semplicemente già aveva immaginato e stava facendo. Lo ricordo un po’ sfocatamente durante l’infanzia: le sere d’inverno, tornato a casa, dopo cena, stendeva le sue carte sul tavolo e, taccuino alla mano, annotava, evidenziava, seguiva con le dita, quelli che d’estate sarebbero stati gli itinerari percorsi a pedali. Era una specie di anticipo d’estate: stare chiusi in casa, ma pensare lontano. Molto, ma molto, prima che internet facesse la sua comparsa, tra l’altro.
Nacquero così in casa nostra, tra gli anni Ottanta e Novanta, alcuni grandi itinerari di gruppo (per molto tempo furono il Gruppo sportivo e l’oratorio di Campofiorenzo) in bicicletta: la Yugoslavia, il Portogallo, la Russia.
Tutto quel maneggio di carte e quell’entusiasmo – sospetto oggi, riguardando indietro – non deve essere passato inosservato davanti ai miei semi-inconsapevoli occhi. Il germe buono della geografia si preparava il nido.

Solo un po’ più grande, dall’osservazione  siamo passati all’azione. Vacanze in tenda, passeggiate in montagna, esplorazioni in bicicletta, viaggi in auto, ma sempre inventando un’alternativa.
Mio padre ha dedicato molto tempo a me, e di quel tempo si è preso cura, ma soprattutto ha saputo creare un percorso di formazione straordinario.
Ecco perchè confondo sempre viaggio e vita: perchè non capisco mai quale dei due termini sia metafora per l’altro; perchè a distanza di tempo ho l’impressione di aver imparato di più in una tenda, su una bicicletta, in viaggio, che tra i banchi di scuola. Mi sento costruito di esperienze fatte all’aperto.
Ho imparato tante cose in quelle vacanze condivise con mio padre: a vivere secondo le mie strane regole e ad andarmene a zonzo secondo i miei gusti, senza che qualcuno confezioni una vacanza per me. Ho imparato troppa roba per star qui adesso, in un paesino dell’Alentejo, a fare la conta: che il viaggio è soprattutto l’itinerario e non tanto la meta, ho imparato che della parola ‘perdersi’ bisogna aver fiducia: corrisponde spesso a una fortunata deviazione che accresce noi e il nostro percorso. Che c’è un certo salutare gusto nel non omologarsi; che è meglio collaborare che competere; stare con la gente lontano dalla festa, perchè la vera festa è la scoperta. Il resto è simulazione, è finto. Ho imparato però al contempo che i luoghi sono importanti, vanno prima ascoltati, poi sentiti, vanno scelti, trattati con cura. Gli va dato tempo. Ho capito per questo che c’è più geografia nei romanzi che nei libri di testo, ma c’è più geografia in strada che nelle pagine dei racconti di viaggio. Che andare in giro senza queste attenzioni e consapevolezza non porta a molto di piú che muovere per il mondo sacchi di patate. Ho imparato che è inutile il viaggio se non c’è un porto, perchè viaggiare, come già ricordato in qualche post precedente, è spesso riconoscere e per riconoscere bisogna tornare.
Sono riconoscente a mio padre per tutte queste cose, le molte che non ho elencato e quelle che ho in qualche tasca dello zaino, ma non ho ancora tirato fuori.

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