Diario atlantico y sentimental – La viaggiatrice autentica

E’ da quando son partito, da quando ho messo piede fuori casa, che ho una certa sensazione, come se mancasse  qualcosa. E’ bastato far scorrere circa quarantotto ore dall’atterraggio in aeroporto, non di più: poi ho realizzato.
Ad un certo punto, nel mezzo di un corridoio d’ostello, mi son fermato, ho appoggiato una mano al muro e mi son visto nel vetro della finestra. Fissando negli occhi il mio riflesso mi son detto: ehi, sono passate quarantotto ore e non hai ricevuto nemmeno l’ombra di un richiamo, un ammonimento; non hai dovuto litigare per il prezzo della notte passata qui dentro; hai mangiato in un ristorantino senza giocarti la cena a dadi! No, non è stato difficile capire: quest’anno, in questo viaggio, qui di fianco, manca Silvia. Manca la controparte del viaggio, il peso che mette in pari la bilancia, l’avventuriera che scomoda (scomoda parecchio) il geografo da scrivania, da giardino, da ombrellone, chiamatelo come volete voi, e lo fa andare per la strada.
Ci ho pensato spesso a questa mancanza qui, dato che gli ultimi anni ci hanno visti in viaggio più volte insieme che divisi.

Curiosità e voglia di andare sono in te, qualcuno li ha seminati, ma germinano d’un tratto: un giorno arriva uno che traccia un arco nel cielo e lo fa in modo diverso da tutti quelli che hai visto prima. Tran, ti fa vedere l’orizzonte: un gesto preciso e ti mette la voglia di andare  fin là, di metterti in strada in un certo modo. Capisci subito che è questione di classe: poche regole  precise.

All’inizio tra noi fu scontro: Silvia spartana ad ogni costo, incline alla scomodità, a un certo pragmatismo, appassionata delle alte cime, dei frequenti spostamenti; io che amavo concedermi vizi lungo la via, incline alla divagazione, a dimenticare la pratica per la teoria, amante della campagna, delle colline e delle spiagge di sabbia davanti al mare,  di un nomadismo a tappe lente.
Poi, sbattendoci contro piú volte (e non senza feriti), abbiamo imparato ad armonizzare le filosofie diverse e abbiamo dato origine – da qui in poi parlo per me, perchè non so se lei, noiosa e pignola com’è, sarebbe d’accordo – a un modo nostro, che ha fatto nascere alcuni viaggi tra i più accesi e riusciti che io, personalmente, ricordi.

Leggo in questi giorni il suo diario – quest’anno, è matta, ha scelto di affrontare il Perù in solitaria – e riconosco nei racconti l’applicazione sistematica e scintillante delle sue regole. L’ammiro ancora una volta: per la sua strana e perfetta coerenza.

Senza questo connubio non avrei conosciuto l’est, non avrei cambiato modo di viaggiare a piedi, in treno, in autostop, non avrei appreso l’importanza della lingua come chiave di accesso agli altri e di dormire (ogni tanto) su materassi pulciosi.
Dovrei denunciare molte altre cose che le ho rubacchiato, ma anche in questo caso vita e viaggio si mischiano e così vada per una sintesi: ho sempre visto in Silvia un esempio di come si viaggia e di come un persona in gamba e vera si debba muovere nel mondo.

Nel suo “Tre Cavalli”, Erri De Luca sceglie come epigrafe questa frase, di non so chi: “Difendete  con ferocia la vostra purezza”. Per me a nessuno questa frase si lega meglio che a Silvia.
Viaggiando al suo fianco ho capito, a mie spese, cosa sono un viaggio e un viaggiatore  autentico.

Il viaggio autentico è un fatto di onestà, un’esperienza che rinuncia ostinatamente ai ricami. I ricami non portano rispetto al dio del viaggio probabilmente, e di certo non ai paesi che si visitano e alle persone che vi abitano. Tante volte mi sono visto contestare ricami: tipo quella volta che a Ruse litigavamo per una differenza di prezzo tra due pensioni: lei riteneva inutile pagare di più comodità superflue. La differenza di prezzo era di due euro. Capite?
Mi chiedo spesso in questi giorni cosa correggerebbe lei, di questo viaggio in Portogallo. La tengo a riferimento  e ogni tanto tra me e me ipotizzo le sue espressioni e le  facce di disapprovazione un po’ ingrugnite che mi fa ogni tanto.

Viaggiando insieme a lei ho imparato a distinguere un certo tipo di viaggiatore dagli altri. Io posso considerarmi  un turista, un geografo, un curioso, ma il termine viaggiatore su di me sarà sempre improprio. Per il viaggiatore autentico il viaggio puó diventare condizione necessaria, esistenziale. Tante volte ho intuito nelle partenze di Silvia  una necessità fisica, quasi selvatica (che io non provo): un arco nel cielo da tracciare per salvarsi. Il resto è finzione.
Ma salvare cosa? E da cosa? All’inizio me lo chiedevo spesso. Negli anni mi son costruito una mia risposta. Si tratta di una specie di rito solitario  per salvare la purezza, per far bene i conti con sé, senza mediazioni: fare tabula rasa e ripartire, passare una spugna umida sulla lavagna e togliere tutti i segni di una intera giornata di lezioni (io uso ancora il gesso).
Non concederei una parola in più alla descrizione, ché già forse son andato oltre.

Devo infine dire le ultime cose: inseguendola per le pianure (e, ahimé, le montagne) dell’est, ho messo a fuoco, a buon prezzo, alcuni miei limiti, alcune mancanze, ho capito cosa dovevo e cosa devo tentar di migliorare in me. Tentare, perché mica sempre si riesce.

E allora eccoli lì i maestri, le persone in gamba: sono quelli che guardiamo con rispetto, da una certa distanza, quelli che all’inizio ci metton sempre un po’ a disagio, ci spiazzano. La missione per noi è provare ad accorciare la strada, diminuire quella distanza e tentare di seguirli; pur con le poche risorse che abbiamo a disposizione, pur con i loro grandi e brillanti limiti.
Quando ci saremo fatti un po’ più vicini, allora sarà facile voltarsi e vedere quanto ci siamo spostati, quanta strada abbiamo fatto.grazie a loro. 
I maestri ci (s)muovono, ci ampliano, ci crescono. La bravura, per conto nostro, è quella di scovarli, ché vivono spesso rintanati.

PS. Dopo aver scritto tutto questo mi son giocato le ultime possibilità di tornare a fare un viaggio con il generale Mattavelli che, si sa, per indole aborra le smancerie. Tuttavia, non nego, conservo buona speranza che al prossimo giro, sia quando sia, torneremo a calcare queste pagine fianco a fianco.

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