Cose turche – L’Islam al tempo dell’utile

Una delle cartoline più significative che vi spedirei dall’Asia minore è questa: pomeriggio,  cielo di cenere,  una strada importante e trafficata di Istanbul all’ora della preghiera, il canto del muezzin  soffocato dal rumore di clacson e motori, offuscato dai fumi che salgono dalla strada. Stop. Niente di che, può darsi, ma a me pare di questi giorni una delle immagini che meglio riassumono il paese.

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Oggi attraversando la Turchia, anche in alcune zone della provincia, ho la sensazione del continuo contrasto: tra la tradizione, il tempo del sacro, i veli, le case povere, la polvere, e le infrastrutture moderne, le grandi pubblicità, le bandiere e i manifesti che danno lustro alla grande nazione che cresce. Il contrasto, mi rendo conto, è soprattutto nella mia testa, nella mia testa di occidentale che guarda il mondo con i suoi radicati pregiudizi per i quali religione e progresso non sono parte della stessa narrazione, mediterraneità e ordine difficilmente vanno insieme. La Turchia ribalta molte di queste facili, e un po’ banali, analogie. Sono qui e noto un popolo ordinato, sempre meno povero e sempre più fiero, che crede nell’ascesa economica e si adopera per essa con grande pragmatismo, senza perdere tempo in vezzi, ma senza abbandonare una certa compostezza (un picccolo esempio: i ragazzi hanno in tasca uno smartphone, ma non lo usano in modo ossessivo) e la gentilezza nei confronti del prossimo. Nelle grandi stazioni, nelle moderne metropolitane, vengono proiettati ad ogni ora filmati che esaltano le capacità produttive del paese, della sua agricoltura, delle sue industrie, si propongono immagini di iper moderne Istanbul, Ankara, Izmir, piene di luci, attività, gente che si muove, acquista, lavora, si diverte. E voi direte: è il capitalismo, bellezza! Di certo, ma qui non si tratta solo di questo.

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A quel movimento lì, se ne aggiunge un secondo. Mentre facciamo colazione alla tv della mensa sbraita come un Bossi d’annata la prima carica dello stato, il presidente Erdogan. Campeggia in gigantografie lungo le strade di ogni città, Mr. Erdogan, ed è una figura politica complessa almeno quanto il paese che governa. Le proteste di piazza che a più riprese hanno scaldato Istanbul quest’anno avevano lui tra i destinatari. Lui, la sua linea politica autoritaria e per tanti aspetti tradizionalista. Un mix il suo di globale e locale: capitalismo e tradizione… che la Turchia possa rompere una vecchia regola? Siamo cresciuti nell’idea che, tra tanti mali, l’estensione del capitalismo avesse comunque il pregio di diffondere, insieme a un certo rincoglionimento collettivo, libertà sociali, diritti civili e cambiamento dei costumi. Le Primavere Arabe nel loro svolgersi hanno con un solo gesto affermato e negato questo principio. Che la Turchia sia la prima a riuscire in una nuova formula che tenga insieme conservatorismo culturale e crescita dell’economia di mercato? Io non ne ho idea, ma qui son luci e ombre.

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