Breve excursus sulla Cina e sull’acqua

Preparando le lezioni sulla Cina ci si imbatte in immagini come queste.

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La regione dello Yunnan, Cina meridionale.

Uno dei paesaggi agrari più sensazionali al mondo, frutto di una civiltà che seimila anni fa ha saputo fiorire grazie alle proprie capacità nel campo dell’ingegneria idraulica.

Parlare della Cina e del suo approvvigionamento idrico rende inevitabile affrontare il tema a scala planetaria. Potrebbe apparire strano, ma anche il nostro futuro si gioca da quelle parti. La partita dell’acqua sarà, insieme a quelle riguardanti l’energia e l’autonomia alimentare, una delle tre grandi sfide che determineranno gli equilibri geopolitici dei prossimi anni. Chi deterrà il controllo di queste risorse rivestirà un ruolo centrale: prepariamoci a diventare periferie piuttosto lontane dal centro.

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Anzitutto, bisogna inquadrare il problema. A prima vista c’è acqua ovunque sul Pianeta Blu, ma… nella vita ci sono spesso dei ma. Il 97% dell’acqua presente sulla terra è salata; il rimanente 3 per cento (di acqua dolce) per il 70% è congelata nelle calotte polari. Meno dell’1% è disponibile per gli usi umani. Il 70% dell’acqua disponibile per l’uso diretto da parte dell’uomo è impiegato in agricoltura, il 20% nell’industria e il 10% nelle abitazioni (cucinare, lavarsi, ec).
Negli ultimi 50 anni con l’aumento demografico i prelievi d’acqua sono triplicati, e si deve mettere in conto che il 90% dei tre miliardi di nuovi nati previsti entro il 2050 sarà nei paesi in via di sviluppo, dove già lo stress idrico è rilevante. Si capisce quindi che la lotta per l’acqua diverrà ancor più feroce di quella per il petrolio e il gas. Controllare le acque, venderle in regime di monopolio e oligopolio, sarà con ogni probabilità l’affare del prossimo secolo.
In futuro, gli esperti del settore agricolo prevedono che 21 paesi con una popolazione totale di 600 milioni di abitanti si troveranno al limite tra l’autonomia alimentare e la carenza strutturale di acqua. Entro il 2025 un miliardo e mezzo di persone si troveranno in queste condizioni, di conseguenza la questione sarà o avere maggiore cibo disponibile o sufficiente acqua per soddisfare i bisogni di base.

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Desalinizzazione (costosissima) delle acque marine a parte, le aree ricche di acqua sono principalmente concentrate nell’heartland asiatico, e questo vantaggio strategico darà all’area sino-indiana un ulteriore elemento per controllare i mercati e il tasso di crescita delle economie dipendenti. Sarà simile a quanto avvenuto in questi anni con i paesi arabi a controllare il prezzo del petrolio.

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Il Tibet e l’Himalaya, il cuore idrico dell’Asia.

E la Cina in tutto questo che ruolo gioca?
Le aree teoricamente arabili e le colline coltivabili in Cina sono rispettivamente il 12 e il 10% del territorio. La superficie coltivata oggi in Cina si aggira attorno ai 122 milioni di ettari. Il 20% della Cina nelle aree concentrate a nord possiede il 65% della terra coltivabile e produce circa la metà delle granaglie necessarie alla sopravvivenza della popolazione cinese. Le risorse idriche cinesi sono ristrette, spesso esterne a un diretto controllo politico di Pechino (l’area del Tibet in questo senso è e sarà decisiva, i suoi maggiori fiumi nascono lì), i bacini fluviali sono 9, ma tutti largamente inquinati. Già oggi 300 milioni di cinesi non hanno accesso ad acqua sana e pulita e in questi anni crescono sempre di più le rivolte per richiedere acque salubri. Questo per dire che la questione delle acque e della loro assoluta sovranità per l’utilizzo civico del popolo cinese è una priorità strategica essenziale per il PCC e riguarda direttamente qualità, quantità, stabilità politica e geografica della forza lavoro cinese.

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Acqua per irrigare, ma anche per produrre energia (di cui la Cina ha estremo bisogno).

Per questi motivi la questione idrica è sempre in prima linea nel dibattito politico interno alla dirigenza del PCC sia dal punto di vista della questione ecologica, sia per le operazioni possibili da intraprendere in termini di gestione e nuove acquisizioni (manu militari) delle linee idriche indiane (conflitto del Kashmir, ad esempio) e russe, per compensare le sue acque interne (di bassa qualità ed elevato tasso di inquinamento) con quelle ancora largamente efficienti sul piano ecologico e geopolitico in India, Bangladesh e sud est asiatico.

La prima partita che pare si voglia giocare a Pechino è quella della diversione delle acque del Brahmaputra verso il fiume Tsandpo in Tibet (affluente del fiume Azzurro) con la conseguente diminuzione delle capacità produttive indiane e l’aumento dell’indipendenza idrica e energetica delle regioni centro orientali della Cina.

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