Cose turche – Notturno per Istanbul

Eravamo rimasti alla spiaggia della Laguna blu, davanti al mare.
Anche giornate così – nonostante ci si aggrappi ai singoli istanti, ai singoli raggi, per non farli scappare, nonostante, come i bambini, ci si impunti nel tentativo di farle passare più lente – finiscono.
Dopo il freddo, le prime carezze dal sole non vorremmo smettessero mai, ma una nuvola già vela il sole e ne nasconde la discesa  dentro il mare. Inizia a fare fresco, i brividi percorrono la schiena, è tempo di andare.

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Prendiamo un furgoncino che ci porti a Fethyie. Dopo un minuto Silvia già dorme appoggiata al finestrino, io guardo fuori, seguo con gli occhi le multiformi insegne degli hotel, sento la pelle che scotta come dopo una giornata al mare d’estate e penso che, sì, avrei voluto dieci giornate così da questo viaggio in Turchia.
Arrivati in città ci facciamo scaricare alla stazone degli autobus: l’idea è di cercare un pullman notturno che percorra i quasi 900 km che ci separano da Istanbul, evitandoci una risalita a tappe diurne. Abbiamo molte cose da fare in città e non vorremmo buttare via tempo in coda su un autobus.
La prossima volta che vorrò percorrere la via Licia a piedi – è nei programmi – una buona soluzione potrebbe essere quella di volare a Rodi e di essere a Fethyie, un paio d’ore dopo l’atterraggio, tramite aliscafo.

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C’è un solo pullman della compagnia Metro che effettua la trasferta notturna senza interruzioni e cambi. Ci sono  posti liberi e noi ci dimostriamo subito interessati all’acquisto, ma permane un problema: non ci sono due posti vicini.
Dopo un giorno al mare, abbiamo completamente perso la cognizione spazio-temporale, dimenticando la cornice culturale che ci è intorno, soprattutto qui, lontani dalla capitale e dai suoi impulsi modernisti.
Ci dimostriamo disponibili a rompere la coppia – cosa che, ovviamente, al nostro bigliettaio non era nemmeno passata per l’anticamera del cervello – e, solo allora, non senza una certa reticenza, veniamo associati io a un uomo, in ultima fila, Silvia a una donna qualche posto più avanti.
Ce l’abbiamo fatta. Risalire la Turchia da sud a nord ha un costo contenuto: 20 euro. Il viaggio notturno durerà 13 ore, la partenza è prevista per le 21. Nel frattempo passeggiamo un po’ per il centro e ci concediamo una cena vegetariana in un localino con tavolini all’aperto lontano dal porto e dalla zona più commerciale.

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Mi affascina questa popolazione che vive anche in inverno completamente all’aperto: beve sotto le stelle, mangia sul molo, chiacchiera passeggiando. I locali non hanno che di rado spazi interni. Mi affascina, mi incuriosisce e mi sprona a seguire l’esempio, questa gente che vive il freddo come un giorno storto, un incidente, niente a cui far caso, qualcosa di presto destinato a passare.

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Alle 21 si parte in orario. Di turisti manco l’ombra: risaliamo il paese con famiglie e ragazzi turchi; molti sono i neonati sul pullman, tutti incredibilmente silenziosi.
All’inizio l’abitacolo è animato: si mangia, si chiacchiera, si gioca, poi col passare dei chilometri e l’arrivo della notte, il rumore sordo degli pneumatici sale dall’asfalto, emerge e prende il sopravvento sui discorsi, che uno ad uno si spengono, lasciando spazio al silenzio ottuso dell’autostrada e al sonno. A guardarlo all’una di notte, il pullman, è un recinto di bocche aperte, teste appoggiate ai finestrini o cadute di lato.
Io invece non dormo, niente sonno, faccio spazio ai pensieri. Mi capita spesso: niente più dei viaggi notturni mi rende riflessivo, e le ore, quando inizio a pensare tra me e me, volano. Forse ché ho avuto un’infanzia solitaria? Forse. Anche in questo caso, in parte, è questione di allenamento.
Nel riflesso del vetro scuro inizio a proiettare situazioni, progetti, pensieri e mi perdo. Non è sempre facile trovare senso alle cose della vita e il viaggio, da questo punto di vista, toglie e dà, aiuta e non aiuta. Con i letti sempre nuovi, i bivi, le tante ore al finestrino, i continui incontri col diverso, disorienta, il viaggio, preoccupa un po’, lascia in bilico. Toglie facili posizioni di sicurezza, invita le domande e solo casualmente, distrattamente, fornisce risposte.

Dietro il telo di proiezione scuro dei miei pensieri intanto scorre il ciglio monotono dell’autovia, paracarri e terreno incolto che si perdono sotto una cappa di umidità, pioggia e nebbia.

A circa un quarto dell’impresa sostiamo in una fredda area industriale. Mangio biscottini col cuore tenero di cioccolato e studio i miei compagni di viaggio in un autogrill di sapore sovietico: ampi saloni (vuoti), grandi lampadari, banchi neri con sopra disordinate serie di prodotti senza marche, cessi sporchi.
Ripartiamo e subito si rientra nel caldo torpore dell’abitacolo: di nuovo il sonno divide ed impera.
Passiamo paesi che sembrano spettri di cemento, quando sono grandi, e spettri di campagna, quando la strada devia e andiamo a recuperare gente coi cartoni vicino a qualche stagno o qualche fienile. C’è sempre qualcuno che sale e qualcuno che scende, anche in piena notte, anche nei posti più impensati.

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La luce livida del mattino ci coglie che siamo ancora lontani da Istanbul; un tizio lugubre, ma sorridente, passa a servire del caffè. Poi piano piano la luce del giorno aumenta e  il paesaggio si fa più urbano. Avanzando nella selva periferica ci si accorge che l’area metropolitana di Istanbul è un mostro di cemento senza fine, una regione di capannoni e asfalto, una corona grigia spessa una cinquantina di chilometri. Per un’ora e mezza attraverseremo  palazzi, infrastrutture, capannoni e smog senza soluzione di continuità. Per le strade, masse di camion, autocarri, autotreni, bus, macchine. Un tripudio di umanità e industria.
Io osservo basito e un po’ frastornato al finestrino i serpentoni che avanzano convergendo verso un indefinito centro città e intanto faccio mente locale. Negli ultimi anni ho gironzolato un po’  “qui attorno”: Romania, Bulgaria, Grecia, sono pochissime in quei paesi le città che superano il milione di abitanti e nessuna di queste ha un’economia in crescita o  in equilibrio; si tratta di città che faticano. Istanbul, che la geografia ascrive allo stessa terra di confine e passaggio tra i Balcani e l’Asia minore, si presenta invece come città giovane, rampante, forte, propulsiva, enorme, e, insomma, come una vera e propria anomalia regionale.
Veniamo abbandonati nel gorgo della elefantiaca e irrazionale stazione dei pullman di Istanbul, chilometri di piste e cavalcavia di cemento da cui entrano ed escono centinaia di bus ogni ora. Non ci facciamo prendere dalla disperazione e non abbiamo fretta: facciamo colazione sotto un cavalcavia – ai tavolini inquinati di una bettola che serve cioccolata e burek -, prima di addentrarci verso piazza Taksim, centro nevralgico della città moderna e  scenario della battaglia per il parco Gezi durante i mesi scorsi.
Nonostante le notti insonni, le troppe ore di viaggio, i chilometri a piedi, lo zaino pesante, mi sento bene. Quando le sensazioni positive scorrono, tutto il resto segue.

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