Cose turche – Brutti dentro

Planiamo su Istanbul, lato asiatico, in una nera notte d’inverno, con un volo della possente compagnia di bandiera, Turkish airlines. Sul Bosforo il bagliore verde della città.
Dobbiamo andare a dormire low cost in un postaccio di periferia, Pendik: la guida consiglia un taxi, ma chiediamo in giro se di là passa un autobus del trasporto locale. Incontriamo subito  un amabile aspetto di questo popolo: la profonda gentilezza. Il bigliettaio della compagnia A ci dà indicazioni precise sugli autobus della compagnia B,  scrive la fermata del nostro hotel su un tagliando di carta e ci dice di consegnarlo all’autista. Seguiamo le istruzioni alla lettera.

L’autista ci avvisa alla  fermata indicata, fuori una pensilina ai bordi di una specie di tangenziale est agli estremi margini di Istanbul. Ancora prima che ci assalga un vago senso di smarrimento, l’efficiente controllore viene verso di noi, ci invita con solerzia a scendere e… ci segue. Il bus riparte dietro di noi. Il controllore  ci accompagna su per le buie laterali del suburbio. Attraversiamo due traverse e finalmente un po’ di luce tra i palazzi vecchi: ci sono chioschi e bancarelle illuminati, sono le undici di sera. Il posto oggettivamente non è il massimo, ma vedere gente per strada a tarda sera, a me, è una cosa che fa bene al cuore.
Seguiamo un po’ increduli – forse Milano ci abitua male  – il nostro Virgilio, che ci porta fino alle scale d’ingresso della bettola. Sorride, lo ringraziamo calorosamente, ci dà le spalle e si riavvia per dove siam venuti.
Alla reception della bettola ci attendono in sei. Il primo a venirci incontro sembra il capo della banda e ricorda Little Tony, poi ci sono due signore agée, di cui una si chiama Gabriella, somiglia a Rita Pavone, e pare sappia qualche parola d’italiano,  due camerieri e un avventore con il bicchiere in mano. Sembra una festa di compleanno a sorpresa: “Mattaveli!“, con una elle sola, dicono rivolgendosi a me e storpiando leggermente il cognome di Silvia: “la stavamo aspettando!”. Tra me e me penso: forse non vedono un cliente da una vita. Che calore per un anonimo arrivo alle undici di sera.
Spenta la festa, nella sala rimane solo Little Tony, che comunque continua a sorridere, smagliante come prima di un concerto; chiediamo se si può mangiar qualcosa lì intorno. Escluso: “siete ospiti, mangiate qui!“. Alza la cornetta di un vecchio telefono, ci chiede cosa gradiremmo, e contratta con il tizio di un ristorante vicino il nostro menù. Dopo cinque minuti arriva, impacchettata nella stagnola, la cena a domicilio. La consumiamo con Little Tony e uno spagnolo in viaggio per Tel Aviv tra le tazzine della sala-colazioni, deserta e in penombra.

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Pane arabo, bocconi di pollo alla brace, pomodori e cipolle, insalata e cipolle, cipolle e spezie. Bene. Buonanotte,  molte grazie, grazie a voi, buonanotte, a domani, a domani.

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 Il mattino seguente dobbiamo recarci a Kadi Koi per prendere un piroscafo e arrivare a Bandirma, traversando il Mar di Marmara. Chiediamo informazioni al sostituto di Little Tony, che non spiccica una parola di inglese e ci propone una simpatica sfida a colpi di Google Translate, italiano/turco – turco/italiano. Sappiate che non è una buona idea accettare questo genere di impresa. Torniamo a più pragmatici gesti: noi, qui, andare, Istanbul. Mi sento davvero idiota, ma lo sguardo da tinca del receptionist mi consola. Quando capisce che dobbiamo andare in aeroporto per tornare in Italia (?!) si alza di scatto e dice: “no problem”! Piglia i nostri zaini, ci schiaffa su un furgoncino e si getta nei caotici svincoli che raggiungono l’immenso polipo di cemento e spezie che è Istanbul. I turchi guidano come Nigel Mansell (uno che si è fatto ritirare la patente almeno tante volte quante sono state le partecipazioni di Al Bano a Sanremo), sappiatelo.
Arrivati (sudati) alla più vicina stazione della Metro, il tizio ci scarica e ci ringrazia: sorride, non vuole niente, torna da dove siam venuti. Noi sempre più attoniti e un po’ vergognati da come ci sorprende tutta questa gentilezza. Ci sentiamo (un po’) brutti dentro.
Percorriamo le viscere della modernissima Istanbul: metro nuove, passanti ferroviari nuovi, aliscafi nuovi. Non vediamo nulla della città in superficie, ci torneremo al rientro dalle nostre perlustrazioni a sud, ma lì sotto tutto parla della modernizzazione del paese, della rinascita economica, della voglia di crescere. Ci fa strano, noi che veniamo da un paese ripiegato su sé stesso e che parla ormai solo di quello.
Attraversiamo il Mar di Marmara sul moderno aliscafo. Un marinaio col suo impermeabile bagnato di pioggia e salsedine chiude il portellone. Si parte (in orario). Il mozzo sale, si prende una tazza di Nescafè, si siede sugli scalini infondo e guarda il mare. Chissà a cosa pensa con quegli occhi di corvo che punta nel vuoto, lui che, a margine della grande città, fa ogni giorno il suo onesto lavoro,  ai margini della grande festa della modernizzazione, fa il suo lavoro antico e silenzioso.

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Il cielo è fosforo, il mare argento, la terra è cenere e loro, i turchi, sempre vestiti di nero. Immagini che impressionano: un altro Mediterraneo.

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Arriviamo nel cemento di Bandirma e prendiamo subito il treno per Izmir. Il primo che capita, capita a fagiolo: è l’unico di giornata. Ci sbattiamo infondo a un vagone, anche lui piuttosto nuovo, e viaggiamo per sei ore. Le distanze in Turchia sono importanti: vanno considerate. Lo scrivo anche per me, come appunto.
La giornata se ne va in trasferimenti; tanti chilometri, poca luce. Sbarchiamo a Izmir alle dieci di sera, nel quartiere a luci rosse, senza una meta, senza una stanza prenotata. Giriamo un po’ spersi e senza carta da consultare e senza internet. Il mondo senza internet assume oggi delle pieghe divertenti, una specie di viaggio nel passato dove, finalmente (in un certo senso), devi cavartela da solo.

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E’ venerdì sera e c’è vita. Chiediamo un po’ in giro in cerca di indicazioni per venire a capo del rebus cittadino e di nuovo incontriamo l’estrema disponibilità della popolazione locale. Una coppia ci dice: no money, venite con noi, vi portiamo. Silvia mi guarda scioccata,  ancora una volta dalla gentilezza. Balbetta un tentativo di rifiuto, mentre io dico: “sì, grazie, davvero molto gentili”. Seguiamo per alcuni vicoli i due, una giovane e un vecchio, recuperiamo la loro auto e iniziamo un viaggio nel trafficatissimo venerdì notte di Izmir, a base di interminabili code ai semafori e musica pop turca sparata al massimo volume.

I due litigano, lui si stufa, ma lei ci ha offerto il passaggio e non si torna indietro. Tra parentesi: lei comanda, si vede ad anni luce di distanza. Noi dietro, un po’ imbarazzati, assistiamo ai vari diverbi schiacciati sotto i nostri zaini.
All’alba della mezza, arriviamo in un quartiere di alberghi economici (20-30€ a stanza), buono per la nostra seconda notte turca, abbracciamo la tizia (a cui evidentemente dovremmo una cena) e cerchiamo una sistemazione tra le mille luci della vecchia Smirne.

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