Cose turche – Sono un po’ stanchino

Lasciamo Izmir nella luce verdastra del mattino. La stazione è dietro all’hotel, perchè noi gli hotel li cerchiamo solo nei quartieri giusti; e meglio se a una stella. Prendiamo il primo treno per Efeso, il paese un tempo popolato dai destinatari di molte delle lettere di San Paolo Apostolo; sì, proprio loro: gli efesini. Il treno è moderno e stona almeno con due cose: il prezzo irrisorio del biglietto e il paesaggio che attraversiamo, appartenente a un mondo rurale in Italia ormai estinto.
Sbarcati nei pressi di Efeso (Selçuk) piovigina e intanto mi arrivano sms da casa con scritto: “beati voi, qui piove”. Gli amici lombardi si sbagliano, ma basandosi su dati statistici fondati: dicembre in Turchia è il mese meno piovoso dell’anno. Siamo noi proprio fortunati insomma.
Mentre – ormai con una certa familiarità  – ascoltiamo il richiamo del muezzin  alla preghiera,  studiamo il da farsi. La  Lonely Planet della biblioteca di Mezzago (ma non credo che quest’ultima informazione sia un’aggravante) sostiene che ad Efeso – le rovine romane meglio conservate di tutto il Mediterraneo orientale – sia opportuna recarsi in taxi o affidandosi a una gita organizzata, in quanto la strada si presenta “lunga e pericolosa”. Decidiamo di chiudere quella guida da democristiani ben infondo allo zaino e ci mettiamo in marcia sotto a un cielo color antracite; scende una leggiadra pioggerellina e ci tiene freschi. La strada si rivela, ovviamente, breve e facile – tre km all’andata e un paio al ritorno – e persino dotata di marciapiedi. L’unica scocciatura: tutti i taxi che Lonely Planet manda avanti e indietro senza soluzione di continuità.
Le rovine meritano: il teatro, la biblioteca di Celso, tengono testa ad Agrigento, il paesaggio intorno è di rocce, sterpi e silenzio, niente di più.

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Di ritorno a Selçuk attendiamo un treno che ci porti a Denizli. Ci aggiriamo per il paesino: giovani e vecchi ai bar, vestiti di scuro, giocano a carte, a back gammon, ad altri giochi di società (da me) non meglio identificati. Al mercato si vende di tutto: galline vive e morte, verdure, cappelli, belle teiere per preparare  il té turco. C’è un discreto ordine e un paesaggio sonoro moderato, senza strepiti, senza urla di venditori né proteste degli acquirenti. Diverso, molto diverso da quanto avviene per solito attorno al Mediterraneo.

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 Ha smesso di piovere e fuori da una locanda consumiamo un pasto turco, con la consueta dose di cipolla quotidiana. Dicono faccia molto bene alla pelle, ma per ora non è successo niente.
Saliamo sul treno che la sera ha già steso il suo scuro mantello su una umida Selçuk: abbiamo davanti tre ore di viaggio, così metto le mani su Chourmo, il bel libro di Jean Claude Izzo che mi accompagna in questi giorni. Riesco a leggere per sei minuti, poi il libro mi cade di mano e di lato mi cade anche la testa. Silvia resiste solo un po’ di più poi cade anche lei, in un sonno cosmico. Ci rassegnamo all’idea che non abbiamo più l’età per fare i ragazzini in inter-rail.
Dopo tre ore di sonno e treno, praticamente come due ubriachi veniamo scaricati nella piovosa sera di Denizli. Ovviamente, signori, la giornata non è finita qui: dobbiamo trovare un passaggio per Pamukkale, un paesino di mezza montagna, e sul posto trovare albergo. Mentre un moto di sconforto misto pioggia mi sta per provocare una crisi ipoglicemica, entra un tizio in stazione e urla “Pamukkale!”. Memore di come funzionano le cose nelle migliori stazioni  della Romania, accolgo quel grido come un segno celeste e prendo a inseguire l’uomo insieme a una coppia di (supposti) coreani. Silvia mi segue interdetta, senza capire. Finiamo su un furgoncino che va a Pamukkale e in mezzora siamo a destinazione.
Non resta ora che trovare una sistemazione sufficientemente economica, secondo i dettami del general Mattavelli.
Un tizio in paese ci indica una porta e dice parole come: “good” e “cheap”. La porta del posto good & cheap è però chiusa e intorno non c’è granché, ma non facciamo in tempo a lasciarci assalire dallo sconforto che, da un’agenzia di viaggi  lì di fianco, salta fuori una vecchina: ci invita ad entrare… alle 21? in un’agenzia viaggi? Le domande che possono assalirti nella vita sono molte, ma c’è un momento dove è certamente necessario metterle a tacere.
Entriamo, l’agenzia, un locale largo tre metri e lungo cinque, potrebbe trasformarsi, a seconda di dove si posino gli occhi, in: un salotto con divano e tv color, una cucina con stoviglie e lavello, una sala d’aspetto per parrucchieri o altri esercizi che prevedano qualche forma di attesa. Non capiamo cosa ci voglia dire col suo inglese stentato, ma ci fa segno di seguirla e noi per mettere fine alla lunga peregrinazione, tra pioggia,  sonno e fame, in quel momento, ci affideremmo anche a un convinto elettore del Pd.
Savalchiamo un anziano che dorme sul divano nella sala d’aspetto dell’agenzia viaggi, ma ancora una volta senza avere il tempo di farci  domande sul caso, e ci troviamo a seguire la donnina su per delle rampe di scale all’aperto. Arrivati all’ultimo piano ci apre una porta e ci mostra una stanza. Senza chiedere se ci va, senza dirci prezzi, numero di notti, come uscire, come entrare, ci chiude la porta alle spalle e se ne va. Noi, basiti dalla velocità con cui gli eventi possono susseguirsi e assalirti in questo paese, ci fissiamo un attimo e… scoppiamo a ridere.
Lentamente il posto cheap rivela i motivi della sua (tra l’altro supposta) economicità. Entrando nella toilette mi emoziono, sembra di stare dentro L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi.  Il nostro bagno infondo alla stanzetta sembra quello in comune nelle corti brianzole fino al 1960: senza luce, con un solo finestrino dotato di zanzariera e aperto 24 ore su 24, acqua calda assente di sera, presente di giorno (riscaldamento a solare termico). Romantico, non c’è che dire. Il resto della stanza è a quota 13 gradi centigradi e l’utile condizionatore funziona a singhiozzi, uno sfiato di balena ogni quindici minuti: non migliora granché la situazione.
Durante la notte a ritmo regolare mi alzo ad aggiungere cose da mettere sopra le coperte: stendo  delle magliette,  gli asciugamani, i k-way…
Sopravviviamo e ci risvegliamo con un certo divertimento, oltre che con una certa assenza di sonno, in corpo, ma tranquilli: la signora ci aspetta con una sana e ricostituente colazione turca!

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Composizione della colazione turca: pomodori slavati, cetrioli, olive, formaggio salato, una cesta di pane, una miniconfezione di marmellata e una di burro; té  ad innaffiare. Peraltro è la prima volta che faccio colazione in un’agenzia viaggi.
“Vi fermate anche domani ragazzi?”, non abbiamo resisito: “Certo!”.

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