Diario atlantico y sentimental – Le periferie di Evora

image

Esco da solo che è ancora pomeriggio, i miei compagni di viaggio sonnecchiano al bordo della piscina. Verso le 18 ancora l’aria ci soffia in faccia i suoi 38 gradi centigradi.  E’ incredibile come l’equazione caldo/piscina-a-disposizione sappia accrescere la forza di inerzia contenuta in un corpo umano.
Sul foglietto che stringo nella destra c’è un’indicazione ottenuta all’ufficio turistico, uno schizzo di quattro strade e un nome: Alto di San Bento. Si tratta di una collina nella periferia ovest della città, sulla quale dovrei ritrovare resti di civiltà preistoriche – molto diffusi da queste parti – e una bella veduta della città dall’alto.
Parto per scoprire l’abitato fuori dalle mura e non so esattamente cosa aspettarmi. Attraversata la cinta bisogna passare una circonvallazione molto trafficata. Ad Evora si nota un fenomeno analogo a quello di molte zone del sud Italia: chilometri di campagne desolate e poi, non appena la città si fa abbastanza vicina, un marasma di auto, camioncini, motorini, che sfrecciano sull’asfalto arroventato. Resto convinto che sia una proprietà intrinseca delle città mediterranee, quella di saper creare il traffico dal nulla.
La prima periferia è fatta di case piccole e ordinate,  disposte in modo assimmetrico. I colori bianco e ocra, tipici di questa città, rimangono anche qui, associandosi a forme edilizie più moderne. Tra le case, i parcheggi e gli spiazzi sono sterrati.
Proseguo così per un paio  di chilometri, poi il traffico si dirada e la strada che penso di dover seguire per giungere in cima alla collina comincia a salire e si fa accidentata. Passo in mezzo a campi di sterpaglie. Diverse famiglie rom stanno accampate in mezzo alla piana con le loro roulotte, intorno alle roulotte molti cavalli di razze diverse vengono allevati. Un ragazzino di dieci anni ripete una specie di lamento gitano mentre con la sorella minore accompagna al lazzo due cavalli alti il doppio di lui. A sinistra il versante della collina è coperto di sterpi, olivi e rifiuti. Alcuni cani fiutano tra i sacchi abbandonati la possibilità di una cena. Siamo quasi in alto alla collina, la strada si stringe tra due alti muri di pietra: uno cinge delle stalle e una tenuta, l’altro fa da recinzione a una vecchia villa ormai abbandonata. Il muro a tratti sta franando e lascia intravedere gli antichi fasti di un giardino all’italiana ormai selvatico. Tra me e me annoto che è un posto strano d suggerire a un turista, ma un ottimo luogo da suggerire al geografo.
Il sole è ormai calato quando arrivo alla sommità della collina, lascia nel cielo una sera tra il verde  e l’ambra, come le mie preferite, viste ad est, sopra le cupole d’oro di qualche cattedrale ortodossa. La cima di per sé non si presenta bene, è spelacchiata, polverosa,  e piena di ripetitori, ma appena mi giro laggiù infondo ecco Evora, placidamente appoggiata su un rilievo più basso, che mi guarda. Sono soddisfatto e mi meraviglio della quantità di strada che a buon passo si puó percorrere a piedi in poco tempo. E’ come se solo voltandoci a un certo punto del tragitto realizzassimo pienamente i passi compiuti e gli dessimo un valore. Dovrebbe essere una regola anche nella vita: ogni tanto voltarsi e verificare le impressioni.

Dalla cima si possono raggiungere dei dolmen. Ne ho visti qualche sera prima presso un altro sito nei dintorni: il cromeleque de Almendres, uno dei parchi megalitici più importanti in Europa, ma nascosto infondo a qualche chilometro di sterrati, che attraversano ampi e silenziosi sughereti. Mentre ero in mezzo a quelle pietre poste a cerchio guardavo la luna e sullo sfondo la campagna, le luci della città e il cielo tinto di blu e di rosa. Chissà cosa spinse uomini in varie parti del mondo a disporre grandi massi nella stessa maniera?
Le pietre e la luna, un’energia strana, che sale dal basso, che ti attira in alto: li, in quell’atmosfera serale raccolta, si sentiva.
Di quell’energia un tempo si teneva in gran conto il favore al momento delle semine, per propiziare buoni raccolti.

All’alto di San Bento però sta già facendo buio e io devo ripercorrere a ritroso tutta la strada e rientrare in città, così decido di lasciar perdere i dolmen e imboccare la via del ritorno. Discendo con qualche perplessità nel buio, sento il vento che fruscia tra le querce e gli ulivi, il latrato di qualche cane, il nitrire dei cavalli, il cacchiericcio di una cena in corso tra le roulottes. Poi la strada ritorna piana e ritrovo la periferia della città piena di signore e ragazze che  a coppie fanno jogging e camminano e un po’ mi stupisce vedere tanta tranquillità femminile nel buio della sera. Ribadisco a me stesso che una periferia povera non deve sempre e per forza essere una periferia della microcriminalità, una periferia di cui preoccuparsi. All’unico bar aperto un gruppo di giovani meccanici, ancora sporchi della giornata in officina, bevono una Sagres.

Appena ritorno in città, oltrepassate le mura, mi dirigo alla Casa de Fado, dove questa sera propongono cena e concerto. Del resto nella città che porta il cognome di una grande regina del genere, non potevo esimermi.
Il fado per tematiche, stile e geometrie a me ricorda molto il rebetiko che descrivevamo nel nostro diario greco di quest’inverno: musica di porto, di qualcuno o qualche cosa che se n’è andato e che non torna, di qualcosa che manca.
Il giovane proprietario del ristorante, fa accomodare gli ospiti, prende le ordinazioni, serve, ai pochi tavoli presenti nella taverna. Poi, quando tutti hanno il piatto pieno, si posiziona, accompagnato da uno o due strumentisti e da una voce femminile e canta un paio di brani. Lo fa in modo intenso, assoluto, assorto. Poi, al temine si alza e torna a servire e il giro ricomincia. Verso la mezzanotte, quando ormai i commensali stanno per terminare i loro banchetti, in modo più informale, proprietario, strumentisti, il cameriere e il cuoco, si siedono ad uno dei tavoli della sala e come fossero tra amici prendono a proporre altri brani, alcuni corali.

In alto intanto la città si è svuotata, non ci sono più passi nei vicoli. Splendono le rovine romane rischiarate dalla luna mentre l’aria, in questo clima d’entroterra, si fa fresca e asciutta. Imbambolati dalle note del fado  e dalle luci che rischiarano tutta la nera pianura circostante, restiamo al terrazzo della città per del tempo. In questo posto resteremmo ancora dei giorni. Ma domani si migra ancora più a sud, si passa dall’Alentejo all’Algarve, si arriverà ad Alcoutim, sul fiume Guadiana.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...