Diario atlantico y sentimental – L’Algarve dei surfers

Abbiamo attraversato l’Algarve per arrivare fino a qui, a Sagres, sul promontorio più occidentale d’Europa. Il viaggio attraverso l’Algarve è un viaggio tra la gariga – indice di desertificazione in ambiente mediterraneo -, e il nulla. Non più una coltivazione, non un allevamento, non un’azienda. Forse alcuni antichi e microscopici villaggi contadini resistono poco più all’interno protetti dalle vallate della piccola catena montuosa che segna il confine tra il basso Alentejo e l’Algarve, ma dalla pianura non se ne ha conferma. Partendo da Alcoutim nel cuore dell’entroterra, certo, il clima cambia molto e percorrendo il sud del Portogallo l’ingombrante presenza dell’oceano oltre la linea d’orizzonte non tarda a farsi sentire, portando le temperature dai 38 gradi di Alcoutim ai 24 di Sagres.
Il promontorio di Sagres, la cui città più importante è Lagos, sembra un brutto villaggio turistico. L’unica tipologia costruttiva presente è infatti quella della villettizzazione stile “villaggio turistico mediterraneo”, un’edilizia povera, bruttarella, biancheggiante, sparsa, che rovina il paesaggio già brullo.
Sagres che guarda dirimpetto Cabo de Sao Vicente, è la riconferma di quel modello. Sembra una di quelle basi di controllo che l’URSS a suo tempo pose su qualche sconfinata e remota costa siberiana. Guardando dentro il piccolo grappolo di edifici bianchi si vedono più chiaramente una via, due pub, tre ristoranti, alcuni alberghi e boutique per surfers; niente più. A fine agosto, appena cala il sole, la costa viene investita da un vento freddo atlantico che fa subito pensare alla imminente fine della stagione turistica. Poche luci accese negli alberghi, pochissime persone per strada, acuiscono questa impressione.
Di giorno le cose stanno diversamente. Il sole all’alba si leva lentamente dalle umidità oceaniche accompagnato dall’incessante richiamo dei gabbiani, si leva e accende un mondo blu, su cui il promontorio si sporge come una specie di enorme zattera di pietra. Camminando da Sagres a Capo de Sao Vicente si avverte il significato geo-simbolico di calcare una delle molte “finis-terrae” d’Atlantico, la natura sfavilla proponendo il suo spettacolo di interminabili scogliere e poche spiagge di sabbia bianchissima. I surfers, tra una scogliera e l’altra, se ne stanno accovacciati in mare in attesa dell’onda buona da cavalcare. Da quassù, dalle scogliere, sembrano piccole boe nere che galleggiano nell’acqua. Solo ogni tanto qualche boa si alza, assumendo sembianza d’uomo, per inseguire la cresta di un’onda sopra una tavola, ma in questi giorni l’oceano è tranquillo e il vento non tira abbastanza per grandi esibizioni.

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Il surf è solo uno dei tanti tratti che racconta molto di questi posti. L’Algarve sembra un luogo di moderna colonizzazione: la maggior parte del pubblico qui presente è composto da ragazzotti bellimbusti dell’Europa occidentale, in particolare britannici, che vengono da queste parti a cercare la loro “California”, a surfare il loro oceano prêt à porter. Di portoghesi (abitanti), qui, su questo promontorio, nemmeno l’ombra; e a me un po’ scoccia. Non son venuto in Portogallo per stare in mezzo a inglesi che fanno finta di fare la vita dei freak con addosso t-shirts e costumi che costano insieme più di cento euro. E invece va proprio così: sono luoghi che vivono di turismo e per il turismo, via i turisti questi paesi chiudono i battenti come i campeggi sulla costa italiana al mese di novembre.
I pochi portoghesi che ci sono qui, ti parlano in inglese, ti chiudono il loro mondo, ti trattano come un cliente. E’ un aspetto interessante che mi ha fatto notare uno dei miei compagni di viaggio: nel nord della Spagna ti parlano tutti in spagnolo, non si pongono nemmeno il problema, soprattutto quando evincono le tue origini italiane. Come dire: ehi, siam gente del Mediterraneo, non mischiamoci a quelli là su, non c’entriamo nulla. Il fatto che nelle Asturie e in Galizia ti parlino in spagnolo ha il significato di evitare di nascondersi, lasciare aperta la porta per guardare dentro, e l’atteggiamento delle persone è conseguente: grande socialità, grande senso di ospitalità, apertura. Viceversa, quaggiù i portoghesi che ti parlano in inglese limitano l’interazione al dialogo d’ufficio, quello tra il banco delle informazioni e l’utente, tra il cameriere e l’avventore; non dicono niente di loro e di quella terra.
Chiudo il taccuino degli appunti, lasciandovi ragionare su questi spunti e ricordando, in primo luogo a me stesso, che resta sempre il dovere di andare a vedere, di verificare, di toccare con mano, di farsi un’opinione per strada e sul posto. Che ogni posto val la pena di essere visto, anche se brutto, anche se mette a disagio, anche se preferiremmo essere altrove. Si tratta comunque di un certo tipo di ricchezza di cui il caso ci fa dono e che non va sprecata.
Questa dovrebbe essere la cifra e il valore di un buon insegnamento di geografia; il viaggio il suo più utile strumento.

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