Cose turche – La luce dei giorni di primavera


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Fethyie si presenta come una piacevole località di mare. Qualche via di negozi, un piccolo porto turistico. Si affaccia su un golfo tra colline e monti coperti di macchia. Arrivati al lungomare ci fermiamo un po’ a guardare, in silenzio. L’unica cosa che si può fare in questi casi. I colori sono pastello, l’aria calma. Sopra il golfo, e così riflessi nelle sue acque, si confondono il rosa, il verde e il blu. Seguiamo con gli occhi la linea dell’orizzonte: movimenti lenti, reti da pesca fissate ad asciugare, le traiettorie dei gabbiani. Una bella luce diagonale  attraversa tutto il quadro.
A Fethyie scegliamo la pensione Ideal, il cui nome verrà screditato dai fatti. Ci accoglie all’ultimo piano della struttura, una veranda chiusa da paravento di plastica e con una bella veduta sul golfo, un ragazzo semplice che, come spesso avviene da queste parti, non comprende nemmeno il più basilare vocabolario inglese. Cerchiamo di fargli capire che, dopo due giorni di gelo, saremmo in cerca di una stanza riscaldata.
La stanza è freddina e non esattamente pulita. Secondo standard milanesi: semplicemente sporca.
In questa stanza incontriamo il primo brusco stop alla corrente mai ferma del viaggio. Anche la flora microbica ha le sue geografie e noi ospitiamo al nostro interno un processo di integrazione culturale: prima Silvia e poi io vivremo una notte  attraversata da sudori freddi, nausea, febbre, vomito. A letto alle otto e senza cena, la nottata la faremo passare percorrendo a ritroso la cronologia alimentare della giornata, in cerca del cibo killer ingerito, portatore dei microbi e del loro scompiglio in noi.

Senza più di due ore di sonno all’attivo, il mattino dell’ultimo giorno del 2013 ci accoglie però con una faccia decisamente primaverile. Il sole strofina i suoi raggi su un cielo azzurro e leggero e intiepidisce l’aria; il golfo splende e la vita, sotto ai minareti che punteggiano il profilo della città, ricomincia a formicolare lentamente.

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Stomaco vuoto,  sconvolto, dolori articolari e brividi non ci fanno desistere: oggi ci cureremo affrontando la prima, apparentemente semplice, tappa della Via Licia. La Via Licia è un cammino di 500 e più chilometri che si estende lungo la costa mediterranea occidentale della Turchia, tra Fethyie e Antalya.
Lasciamo la città con un ingresso al sentiero che per morfologia  mi ricorda l’uscita da Levanto e uno dei miei luoghi del cuore: le Cinque Terre. Si sale per un bel sentierone in selciato, tra i pini marittimi, che  profumano l’aria e la pelle;  di fianco a noi si apre pian piano la visuale sulla città e il mare. Raggiunta la prima vetta di giornata, si scollina nel mezzo di un bell’altipiano agreste, immergendosi in paesini popolati più di vacche, porci e galline che di uomini. Piccole case costruite con quanto a disposizione, serragli, recinti, strade sterrate. Il sole rende la visione estremamente mediterranea, la temperatura avvicina i 20 gradi centigradi.

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Infondo all’altipiano, quando la carrereccia riprende a salire, si incontra un borgo completamente disabitato, i cui ruderi sono oggi stati trasformati in parco storico. Il paesino si chiama Kayakoi: era abitato da greci fino al 1923, anno dello scambio forzato di popolazioni, che rispedì, con esiti drammatici (ambo i lati), turchi e greci entro i confini dei loro stati nazionali.

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Il parco storico non esiste, è solo un’invenzione per far pagare cinque lire di pedaggio (1,75€). Saliti in mezzo al paese senza abitanti si trovano le indicazioni per raggiungere la laguna blu di Oludeniz, paese nostra meta. Ci si inerpica in un bel bosco mediterraneo e poi si attacca una lunga e   sconnessa discesa giù per una scogliera, che ci condurrà  fino alla spiaggia. Si scende parecchio poiché, ce ne accorgiamo in quel momento, in mattinata avevamo accumulato un bel po’ di salite. Poco sonno, una salute non proprio di ferro e il digiuno, al quindicesimo chilometro, iniziano a farsi sentire, ma la nausea persiste e la voglia di fermarsi a mangiare qualcosa purtroppo non si avverte nemmeno in lontananza.

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Arrivati alla laguna blu ci fermiamo solo un momento ad ammirare la luce rosa del tardo pomeriggio, poi la stanchezza, che assume tratti infiniti, ci consiglia di andare in fretta in cerca della nostra sistemazione (prenotata via internet).
Dopo un po’ di ricerca, in un angolo sperduto in alto al paese (più montagna che mare), troviamo il nostro prestigioso complesso residenziale. Più o meno consapevolmente il giorno prima abbiamo prenotato una suite al prezzo di 25€ in due (colazione compresa) e ci accingiamo a passare l’ultimo dell’anno in un ampio e ben rifinito quadrilocale, affacciato su un bel giardino con piscina e con visuale sulle montagne intorno. Peccato goderselo molto poco, questo signorile – e per noi del tutto insolito – appartamento: dopo 15 minuti siamo già dormienti nei nostri letti.
Ci risvegliamo dal coma verso le 21.30 e, con mia riluttanza, cacciamo la testa fuori per andare in cerca di un cenone(?). A me viene ancora da vomitare, ma più che l’assenza di cibo, mi spinge ad intabarrarmi e uscire la curiosità di vedere quale ennesima bizzarra situazione di fine anno riusciremo a collezionare in un posto così. Io e Silvia ormai vantiamo record personali di capodanni alternativi o tranquillamente assurdi.

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Usciti su una anonima provinciale del mondo, dimenticata dagli uomini e dagli dei, scorgiamo una sola luce; e pare proprio la sala illuminata d un ristorante.
Ovviamente, a sud della Turchia, due italiani arrivati a piedi dalla baia vicina, alle 22 del 31 dicembre, dove possono capitare? Chiaramente in una specie di pub londinese.
A quell’ora, l’ultimo dell’anno, avvicinandosi a un locale vuoto, c’è sempre il timore di non essere i benvenuti. Il problema questa volta non si pone nemmeno poichè il solerte gestore, con una perfetta tenuta da dandy londinese, ci si fa incontro e ci invita ad entrare.
Dentro – tenete presente che fuori ci sono solo turchi e minareti – l’atmosfera è surreale: una tettoia chiusa sui lati da cerate di plastica, con al centro una stufa a legna; suonano i beatles e ci sono bandiere dell’Inghilterra appese al soffitto. Al dandy si affianca una cameriera vestita da groupie dei Sex Pistols e che, a dispetto delle apparenze, parla un inglese rigidamente impostato. Ordiniamo due zuppe alle lenticchie e una patata al cartoccio. Una? Non stiamo a spiegare che, del resto, io sto male e Silvia ha smesso di avere nausea qualche ora prima. “E dell’acqua, grazie”, aggiungiamo. L’acqua l’hanno finita e la groupie chiama un amico, ché gliene porti qualche bottiglia. Noi assistiamo prima inconsapevoli e poi ammirati.
Il dandy, nonostante la nostra magra e sospetta consumazione, è ciarliero e ci pone molte domande sul nostro trekking.
Finisce così: ci servono le zuppe, arrivano degli amici loro e insieme apparecchiano la tavola affianco alla nostra. Iniziano a bere e indubbiamente passeranno insieme lì dentro la mezzanotte rumoreggiando e scolandosi qualche cassa di birra. Io invece sono ancora attraversato dai brividi e devo rinunciare alla piacevole compagnia e battere in ritirata a casa.



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 Quest’ultimo dell’anno a Oludeniz devono aver sparato tre fuochi d’artificio, ma io di certo già dormivo.
Non ci perdiamo d’animo: il 2013 finisce in sordina, ma il primo giorno del 2014 decidiamo di regalarci una giornata al mare, starcene in spiaggia alla laguna blu.
Un buon libro, due chiacchiere, la fame e la salute che tornano a farci visita, un’acqua calma e cristallina, lo sciabordio quieto delle onde. Sembra maggio, le coppie del luogo arrivano al mare lentamente, gli uomini portano degli sgabelli, qualche giornale, le donne, con i loro veli colorati, il necessario per preparare l’immancabile té turco, che qui accompagna ogni momento della vita sociale. La spiaggia si popola, ma resta avvolta in un silenzio che si potrebbe dire quasi dolce.

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Non so cosa conti il primo giorno in un anno. Conta qualcosa il primo passo in un viaggio. Conta molto fare la prima mossa per affrontare una propria paura.
Il primo giorno di un anno resta un momento così, è come un segno, la voce del caso. Chi mi ha insegnato più di altri il mio mestiere e porta il nome dei primi minuti di luce del giorno, mi ha detto anche di non trascurare i segni. Solo il caso ci parla.

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Questo primo giorno è un segno buono, ne avrò cura. Spero che quest’anno sia come questo primo giorno: un anno con il tempo per il mare, per scrivere, leggere, per respirare e per amare; un anno che ci dia più tempo per vivere. Un verbo per cui non credo necessari aggettivi.

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