Gli studenti e il dialogo sulla città e sui luoghi

Oggi si avvicina una mia studentessa tornata da Parigi per mostrarmi qualche foto, le chiedo come è andata.

Lei mi dice così: “Ero partita con un’aspettativa, le solite cose che dicono tutti: una città magica, romantica, un’atmosfera unica, tour Eiffel imperdibile. Non l’ho vista così, un’atmosfera come tante altre, la tour Eiffel non ha avuto nessun impatto per me se non dall’alto ed esclusivamente per il panorama. La Senna faceva venire il vomito per il colore che aveva. Funzionavano bene i mezzi, molto ricchi i musei, senza dubbio, le cattedrali, la reggia. Ma alla fine non mi ha lasciato nulla”.

Io le ho detto così: “La città di Parigi non è certo il mio ideale di città, non amo le grandi geometrie ottocentesche, né la città piena dei segni del potere, ecclesiastico, aristocratico o borghese che sia. Mi piace la città meno centro del mondo e più centro della vita delle persone. Però credo sia snob, quando non cretino, non provare meraviglia per quanto spazio in Parigi sia pensato e creato dall’uomo secondo un disegno di eleganza passata”.

Abbiamo concordato, guardato tre foto ancora e la cosa è finita lì.

C. Jacrot, un bravo fotografo di spazi urbani
C. Jacrot, un bravo fotografo di spazi urbani

Invece qui, qui vorrei dire qualcosa che ho imparato sui luoghi e che le poche battute di questa mattina mi hanno riportato  alla mente. Tendiamo a non separare le impressioni quando parliamo delle nostre esperienze di vita e di viaggio. E invece dovremmo, dovremmo quantomeno tenere presente che esistono due piani che si sovrappongono nella nostra esperienza dello spazio, una geografia materiale e una sentimentale.

I luoghi non sono mai solo lo spazio fisico che calpestiamo, che osserviamo. Ma sono il tempo, il senso che diamo al tempo nei giorni in cui calchiamo un certo terreno, il nostro stato d’animo del momento e il momento storico che attraversiamo, le persone che ci accompagnano o gli incontri che facciamo, una certa luce che taglia il cielo, una stagione che si chiude o si apre.
Io ho nel cuore luoghi nascosti e modesti e ho lasciato senza alcuna emozione grandi città. Non era colpa loro, non ho valutato col mio ricordo, o con le mie emozioni del momento la loro bellezza, ma solo quanto quelle città, quei luoghi, mi dicevano di me.
Il viaggio è sempre un tornare. La città nuova incontrata sul cammino ci aiuta a scoprire noi stessi, a fare ritorno. Se non ci parla non è che non è bella, semplicemente non è nostra.

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