Cose turche – La neve, ad esempio

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Una seconda notte nel nostro fienile di Pamukkale dà la benedizione al nuovo giorno di viaggio: oggi si va verso sud,  Fethyie, al mare.
L’aria dell’alba sa di legna bruciata e dal cielo promana una luce di cenere. I cetrioli ci attendono fedeli nella sala d’aspetto dell’agenzia di viaggi: e via di turkish breakfast.
Oggi gran giornata, al tavolino un metro per un metro abbiamo anche dei dirimpettai belgi: la tipica situazione che mi mette a mio agio alle sette del mattino prima di fare colazione.
Come se non bastasse, la sera prima, abbiamo fatto l’errore di dire all’attempato albergatore (quello che al nostro arrivo dormiva sul divano) quale fosse la nostra destinazione di giornata. Questo passo falso ci è costato caro:  scesi in sala d’attesa per gustarci la nostra turkish colazione, il buonuomo ha già organizzato tutto e annuncia che  un pullman ci aspetta alle 10 a Denizli  e siamo già in grave ritardo. Ci ingolfiamo di  olive e feta, chiudiamo la nostra roba  negli zaini, paghiamo, salutiamo i belgi – ancora fermi al primo cetriolo – e corriamo dietro al vecchio in cima al paese. Fuori ci sono 4 gradi e sembra domenica mattina: neanche un’anima. Il curatore del fienile ci affida a un furgoncino che ci scarrozzerà alla otogar (stazione dei pullman) di Denizli. Ad una fermata lungo la nostra discesa in città, un tizio apre il portellone sul retro per sfilare la sua borsa e con velocità furtiva ne aggancia altre due. Uno dei passeggeri, più astuto e guardingo, se ne accorge e scatta furibondo all’inseguimento del ladruncolo; il portellone si richiude da sè e sfuma per noi la possibilità di veder concluso l’inseguimento. Sapremo due minuti dopo che avrà avuto esito positivo: il guardingo torna bestemmiando, ma con le borse tra le mani. Sbatte il portellone dietro sé, butta le sacche sul sedile di fianco e si risiede tutto affannato.

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A Denizli, effettivamente, ci immergiamo in una Turchia che fino adesso si era un po’ nascosta ai nostri occhi.
Lascio Silvia tra adescatori, affabulatori, controllori, autisti, cani randagi e contadini, in mezzo al piazzale della stazione, e vado in cerca di una toilette: il viaggio sarà lungo e incerto e penso sia meglio meglio portarsi avanti. Entro nella biglietteria: ci sono un carretto che vende cerchi di pane e sesamo, un bar decrepito, polvere,  un sacco di coppole e baffi scuri che mi fissano. Vestito male, col mio cappello di lana da marinaio del porto di Le Havre e la barba sfatta, penso di non dare troppo nell’occhio e avanzo con scioltezza tra i brutti ceffi. Eccoli i bassifondi del rebetiko: quanto mi siete mancati! Chiedo con la massima cortesia – in questi casi è buona prudenza – dove si possa trovare un bagno e gli unici cenni di risposta che ottengo dai ceffi sono un sopracciglio nero inarcato e un dito indice che senza voglia fa segno… di là. I bagni sono all’altezza del contesto: c’è odore da stiva di tonniere del Baltico.
Rientro alla base ed è ora di salire sull’autobus.
Fuori intanto attacca a piovere. Sempre fortunati.
Sull’autobus inspiegabilmente fa più freddo che fuori: si vede il fiato uscire dalle bocche. Io e Silvia siamo compressi tra i sedili e gli zainoni, intorno ci sono uomini con le coppole e anziane con foulard colorati in testa, una nonna con la nipotina, odorano l’aria cerchi di pane con sopra il sesamo. Sale l’autista e ancora una volta a me sembra Little Tony: o in Turchia il piccolo Antonio aveva davvero molti sosia o sono io che mi faccio ingannare dal colorito. Mi tolgo ogni dubbio sulla somiglianza quando indossa un bel paio di occhiali da sole: è lui! Fuori c’e’ nebbia e piovigina.

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Partiamo: percorriamo lentamente, molto lentamente, in seconda, interi vialoni deserti; i riscaldamenti restano spenti. Indosso tutto quanto a mia disposizione nello zaino, compresi sciarpa e cappello.
Sarà un ecologista, dico a Silvia buttandola sul ridere. Lei sembra non gradire.
Dopo una mezzora si sale di marcia e partono i riscaldamenti, ovazione interiore per Little Tony. Dalla radio profondono i migliori pezzi di tchalga del momento. La tchalga sarebbe turkish pop: il peggio dell’elettronica con qualche vaga sonorità etnica (buona da Madras a Belgrado). Ne vanno matti.
Il riscaldamento crea un vago effetto condensa che il caparbio autista mitiga con una spugna con cui assicura perlomeno la visuale davanti a sé. Il resto dei vetri grondano acqua: sembra piova all’interno. Tutti i miei compagni di viaggio, bambina compresa, cadono in un sonno letargico: si risveglieranno bagnati.

Io per non perire di freddo e umidità registro attentamente le strane abitudini del nostro driver. Mentre guida telefona, prende appunti, digita sms e rolla sigarette. Ma soprattutto si pulisce. Naso, unghie, bocca. Ad un certo punto, prende un biglietto usato, lo arrotola fine fine con maestria, e lo usa ripetutamente come cotton-fioc. Ad ogni passata, analizza accuratamente quanto emerso dall’ispezione delle sue cavità auricolari. Mitico, peccato non ci sia nessuno con cui condividere questi piccoli momenti di vita vissuta.

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Saliamo in mezzo alle montagne e si apre davanti a noi una nuova Turchia, rurale, antica, arcaica. Sull’altipiano a 1500 metri d’altezza il paesaggio diventa bianco e nero. La neve si stende sul fondo valle e ricopre copiosamente cime che superano i 2500. C’è neve anche sulla strada, ma  Tony avanza senza fare una piega.
Passiamo in mezzo a paesini fatti di piccole case, comignoli fumanti, strade di fango, carretti, cellophane a coprire cataste di legna. Poche anziane per strada, in zoccoli, vestite di fustagno, lana, grembiuli e foulard colorati, sembrano, in quel paesaggio, contadine della lontana Ucraina. Resto aggrappato con lo sguardo alle fessure che tra una appannatura e l’altra permettono di spiare fuori. Ci fermiamo in ogni dove e le ore di viaggio per fare duecento chilometri diventan più di quattro.
Mi risveglia dal sogno l’aiuto autista: gira tra i sedili versando acquavite sulle mani dei passeggeri. Colto di sorpresa, rifiuto l’offerta. Capisco solo dopo che si trattava di una forma di disinfezione, prima di concedersi una merenda. L’aiuto autista, dopo aver disinfettato,  passa offrendo un bicchiere d’acqua e una brioche a tutti gli astanti. Si mangia e si beve tranquillamente insieme e sul pullman. Si sbriciola, ma nessuno ne fa un problema.

Arriveremo poi a destinazione nel pomeriggio, porteremo gli occhi davanti al languido mare di Fethyie. Scesi alla stazione chiederemo dove andare per raggiungere il centro, ci consiglieranno di prendere un taxi, ma noi svicoleremo e come sempre ci arrangeremo con i nostri piedini, affrontando i quattro chilometri (molto riminesi) che ci porteranno fino al porto e al suo bel mare.
Ma non qui vorrei arrivare, oggi, con voi, pazienti lettori.
Saliti sul pullman questa mattina faceva molto freddo: nessuno ha battuto ciglio. I vicini di sedile  parlavano tra loro, si vedevano, si consideravano. Una coppia di anziani è riuscita, senza una lingua in comune, a chiedermi da dove venivo e a ironizzare sull’Italia bella e sfortunata. Abbiamo mangiato insieme. Sul pullman: pane e sesamo, brioche e acqua offerti dalla casa. Abbiamo sporcato per terra, ma senza farcene un cruccio.

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E’ un mondo, questo qui, con più problemi reali, ma meno problemi astratti; qui la vita è un impasto di cose essenziali.
Non voglio ci siano retorica e Mulino Bianco in queste suggestioni. Mi affido alla vostra  capacità di lettura e buon senso.
A me questo qui semplicemente sembra un modo di vivere per tanti aspetti più sano, più vero e vicino a me.
Mi fermo mentre scrivo queste righe a pensare ad alcuni miei studenti, passati e presenti, a cui tengo particolarmente e di cui conosco le domande. Le domande che li percorrono e ch oggi portano in giro con loro per il mondo o che si fanno stando a far la spola tra casa e università in Brianza. Sono domande che riguardano i confini di sé, il diventare uomini e donne, il senso del percorso. Le solite vecchie domande che accompagnano l’uomo da sempre.Certe confusioni, certi passaggi da un’età all’altra, forse, si affronterebbero meglio con esperienze che li mettano a contatto con questo tipo di mondo qui. Imparare a risolvere problemi reali, adattarsi a condizioni di vita non sempre sorridenti, confronto con una vera cultura “altra”, pratica di lavori manuali, e via di seguito. Se ne vanno invece tutti a Londra e a New York, negli ombelichi di ogni allucinazione, nei posti dove l’idiozia del tempo presente erige i suoi templi. E non ci vanno per colpa loro, ci vanno perché ce li manda il nostro pensare collettivo e persino il nostro sistema scolastico.
Voi pensateci su e prendete da questi appunti quanto di utile o buono ci troverete.

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