Cose turche – Dal Bosforo

«Sul bastimento tutti erano a bocca aperta: viaggiatori, marinai, turchi, europei, bambini. Non si sentiva uno zitto. Non si sapeva più da che parte guardare, avevamo da una parte Scutari e Kadi Koi, dall’altra la collina del Serraglio; in faccia Galata, Pera, il Bosforo. Per vedere ogni cosa, bisognava girare sopra sé stessi; e giravamo lanciando da tutte le parti degli sguardi fiammeggianti, e ridendo e gesticolando per il piacere che ci soffocava. Che bei momenti, Dio eterno! […] un minuto – si passa la punta del serraglio – intravedo un enorme spazio pieno di luce, di cose e colori: ecco Costantinopoli! Costantinopoli sterminata, superba, sublime! Gloria alla creazione ed all’uomo! Io non avevo sognato questa bellezza…»

(Costantinopoli – E. De Amicis)

Capitale di quattro imperi, centro regionale di riferimento, ponte tra due continenti e tre grandi religioni monoteiste, eccoci a Istanbul.

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Da che insegno, ho promesso, soprattutto a me stesso, un giorno, di organizzare una gita scolastica in questa città. Quest’anno porterò una delle mie quinte in viaggio lungo la penisola greca – una Grecia in seconda classe, passando per le taverne di Salonicco, le nebbie delle Meteore, il cemento di Atene – e già mi sembra un evento sufficientemente rock per la delicata digestione  della scuola italiana. Ma il sogno, e chissà se ci sarà mai la possibilità di realizzarlo, il sogno sarebbe una gita qui, a Costantinopoli.

Torniamo a noi: eravamo rimasti ad una modesta colazione sotto al cavalcavia, nei pressi dell’autostazione. Lasciata la colossale otogar (stazione dei pullman) ci immegiamo nel fitto reticolo sotterraneo di Istanbul per raggiungere la mitica piazza Taksim, luogo di resistenza che, di questi brutti tempi, potrebbe insegnare qualcosa a tutti gli abitanti dell’Europa meridionale. Reticoli sotterranei, sì: scegliamo le gallerie, perché le strade di superficie della sovrapopolata Istanbul (14 milioni di abitanti,  decisamente sottostimati) sono paralizzate per la maggior parte del tempo. Il problema è sentito e la città, che è energica e desiderosa di avanzare, ha dato una risposta: le infrastrutture di trasporti crescono ogni anno, a vista d’occhio, e sono organizzate con un sistema semplice e al passo con le più blasonate capitali del liberismo. Acquistando a pochi spicci la Istanbulcard, una normale carta ricaricabile, potete metterci sopra quanti quattrini volete e scorrazzare su tutti, e dico tutti – battelli, aliscafi, tram, autobus, treni, metrotramvie – i mezzi del trasporto metropolitano. Noi, con i nostri complessi enigmi milanesi (fascia ab, bc, b2, b3… che?) in testa, rimaniamo basiti da quanto può essere semplice muoversi e ben organizzarsi.

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Sbarcati a Taksim troviamo una sistemazione economica a dieci metri dalla piazza. Entriamo nel primo hotel dalla facciata dimessa e chiediamo lumi sul prezzo. L’uomo alla reception è più demodé della palazzina che lo ospita e questo mi fa ben sperare: sapete, ho una compagna di viaggio molto esigente in termini di straccioneria. 3 notti, 140 lire turche (poco meno di 60 €), dice, con invidiabile aplomb britannico, il giallastro concierge. Seguo con apprensione la mimica facciale di Silvia, che subito si altera e dice che: no, è troppo, andiamocene. Sto per svenire: penso che a meno di così sia impossibile trovare un posto vicino alla piazza.
Girati i tacchi e ormai alla porta, ci rincorre un uomo pallido, con i capelli lunghi, biondicci e gellati tutti da una parte, che ci dice:  “no, fermi, sono il proprietario della struttura; qui da noi non ci sono problemi di questo tipo, qual è il vostro budget?” Silvia dice che vorremmo spendere 100 lire, per tre notti. “Affare fatto, non ci sono problemi” – ripete il biondo. “Accomodatevi, vi faccio vedere una stanza”. Risorgo dal baratro morale, piuttosto incredulo. E mi annoto: a queste latitudini non dimenticare mai la nobile arte della contrattazione.

La camera funziona ed è quasi in regalo. Una doccia dopo la lunga notte in autobus e siamo pronti per uscire. Istanbul è un’esperienza particolare. Saranno i contrasti, il mare che taglia a fette  la citta’, i pescherecci di fianco ai pullman, di fianco ai tram, di fianco ai venditori di fichi secchi, di fianco a quelli di stoccafisso, di fianco a quelli di spugne, di fianco a quelli di cozze, all’ombra di enormi navi cargo. Le moschee che dall’alto dei sette colli dominano il paesaggio, con quei minareti che sembrano missili della Nasa. Una quantita’ di anime e barche, navi e passanti, bastimenti, impressionante: fluiscono a destra e a manca sotto i tramonti del Bosforo.

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Scendendo al ponte di Galata attraversiamo Beyoğlu, un quartiere pieno di artigiani della musica e dei vestiti, negozi di strumenti antichi e moderni, piccoli bar, localini dove si suona. Cuore della Istanbul che crede in uno sviluppo anche progressista della città. Al ponte ci troviamo davanti un vero caleidoscopio, sul suo dorso ospita qualsiasi cosa: tram, pullman, auto, motorini, venditori, passanti, pescatori, ristoranti, negozi, luci, suoni, rumori, gas, smog, ami e acciughe. Lo attraversiamo rischiando di finire impigliati all’amo di centinaia di canne, che si tendono verso il mare e fanno la posta alle acciughe. Le acciughe migrano durante questa stagione e i pescatori invadono i ponti nella speranza di portarne a casa un piatto. Secondo me, tra l’altro, buttando un occhio distratto sui ponti della città, sono più i pescatori delle acciughe. Poi il bazar delle spezie, le luci, i profumi, i colori, e tutto quelle cose che si dicono e scrivono sempre. Un gran casino, anche se molto più ordinato rispetto ai sūq arabi. I luoghi di culto, la Moschea Blu, con la sua luce chiara, di bosco di betulle, e le altre. Luoghi intensi, ombre lunghe, luci ambrate, maioliche, inginocchiamenti e piedi scalzi. Luoghi e riti che riportano al tempo del sacro e collegano, anche senza volerlo, con un qualche passato che ci portiamo tutti.

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Ma questo intrico di mare, uomini, terre e continenti, dove finisce la Tracia e inizia l’Anatolia, dove il vento che scende dai Balcani porta odore di polvere  e incontra il bagliore verde delle cupole d’Asia, non si capisce se non nei suoni: sono loro a tradire l’anima vera di questi posti. Quelli di Istanbul sono suoni di un mondo inquieto. Qui la cetra di Orfeo incontra i sitar dell’India, nascono il bouzouki e i saz, lampi balcanici e scale di toni della musica araba, suoni che fanno convergere in questo ombelico la vita degli uomini e dei continenti, che si stringono e chiedono ancora di essere il centro. La storia si agita nelle note del Bosforo e sono canti partigiani che resistono alla grande omologazione globale rimettendo al centro l’uomo, le sue gioie, le sue feste e le sue tremende sventure.

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Ad Istanbul, non casualmente, leggo Jean Claude Izzo. Parla di Marsiglia e dei suoi abitanti, tirando un altro invisibile filo che arriva fino a qui, da un capo all’altro il Mediterraneo.

«Gli stessi odori, le stesse risate, gli stessi scoppi di voce delle strade di Napoli, Palermo e Roma. Il Panier sarebbe rimasto il Panier. Non si poteva cambiare la sua storia. Così come quella della città. Qui, in ogni epoca, erano sbarcate persone senza un soldo in tasca. Era il quartiere dell’esilio. Degli immigrati, dei perseguitati, dei senzatetto e dei marinai. Io ero cresciuto tra quei vicoli. Il mio cuore rimaneva da quel lato di Marsiglia. In “quel calderone dove bolle il più soprendente concentrato di esistenza”, come diceva, Gabriel Audisio, l’amico di Braquier. “Se hai cuore” mi spiegò un giorno mio padre “non puoi perdere niente, dovunque vai. Puoi solo trovare”. Lui aveva trovato Marsiglia, come un colpo di fortuna.
Chourmo dalla nascita, avevo imparato l’amicizia, la fedeltà nelle strade del Panier, sulle banchine della Joliette. E l’orgoglio della parola data sulla Digue du Large, guardando un cargo partire. Valori primari. Cose che non si spiegano. Quando qualcuno era nella merda, si poteva solo essere della stessa famiglia. Era semplice…»

Ad Istanbul, si torna la sera a casa, in albergo, in stanza, ubriachi di gente, arrancando tra la troppa folla che invade ogni angolo della città.
Le magliette di Aponia, un gruppo di grafici che ha aperto un piccolo bar shop nella zona di Beyoğlu, recitano così: Quello che voi chiamate caos, noi lo chiamiamo Istanbul, casa.

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