I libri cambiano noi, non la società

Domenica 20 Ottobre, 2013
LA LETTURA
La letteratura non è militante
«I libri cambiano noi, non la società. Niente impegno politico, solo spazi liberi»

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Fare lo scrittore oggi: mestiere o missione? Per il centesimo numero della «Lettura», Silvia Avallone e Alessandro Piperno si sono incontrati al «Corriere» e hanno messo in comune idee e spunti di discussione, si sono confrontati sull’idea di letteratura e sul modo di affrontare successi e critiche. Una chiacchierata che parte da qui: perché si scrive? Per mettere ordine al mondo?

Mario Vargas Llosa sostiene che «quando i romanzi sono davvero riusciti ci strappano da questa vita che è caos e confusione» e ci permettono di tornare poi nel mondo «con una sensibilità più acuta per comprendere ciò che ci circonda, per scoprire meglio il rapporto gerarchico tra ciò che è importante e ciò che è secondario; torniamo nel mondo con un atteggiamento critico».

PIPERNO— La letteratura è un luogo diverso dalla vita, senza dubbio. La speranza è che sia meglio, più strutturata, che sia la vita disintossicata da tutti i momenti di stanca, perché anche un momento noioso in un libro dovrebbe avere il fascino dell’epopea. Detto questo, è evidente che un buon libro ti cambia anche un po’ l’idea del mondo e allo stesso tempo si nutre del mondo. L’idea che lo scrittore debba candidarsi come coscienza civile invece è qualcosa che guardo con enorme sospetto. Se ci sono manifesti da firmare io non accetto mai. Perché dovrei farlo io e non un metalmeccanico? A quale titolo la mia parola dovrebbe pesare di più?

AVALLONE — Quello che a me preme è che la letteratura sia uno spazio di profonda libertà, forse l’unico in cui davvero ci possiamo permettere di raccontare con una cura per la verità, per la realtà, senza secondi fini o interessi di parte. Il bello di scrivere, e leggere, un bel libro è quello di rimanere in questo spazio. Libertà di pensare, riflettere, costruire, interrogarsi. Siamo sul fronte opposto dello slogan, della pubblicità che imperversa in una società come la nostra. Questa libertà deve essere pericolosa, sia per chi la scrive sia per chi la legge. Il rischio è un’altra grazia della lettura.

Claudio Magris sostiene che l’utopia di Don Chisciotte, destinato comunque a essere sconfitto, è un movente per scrivere, che la letteratura ha il compito di far sentire, in qualche modo, questa necessità di migliorare il mondo.

PIPERNO — Per me no. Credo che la letteratura possa al limite migliorare chi legge e chi scrive, ma credo che contaminarsi sia anche un pericolo per l’arte stessa. Se pensi troppo a migliorare il mondo e non a fare un buon libro, non va bene. E un buon libro può anche peggiorare il mondo. Si dice sempre che nella Germania nazista c’era un gran consumo di musica classica, di cultura alta, di autori come Goethe. Ci sono società operaie che non hanno alcuna attitudine alla lettura e che sono tanto meglio della borghesia nazista. Pure la parola migliorare mi lascia perplesso.

AVALLONE — Nel libro puoi essere impopolare, raccontare storie fastidiose, ma tutto questo è vitale. È fondamentale nella scuola: per diventare cittadini curiosi gli studenti devono imparare a esercitare questa libertà. Più che un impegno politico alla maniera di Sartre, è un impegno morale che, per me, significa non essere indifferenti. È un’altra virtù della letteratura: vivere le vite degli altri senza giudicare, benché siamo in una società violenta che, come in certi programmi televisivi, ama inchiodare una persona a un ruolo, a un reato. La letteratura complica l’esperienza, oltrepassa il giudizio e ti permette di vedere il mondo attraverso altri occhi. È un modo per prendersi cura delle vite degli altri.

PIPERNO — È questo che ti spinge a scrivere?

AVALLONE — È la volontà di strappare al silenzio tante realtà che mi stanno banalmente a cuore. Raccontare cercando di dare una forma, un’unità. Per questo penso che sia importante soprattutto il romanzo, oggi che attraverso i social network tendiamo a raccontarci per frammenti, in modo orizzontale, confuso. Il romanzo diventa invece il luogo in cui io traccio una trama e quindi rivelo non solo un ordine, ma cerco anche di riappropriarmi del tempo, il tempo lungo di una vita intera.

PIPERNO — Per me scrivere è una necessità talmente radicata, profonda e antica che quasi mi sono scordato perché lo faccio. Forse perché trovo disperante che la vita sia pervasa di momenti significativi che rischiano di sfuggire. Hai bisogno di cristallizzarli, non tanto ad uso degli altri. Certo, l’idea che qualcuno là fuori, e non occorre che siano 7 milioni, possa trovare qualcosa in ciò che ho scritto è euforizzante. Però per me non è più di questo. Mi sono chiesto: se ci fosse un editto che proibisse solo a me di pubblicare (so che tanti lettori e critici ne sarebbero felici) continuerei a farlo? Modestamente direi di sì. E non parlo della preoccupazione di pubblicare. Quella ce l’hanno i romanzieri inediti. Nel momento in cui l’hai fatto, con successo o insuccesso, il bisogno è più dell’editore.

AVALLONE — È vero: il bello è scrivere. Quello che mi dà gioia è la libertà di essere io, con i miei personaggi. Nel mio caso c’è anche la volontà, e penso ai due libri che ho scritto, di reagire al tempo che sto vivendo. Con Acciaio è stato il voler ricordare che c’era ancora una realtà operaia in un’Italia che veniva raccontata in un modo che mi faceva arrabbiare. Adesso c’è la volontà di reagire a tutte le difficoltà che vedo. Non so se può essere considerata una necessità di tipo politico in senso lato. Per questo motivo è importante per me incontrare i lettori: per capire se quello che ho cercato di raccontare, in modo libero, non teoretico, non impegnato in un senso classico, ha senso. Il dibattito che può venir fuori dai libri mi piace, ne sento l’esigenza .

Come si sopravvive a un esordio di successo, e controverso, come sono stati i vostri?

AVALLONE — Facendo la tara a tutto e tornando al libro, a quello che è il nostro mestiere. Io ho reagito andando a casa, mettendomi i tappi nelle orecchie e accendendo il computer. Ho girato un anno e mezzo, dopo Acciaio , ho conosciuto l’Italia. Prima avevo visto tre regioni scarse. E sono stata in America.

PIPERNO — Per me la necessità di incontrare il pubblico è svanita immediatamente. Con le peggiori intenzioni è stato un esordio controverso e in un certo senso esplosivo. Ne ho un ricordo vago: ero trascinato ovunque, mi scontravo con ostilità o idolatrie che mi sembravano insensate. Dopo ho scelto di non vivere più quelle cose. Non mi dà nessun piacere, mi spaventa proprio.

AVALLONE — Per me è fondamentale essere radicale in un senso o nell’altro. C’è la stagione della scrittura, in cui non faccio altro, e la stagione in cui devo liberarmi di quel romanzo e quindi devo viaggiare, incontrare le persone. È un modo non solo di condividerlo, ma anche di lasciarmelo alle spalle, di fare il vuoto per accogliere la storia successiva.

Tu che la vivi molto diversamente cosa fai? Inizi subito un altro libro? C’è una continuità?

PIPERNO — Io uso mezzi molto più privati per prendere le distanze, un viaggio lo posso fare con la mia compagna. E poi nella mia vita la scrittura è tutto, come per te, però dentro un meccanismo meno bohémien, molto più borghese. Insegno all’università dove ho un contatto diretto con gli altri. Il mio sfogatoio è la vita stessa. Ho difficoltà a parlare dei miei libri, mi fa ridere chiamare i personaggi con il loro nome, come se esistessero veramente. Ho forme di pudicizia che mi rendono ostica l’idea di incontrare i lettori .
Incontrare i lettori, andare in giro, fa parte della promozione e del marketing. L’impressione è che in certi casi sia decisivo, anzi che ci sia solo quello.

AVALLONE — Io ho questa fiducia, forse ingenua, che alla fine quello che conta in termini di durata sia davvero il libro. La storia, i personaggi, quando sono validi, non temono nulla, né le fasi di silenzio né la sovraesposizione. Da autrice mi fa piacere che la mia casa editrice creda nel mio libro, lo voglia far vedere e promuovere. Ma se pensassi che il marketing possa bastare, sarei pazza.

PIPERNO — Sono d’accordo. Il marketing appartiene a quell’altra faccia della luna di cui ho deciso di non occuparmi. Tocca all’editore farlo, nei limiti del rispetto della dignità dello scrittore, che è diversa per ognuno. Perché è chiaro che se vado in tv in prima serata tutto nudo posso vendere di più. Non ho dubbi però sul fatto che ogni bestseller, anche il più becero, come le Sfumature , abbia successo perché intercetta qualcosa che fuori c’è, esiste. Questo vale per un bestseller così triviale e vale per un classico come Anna Karenina. Ogni libro ha un suo spazio. È evidente che Anna Karenina lo leggeranno sempre tutti, L’uomo senza qualità e i romanzi di Faulkner ti costringeranno di più a uno sforzo intellettuale, sarà sempre più questione di accademici» .

Che rapporto avete sviluppato con le critiche ?

AVALLONE — Io non mi faccio schemi, devo partire da un primo capitolo che si incentra su un luogo. A quel punto posso veramente partire. Il mio spirito è: parti, vai, cavalchi e quello che incontrerai lo conquisterai. È chiaro che se parto domandandomi se questa storia può incontrare critiche, favori, se mi ignoreranno, non vado da nessuna parte. Dire addio ai miei personaggi è sempre brutto perché, certo, non diventano persone, però io sono una donna materna, anche se non ho figli, e quindi guai a chi me li tocca. Questo è il mio problema. Non difendo me, ma i miei personaggi.

PIPERNO — Devo fare due premesse: da tempo non leggo quasi più niente di quello che si scrive su di me. Non voglio sapere, se mi arrivano voci sono contrariato. Però quando ero ancora là fuori a combattere, per una ragione temperamentale tendevo a dare sempre ragione a chi mi stroncava piuttosto che a chi mi elogiava. È una sorta di sindrome dell’impostore, che fa sì che tu abbia sempre la sensazione che ti stiano per scoprire o che quando qualcuno scrive male di te in realtà ti tana. Ci sono alcuni critici o lettori che sono particolarmente ostili nei miei confronti. Ecco, loro hanno ai miei occhi una grande autorevolezza. Forse perché anch’io, come Silvia, non ho figli, la mia vita è questa, i libri sono piezz ’e core e quindi quando arriva qualcuno che ti dice sei un coglione, il libro è implausibile, scritto male, non può fare piacere. Ogni tanto Silvia viene citata da un piccolo circoletto di scrittori che frequento all’interno di «Nuovi Argomenti» per il suo buon carattere. Questo è un mestiere che ti rende cinico, risentito, invidioso, tutte categorie che appartengono allo scrittore medio, non solo italiano. Ci sono stati negli ultimi anni giovani che hanno esordito e hanno avuto un grande successo con forme e risultati differenti dal punto di vista letterario. Ecco, tra questi, tu, Silvia, vieni citata come una che ha mantenuto i piedi per terra e un amore per la vita. Hai la fama di aver tratto da questo solo il meglio, di essertela goduta: eri contenta quando le cose ti andavano bene, non troppo triste quando ti criticavano. Probabilmente ti trasfiguriamo, però ne parliamo così. Invece ci sono altri che hanno avuto esordi clamorosi e però sono meno leggeri, più risentiti. Questo è un peso da cui io ho dovuto emanciparmi, nei confronti del mondo, ma anche di me stesso. I libri successivi a Con le peggiori intenzioni sono stati un parto difficile, alcune cose rivedendole oggi le cambierei, mi dispiace di non averli editati abbastanza, soprattutto Inseparabili . Ora ho 41 anni e sto entrando nella mezza età con quella riguadagnata sobrietà che mi permette di lavorare in modo più contento di come ho fatto negli ultimi anni. È un po’ come se si fosse chiusa una stagione. Ho scritto tre libri che si somigliano, che hanno lo stesso ambiente, due dei quali connessi in modo stretto, ho vinto un premio controverso che però sta lì, negli annali. Che me ne frega? Diciamo che è venuto il momento di scrivere un buon libro, quindi di prendersi tempo.

AVALLONE — Anch’io tendo a preservarmi, sono cose che impari con il tempo. Cerco di leggere tutto, però quando mi sento rilassata, tranquilla, forte. Per me è fondamentale chiudere il libro pensando: ho dato tutto, qui c’è la mia testa, la mia pancia, il mio sangue. Certo, anch’io credo che il romanzo sia costituzionalmente imperfetto. Se penso anche a capolavori che amo, trovo sempre qualcosa che potrebbe essere migliorato, tre capitoli che magari ritengo sbagliati, qualcosa che avrei tolto di qua o di là. Lo dico di grandi libri dove anche le asimmetrie hanno senso, figuriamoci se non lo dico dei mie i.

PIPERNO — In generale comunque io ho molta più fiducia nel lettore che nel critico. Conosco troppo bene la macchina editoriale per non sapere che nel critico agiscono riserve di cinismo, una sostanziale diffidenza. Io ricevo cento libri la settimana, quanti ne posso leggere? Uno che lo fa per professione perché dovrebbe prestarmi attenzione? Però il giudizio di un tizio che spende 18 euro, che mi dà credito, tendenzialmente mi interessa di più, sia quando è positivo sia quando è negativo.

Oggi la cosiddetta autofiction è molto di moda, è figlia anche di questo momento storico, di una società in cui contemporaneità e condivisione sono le parole d’ordine, anche grazie ai social network. Voi non fate autofiction, però ci siete eccome in quello che scrivete.

PIPERNO — A parte il fatto che l’autofiction in Francia andava di moda una decina di anni fa, mi pare una sorta di sbornia giornalistica. Esiste da sempre. Dante non è autofiction? Montaigne non è autofiction? La Recherche di Proust che cos’è? L’autore che scrive di sé, dando al proprio narratore la sua stessa identità, è il cuore della letteratura. O viene utilizzata in modo geniale come fa Bret Easton Ellis in Lunar Park, uno dei libri più belli dell’ultimo decennio, oppure se lo fa qualunque miserabile che ci racconta i cavoli suoi, non me ne frega niente. Questa promiscuità tra narratore e autore è molto gustosa anche per il lettore. È evidente anche per chi scrive fiction pura: se leggi Tolstoj hai la sensazione che Kostantin Levin di Anna Karenina o Pierre di Guerra e pace siano completamente costruiti sulla sua esperienza. Mi dà fastidio sia chi pratica l’autofiction come se stesse scoprendo l’acqua calda sia chi la giudica come se fosse la cosa più geniale che esiste.

AVALLONE — Sono d’accordo. Io amo il romanzo-cattedrale in terza persona, dove tutti gli elementi autobiografici sono nascosti, trasfigurati, escono dai sotterranei della storia. Non mi interessa sapere quali sono i punti in cui Flaubert ha parlato anche di sé. Mi interessa abitare una storia che sia coinvolgente, aperta, non un esercizio di visibilità. Per me è impossibile parlare di me, voglio perdermi in vite che non ho avuto e non avrò mai. Che poi vada in certi luoghi che conosco, personaggi in qualche modo vicini, è un’altra storia.

PIPERNO — Per quanto riguarda i social network, io non sono né su Facebook né su Twitter, ma ho un atteggiamento laico. Non amo gli scrittori che stanno lì a pontificare su tutto. La sola idea che Franzen o Eggers abbiano un’idea sui social network e si sentano in diritto di comunicarcela mi pare incresciosa. Molte persone li usano e stanno bene, io no. Mi dicono che oggi si rimorchia molto più facilmente di quanto accadeva a me quindicenne: ben venga. Gli scrittori possono usarlo come mezzo di marketing, diffusione. Se vado al ristorante non sento l’esigenza di mostrare il piatto a tutti, ma se c’è chi lo fa non mi disturba.

AVALLONE — Facebook è il mezzo che uso quando non sto scrivendo. È anche un modo per incontrare i lettori, mi piace che mi possano rintracciare in maniera diretta, mi piace dire che c’è una presentazione o che ho letto un libro molto bello. È uno strumento al servizio del mio mestiere. Ma scrivere so che è un momento che non posso condividere.

Piperno in un articolo proprio sulla «Lettura» ha fatto una distinzione tra due grandi famiglie di scrittori: quelli che sanno raccontare la felicità e quelli che non
sanno, o non vogliono, raccontarla.

PIPERNO — Nell’Ottocento c’erano molte meno mediazioni intellettualistiche e moralistiche rispetto alla letteratura. Il romanzo, prima di diventare uno strumento di istruzione di massa come poi è stato nel Novecento, era ancora un prodotto per signorine: cosa che bisognerebbe cercare di recuperare. Allora la felicità non era un peccato mortale. Quando Madame Bovary fa l’amore per la prima volta con Rodolphe, Flaubert non ha nessun ritegno a raccontare il godimento di Emma. Non parliamo di Tolstoj, Fitzgerald, Proust. Poi, a un certo punto, per colpa dei francesi, la felicità è diventata una specie di tabù e gli scrittori sono diventati tutti malmostosi, basti pensare a Céline o Orwell. Gli stessi critici hanno cominciato a guardare con sospetto chiunque scrivesse di felicità. Per cui anche uno che, dopo una partita di pallone, beve un sorso di acqua fresca e ha un senso di refrigerio, improvvisamente diventava un borghese riprovevole. Il romanzo è diventato più serioso e la felicità un disvalore. Mi sembra che tu, Silvia, sia una scrittrice della felicità. Per me è un’ambizione che, vedendo come reagiscono i miei lettori, è fallita. Quello che scrivo viene percepito come cupo e angoscioso nei casi migliori, asfittico e artificioso nei peggiori. Mi piacerebbe avere la forza di raccontare la felicità, ma non riesco. Forse perché ognuno di noi è condannato a saper raccontare solo due o tre cose e io so dire meglio la mortificazione, il fallimento, l’umiliazione.

AVALLONE — La felicità per me, anche pensando ai libri che leggo, è la vita che non puoi incasellare. Anch’io non amo il libro ideologico: amo quello che si sporca con la vita, che non ha paura di gioire, di godere, di respirare. Poi certo anch’io racconto famiglie disastrate, il dolore, le difficoltà. La felicità, quando scrivo e quando leggo, la trovo soprattutto nei luoghi che danno la sensazione che tu, comunque, ce la possa fare, che tu possa risalire in macchina, ripartire, andare da un’altra parte. La felicità è la vita che sfugge alla ragione, quel dato vitale, istintivo che tu macini quasi inconsapevolmente. Faccio un esempio: le pagine in Oltre il confine di Cormac McCarthy, quando il protagonista trascina nei boschi il cadavere della lupa che non è riuscito a proteggere. Sono pagine strazianti. Però c’è questa notte che pulsa, lui che la sta trascinando nel luogo a cui appartiene: non puoi non sentire qualcosa di vitale e quindi felice.

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