Geografia del colonialismo (contemporaneo)

Ogni anno, nelle classi in cui il programma lo permette, torno sulla geografia del colonialismo. Un di più che mi costa una settimana di smadonnamenti da parte dei destinatari. Poi le cose vanno via via migliorando.
Dopo aver circoscritto il presente, tengo molto a riavvolgere il nastro fino al 1500 perché altrimenti mi viene proprio difficile spiegare la – quando si leggono i dati, difficile da credere – situazione in cui siamo finiti oggi. Quella del famoso 20% della popolazione che detiene l’80% delle risorse e viceversa.
Non è l’unica cosa a cui mi serve. Senza ripercorrere, pur sinteticamente, gli ultimi secoli mi vien difficile spiegare  anche molte altre cose: perché in Brasile si parla portoghese, perché la metà dei paesi dell’America meridionale hanno nomi di santi o fatti religiosi, perché tendiamo ancora a guardare il mondo dalla prospettiva dei conquistatori, nonostante la leadership sia ora – quantomeno – condivisa.


Nonostante questi e tanti altri buoni motivi, metto sempre in dubbio il percorso che seguo. Sempre. Ogni anno, ogni volta, per ogni argomento. Cerco di non sedermi, di aggiustare il tiro, di sentire il polso, mio, degli studenti che ho davanti, della situazione che abbiamo intorno.
Ecco, se un dubbio sull’utilità didattica di tornare indietro, sulle tracce del colonialismo, aleggiava anche quest’anno, i fatti dei giorni scorsi l’hanno azzerato, spazzato via. L’ultimo episodio lampedusano – apice ruomoroso di una storia che va avanti da anni in un quasi silenzio – ha sollevato un polverone di reazioni, opinioni, invettive, e, nel caos che ha generato, è servito a far emergere la grande bolla di ignoranza che avvolge questi temi in tutta la sua enorme insostenibilità.
La necessità di tornare sulla macabra storia del colonialismo mi è sembrata così non solo una necessità, ma un dovere, per far conoscere e comprendere la geografia che ha disegnato un mondo di opposti. Se non si riparte da lì si rischia di non avere ben chiari i termini della questione.
Il collega Alessandro Santini, via facebook, racconta e riflette su un episodio che la dice lunga.

«La settimana scorsa in classe (una quarta, mi pare) una ragazza mi ha chiesto:
– “Prof, ma perché bisogna soccorrere questi barconi che arrivano vicino alle coste italiane?”
Le ho risposto che se non venissero aiutati, questi barconi affonderebbero e moltissime persone morirebbero annegate. Ho notato che la risposta non l’aveva convinta, al che le ho chiesto:
– “Se questi barconi fossero pieni di gattini, cuccioli, teneri teneri, li lasceresti annegare?”
– “No di certo!” ha risposto subito.
– “Quindi salviamo i gatti e lasciamo annegare le persone?”
Non ha ribattuto, era un po’ più convinta di prima.
Il problema è che li vediamo come uomini un po’ meno uomini e donne un po’ meno donne. Tutti, io compreso. Ed è una cosa triste se ci pensi, a prescindere da qualsiasi altro discorso.»

Ripartire dalla geografia del colonialismo per avere chiari i termini della questione non servirà di per sé a trovare soluzioni ai problemi che i flussi migratori pongono e porranno in futuro, ma  a creare una base di ragionamento e quel senso civico (che la conoscenza del passato irrobustisce) utili  a dare giusta considerazione a questi temi e ad avviare un dibattito costruttivo in merito.
Un buon corso di geografia può contribuire, deve contribuire, a evitare di cadere nei tranelli del luogo comune e della risposta istintiva. Come? Fornendo a chi studia un’immagine chiara delle condizioni di vita che caratterizzano le altre aree del pianeta.
Gilioli, come nel suo stile, qualche giorno fa, riassumeva la faccenda in modo secco e veloce.

«Credono che qui sia il Bengodi» è peggio di «aiutiamoli a casa loro» .
Chi lo dice vada un paio di mesi a lavorare a un telaio, di quelli dentro i garage, in Bangla Desh. O a spingere l’aratro con le spalle come ho visto fare in un campo d’aglio in Birmania. O a spostare sacchi di mattoni alla periferia di Kathmandu.
Tutto è relativo, cari leghisti.
Fate un po’ quella vita, poi capirete che per un paio di miliardi di persone qui È il Bengodi.

Non serviranno come si leggeva qualche giorno fa su Il Foglio  “fucili puntati e dobermann” a fermare questi flussi migratori, perché quei ragazzi scappano da situazioni peggiori (e di molto); situazioni che è ora di conoscere e tenere presente. Un esempio del lavoro da fare lo fornisce Enrico Casale dalle pagine di Popoli.
Il colonialismo è ancora vivissimo, nel nostro modo di guardare le cose (come spiega con grande precisione e semplicità Andrea Segre), in certe prese di posizione, nelle politiche che stiamo attuando sul tema delle migrazioni e in altri campi. E’ finito nel Novecento solo sulla carta. Ecco perché credo molto nell’importanza della geografia nella scuola, perché più di ogni altra materia può dare spazio a contenuti e riflessioni su questi temi, che non hanno più bisogno di aggettivi.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...