Plancton

In occasione dell’inizio della scuola, condivido con i miei studenti vecchi e nuovi – ma pure con quelli degli altri, eh – una vecchia pagina di Erri De Luca. Vecchia perché datata, vecchia perché porta valori inattuali, anacronistici, quasi ribelli visti i tempi che corrono.  Una di quelle pagine che piacciono a me. Spero dia un po’ il senso, l’orizzonte, il percorso all’indietro da inseguire; o lasci spazio a una domanda.

Nella mia infanzia napoletana trascorsa nel primo dopoguerra i racconti degli adulti tornavano spesso  ai tempi duri dell’età giovane, alle notti bianche dei bombardamenti. Napoli ne incassò un centinaio. Crescevo vedendo intorno ancora molte rovine, dentro le quali spuntava la vegetazione spontanea dei racconti. Ogni infanzia ha le favole che può. Crescevo desiderando di conoscerle tutte.
A scuola la storia si fermava sulla soglia del secolo, come se avesse scrupolo di disturbare i lavori in corso. A stento si spingeva fino alla guerra del ’15/’18. Non mi bastava, volevo imparare il passato appena prossimo che aveva lasciato tracce di terrore e di scampo nelle persone care e nella città. Presi a leggere i libri di mio padre. Se ne procurava molti che descrivevano i suoi anni, la storia feroce che gli era passata addosso sfiorandolo, mettendolo da parte. Nella mia presunzione di adolescente volevo saperne più di lui. Ma quello che leggevo non era più storia, non era la torpida materia dei manuali, i sette re di Roma, i cento imperatori, le dozzine di Luigi di Francia. Era improvvisamente vita, vita recente, macellata di fresco, l’odore sconosciuto di un gas che aveva avvelenato l’aria del mondo, guerre fatte contro popolazioni inermi, più che contro altri soldati, truppe di rapina e di sterminio. Non imparavo una lezione, ricevevo invece, senza saperlo, un’educazione sentimentale. Rispondevo dentro di me con ire, sdegni, commozioni e amore. Non so se è stato un bene, non so se era saggia la scuola che fermava la storia all’uscio del Novecento. Forse questo secolo andrebbe saltato, espunto dai libri, forse la storia dovrebbe farsi uno sconto e dar via l’ultimo secolo di questo millennio. So invece che i racconti degli adulti mi spinsero a cercare il loro passato e mi trasmisero la responsabilità di esserne figlio e séguito.
“Onora tuo padre e tua madre”, fu scritto sopra una pietra nel capitolo ventesimo al verso dodici di un libro sacro. Il verbo che l’antico ebraico impiega è più forte e più pratico del nostro “onora”. E’ “cabbèd”, frutto di una radice che vuol dire: “dai peso”. Dai peso a tuo padre e tua madre: perché di quel peso sei fatto tu medesimo. Tu pesi esattamente quanto il peso che avrai dato loro. Ho obbedito involontariamente a questo comando, mi è capitato di applicarlo alla cieca cercando le storie, risentendone il peso su di me. Non ho titolo di merito per aver compiuto la mia educazione sentimentale sulle macerie, eredità materiale che le generazioni provvedono a rinnovare. Ma questo mi spiega perché non ho mai saputo dire le mie cose con l’acqua delle rose.
Quelli che hanno la metà dei miei anni non sentono così. Sono versati nel presente, infastiditi dal passato come dei nuovi ricchi che vogliono nascondere una povertà d’origine. Gli anni dei genitori appaiono scialbi come televisori in bianco e nero. Sono dei giovani docili, accettano la scuola come una tassa prelevata sulla loro gioventù. Essa è invece un luogo in cui si può imparare qualcosa solo per contrasto, solo reagendo alla sterilità del suo sapere da magazzini generali. Perciò non portano altro peso che il loro. Nuotano in superficie e a vista della costa, indifferenti ai fondali, all’abisso che regge in controspinta la loro leggerezza. Seguono le correnti, le brezze del giorno. A volte penso che viaggiano meglio di me, altre volte penso che vanno alla cieca come plancton in bocca alla balena.

Erri De Luca

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